Futuro prossimo e passato remoto Novembre 21, 2007
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Si può essere d’accordo o meno con il modus operandi, le scelte politiche e le prese di posizione “pratiche” dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, ma credo che una cosa fondamentale sia da riconoscere a questa attivissima entità: essere sovente l’unica, in Italia, ad avere il coraggio di denunciare certe assurde situazioni che vi sussistono portandole all’attenzione dell’opinione pubblica, e di battagliare contro di esse, quanto meno riuscendo a generare su di esse il necessario dibattito – come ha ben dimostrato il caso Welby – ma anche ottenendo che alcune di esse possano avviarsi a buona risoluzione; situazioni assurde che tuttavia, e assai spesso, nonostante generino disagi e/o sofferenze assortite verso cittadini italiani, sono assai di comodo a certe istituzioni dominanti, per motivi di tornaconto ideologico, politico e quant’altro, e per la conservazione del proprio potere – alla faccia della libertà individuale e generale che, nel frattempo, viene bellamente calpestata…
Mette i brividi, ad esempio, la foto – provocatoria certo, ma totalmente realistica, purtroppo – che ha in copertina il numero di Novembre di Agenda Coscioni, il periodico dell’Associazione, di Stephen Minger, direttore del laboratorio di Biologia Cellule Staminali del King’s College di Londra, uno dei più importanti scienziati al mondo impegnati nello studio delle cellule staminali, “ricercato” per la sua attività scientifica… In Gran Bretagna, infatti, Minger fa’ ricerca sulle cellule staminali embrionali in uno dei più prestigiosi istituti scientifici, in Italia sarebbe ricercato dalla polizia. In Gran Bretagna sta per ricevere approvazione e finanziamento, in Italia riceverebbe una condanna fino a sei anni di carcere, una multa fino a 150.000 €uro e sarebbe sospeso per tre anni dall’esercizio professionale. Peggio di un bancarottiere e di un mafioso!…
Di fronte a cose del genere, di civiltà, buon senso e razionalità etica negati - cose che vanno oltre qualsivoglia idea politica (e che possono semmai essere dibattute solo in un ambito prettamente scientifico) - non si può non inorridire, non indignarsi e protestare, non si può lasciare che l’ignoranza e l’oscurantismo del potere trionfino lasciando sprofondare l’Italia in una situazione da buio e barbaro medioevo in cui l’etica viene trasformata e corrotta in bigottismo, mentre l’altro mondo civile cammina più o meno speditamente verso un futuro etico ovvero civile…
Per chi volesse approfondire la conoscenza dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, questo è il sito.
La vicenda di Stephen Minger è invece ben illustrata da due articoli tratti dal suddetto ultimo numero di Agenda Coscioni: un articolo di Giulia Innocenzi sull’attività scientifica dello scienziato statunitense, e un’intervista allo stesso.
A Bergamo, Luciano Lattanzi Novembre 20, 2007
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Senza titolo, 1990; Senza Titolo, 1962
“Noi non siamo esseri unici, irripetibili
come il lato presuntuoso sosterrebbe,
ma ridimensionamenti d’un’eguale dimensione”.
Poche parole che tuttavia esplicano bene uno dei punti di partenza dell’originale opera artistica di Luciano Lattanzi, considerato il maestro dell’arte semantica e dunque un personaggio le cui intuizioni esplicate in pittura risultano assai interessanti anche per chi si occupa di letteratura e scrittura: ai suoi lavori la Galleria Elleni di Bergamo dedica un’ampia e stimolante retrospettiva, in una mostra composta da opere che copriranno tutto l’iter artistico del maestro toscano: opere del periodo semantico 1957-1964, opere del periodo ornamentale 1965-1985 e opere dello schematismo 1986-2000.
Dopo un attività di poeta (1949-1956), nel 1957, pubblica a Londra il manifesto della pittura semantica (introduzione di R. K. Elliot) ed espone presso la New Vision Gallery.
Lattanzi è pertanto da considerarsi il teorico e l’ideatore della pittura semantica, che si distingue dall’espressionismo astratto di Pollock ed altri in quanto indaga il segno pittorico instintivo e meccanico che prescinde da ogni condizionamento.
Le sue conoscenze musicali (per 10 anni si è dedicato allo studio del violino) gli avevano dato certezze circa la coesistenza fra il rigore della ragione e la libertà istintiva di del gesto.
Nel 1959 si reca in USA invitato dall’università del Minnesota, per una mostra personale e conosce la Dott.ssa Rhoda Kellogg (Analisi dell’arte infantile) che studia da anni i disegni infantili, che conferma in Lattanzi la certezza di un alfabeto gestuale innato, infatti i disegni di base di ogni bambino dai 2 ai 4 anni, quindi non ancora condizionati da nessuna forma di cultura o sistema, sono gli stessi in ogni parte del mondo.
Nel 1961 conosce Werner Schreib , pittore tedesco che condivide le sue stesse ricerche e con il quale stabilirà un lungo sodalizio artistico che si interromperà con la morte di quest’ultimo nel 1969.
Nel 1964 è invitato alla XXXII Biennale di Venezia.
Nel 1965 la sua pittura si evolve verso una pittura ornamentale in linea con la “Neue Ornamentik” del tedesco Klaus Hoffman, cercando una bellezza del segno fine a se stessa e un puro piacere percettivo nell’osservazione, tutto ciò viene letto dalla critica del tempo come un arte disimpegnata politicamente in antitesi con tutto ciò che stava avvenendo in Italia e in Europa, in dissonanza con lo spirito del tempo che voleva l’artista marxista.
Fra le opere più significative di questo periodo va ricordata la serie dei dodici pannelli “Berliner Skizzen” commissionatigli dalla Akademie der Kunste sul tema del muro di Berlino.
Seguira’ un periodo di isolamento da parte della critica nei suoi confronti, in questo periodo Lattanzi vivrà a Milano nella quale consoliderà il suo rapporto di amicizia con il chirurgo milanese Ugo Ruberti che si occuperà di lui nei testi “La pittura di ornamento-Luciano Lattanzi 1968-1985” e “Il post-Informale in Europa”.
Nel 1985 inizia la sua terza età pittorica sposando le teorie schematiste di Robert Estivals il quale ritiene che anche un concetto astratto possa essere schematizzato e reso visivamente riconoscibile e comunicato.
Nel 2004 viene pubblicato un saggio di estetica su di lui: “Ornamento e Occidente: il caso Lattanzi” a cura di Marcello Nesi.
Una mostra antologica presso la Chiesa del Suffragio a Carrara nel 2006 lo celebra, lui giramondo per oltre metà secolo, nella sua città di origine, per l’occasione viene pubblicata la monografia “Tra Significato e Significanti” a cura di Mario Costa.
Nel 2007 il museo internazionale delle arti applicate (oggi MIAAO) di Torino gli dedica la mostra “Disegni “ornamentali” di penna e sfera”.
Luciano Lattanzi vive a Massa Carrara dove è tornato per dirigere l’Hotel Michelangelo di proprietà della sua famiglia,
Ha opere in diverse e importanti collezioni pubbliche e private.
Per chi volesse approfondire la conoscenza dell’idea semantica e dell’applicazione di essa nell’arte di Luciano Lattanzi, può consultare i seguenti suoi scritti:
Un europeista di provincia, Maia, Siena 1951.
Espressionismo a sezioni, Maia, Siena 1953.
Aspetti, prospetti, retrospetti, Maia, Siena 1955.
Semantic Painting, New Vision Gallery, London 1957.
Annotazioni sulla pittura semantica, Maia, Siena 1960.
Semantische Information,. Appel, Frankfurt a.M. 1961.
La peinture. sémantique, Le Prat, Paris 1962.
Arte contemporanea in galleria 19611964, D’Ars, Milano 1966.
I retroscena dell’idea semantica, D’Ars,, Milano 1969.
Puntualizzazioni a uso privato, Scheiwiller, Milano 1975.
Le concept d’anatomie dans la sculpture abstraite~ Scheiwiller, Milano 1978.
Le champ sémantique du sckématisme, in “Opus International”, n. 96,-1985.
L’art entre gribouillages et télématique, in “Communication et Langages”, n. 73, Paris 1987.
Là mia terza età pittorica, Upiglio, Milano 1990
ELLENI gallerie d’arte
via Broseta, 41, Bergamo
Altre informazioni: tel. 035/243667
cristiano.calori@fastwebnet.it
Data di apertura sabato 10 novembre 2007
Data di chiusura domenica 16 dicembre 2007
Orari: Martedì/Sabato ore 10.00/13.00 e 15.00/20.00
Viktor Pelevin, “Un problema di lupi mannari nella Russia centrale” Novembre 19, 2007
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Parto per un nuovo viaggio di scoperta di un mondo letterario “lontano”, e questa volta mi dirigo verso la Russia e Viktor Pelevin, considerato da molti il miglior scrittore russo contemporaneo. Un Problema di Lupi Mannari nella Russia Centrale è una raccolta di racconti – otto per la precisione – di diversa natura e lettura: una eterogeneità basilare che diviene fin da subito una peculiarità dell’opera e dell’atmosfera che da essa scaturisce durante la lettura, che altro non è se non quella della Russia contemporanea, l’ex gigante URSS la cui realtà sembra eternamente sospesa tra un passato che non vuole del tutto passare e un futuro che si deve inevitabilmente raggiungere. In tale ottica, sicuramente la lettura di Pelevin diventa un poco ostica, o quanto meno poco coinvolgente, per chi non possieda la conoscenza storica e sociopolitica della situazione russa degli ultimi anni, e delle trasformazioni che ha subito, nel bene e nel male – quindi per noi tutti non-russi. Per questo motivo racconti come La giornata del conducente di bulldozer o come La liana di Tarzan risulteranno forse piacevoli da leggere, ma sostanzialmente sfuggenti nel loro senso generale, dunque inconcludenti. Il meglio di sé, a mio parere, invece il volume lo da all’inizio e alla fine, con due racconti - Un Problema di Lupi Mannari nella Russia Centrale (che forse non a caso offre il titolo all’intera opera) e Il Principe del Gosplan – l’uno visionario e per certi versi anche poetico, l’altro originalmente cyber-psichedelico. Nota di merito anche per Il nono sogno di Vera Pavlovna e Dormi (secondo e terzo della serie), mentre, in generale, Pelevin denota uno stile abbastanza asciutto, quasi essenziale, nel quale nuovamente si possono trovare riferimenti culturali ed elementali dell’ambiente russo contemporaneo, ricordando per metafora proprio un simbolo dell’ex-URSS, quei giganteschi e tristi palazzoni delle periferie cittadine sovietiche un tempo abitati da militanti comunisti e oggi da idealisti del consumismo, ma che nella propria sostanza restano ciò che sono: pratici, freddi bastioni di cemento a difesa di un mondo forse in larga parte ancora avvolto su sé stesso.
Libro particolare, dunque, di non facile lettura e di appeal piuttosto ostico, ma di grande interesse per chi voglia leggere e constatare di una insolita (per noi) visione delle cose di una realtà quotidiana geograficamente lontana ma, in fondo, fatta delle stesse cose di cui è fatta la nostra.
Sulla Guerra… Novembre 17, 2007
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Strip di Quino (Joaquìn Lavado, fumettista argentino) da “Voi grandi siete tutti uguali” (Fabbri Editori), che compare anche in un’altra nuova raccolta Fabbri dal titolo “Se fosse per me farei la pace!“)
Ultimamente – ovvero forse più che in un recente passato - certi personaggi di potere più o meno planetario si sono presi l’allegra briga di ritirare fuori e sparare pubblicamente, in modo anche piuttosto “sportivo”, termini come “guerra nucleare”, “terza guerra mondiale”, “riarmo nucleare” e amenità simili… Non sono certo talmente sprovveduto da essere cascato dal pero per averle udite, dacché non si trattava della questione di riesumare parole non più in uso, ma di ricominciare a pronunciarle pubblicamente, e non solo al chiuso degli uffici di potere… Posto ciò, a Thule è buona usanza mettere su carta le proprie idee su qualsiasi cosa di rilevante a questo mondo, in modo da fissarne in una sorta di “manuale del proprio pensiero e dei propri principi” il valore per sé stessi e per il tempo futuro ancora da venire, cosicché quand’esso verrà certe realtà non provocheranno – appunto – rovinose cadute da nuvole, peri, fichi o quant’altro, dacché su di esse si sarà già eseguita una ponderata riflessione atta a generarne la comprensione di base…
Questo, ad esempio, è giusto ciò che tempo addietro mi sono appuntato sul mio personale “manuale del pensiero…”
Lo stimabile Massimo Fini (una mente che io sovente trovo di dover ammirare parecchio in quanto socialmente pericolosa per la grave dissolutezza che sa esplicitare spesso in forma di sincerità), nel suo Elogio della Guerra, riesce bene a far comprendere al lettore come la guerra, volenti o nolenti, sia da sempre nel DNA “intellettuale” dell’uomo – e non ci si scappa, ahinoi: anche il più convinto pacifista, pur dotato di grande intelligenza, se per assurdo potesse vivere qualche centinaio d’anni, finirebbe prima o poi per scatenare una guerra… Perché anche l’essere umano più intelligente finisce per sentire possente il richiamo animale della lotta contro un potenziale avversario – e fin qui nulla ci sarebbe di male: noi viviamo e combattiamo giornalmente mille guerre, tuttavia esse non sono cruente e si risolvono magari con semplici scontri verbali. In fondo, anche la discussione che intratteniamo con il tal cafone che è passato col rosso al semaforo è una guerra, le cui armi sono fortunatamente solo quelle verbali; e l’esempio non sembri esagerato, perché il principio essenziale in gioco è lo stesso: uno scontro tra due contendenti per l’ottenimento di un risultato, che dia potere all’uno nei confronti dell’altro (nel caso citato la ragione, che metta in torto e in imbarazzo l’altro); e uno scontro che potrebbe essere anche solo verbale, portato su grande scala con il coinvolgimento di più individui dotati di potere decisionale, con interessi più grandi in gioco e con i magazzini militari ben riforniti di armamenti, facilissimamente diverrà una bella, letale guerra – ribadisco, con il genere umano non ci si scappa da ciò! L’alternativa è solo il martirio autoinflitto, il sacrificio, il lasciarsi andare ad una sorte decisa da altri con totale prostrazione: un suicidio totalmente inutile e totalmente antiumano, antivitale, immensamente stupido, che eppure ideologie deviate come la religione hanno “santificato” ed eletto a “ideale di vita”!
La questione dunque non è la guerra in sé: è semmai la logica di una guerra, la sua razionale sostenibilità, la sua coerenza; il problema è tutto qui, lo stupido genere umano è sostanzialmente incapace di comprendere il valore, il senso e l’effetto di una guerra, ovvero è incapace di comprendere quando una guerra sia sbagliata: non lo capisce, non l’ha capito in passato, ora e non lo capirà in futuro. Il nostro povero mondo è stato dilaniato da innumerevoli guerre, nella stragrandissima maggioranza totalmente sbagliate, illogiche, assurde, inutili e tremendamente nocive; perché io ammetto che vi possa essere una guerra giusta, ed è la guerra che muovo contro chi, con totale prepotenza, ingiustizia e malvagità, vuole sopraffare il mio naturale ed esclusivo diritto di libertà e di vita: un tale empio attacco merita una risposta dieci volte più possente e risolutiva! Ma invece quante guerre si combattono ancor oggi per immani stupidità geo-politiche, per terrificanti, imbecilli ideologicizzazioni religiose, per insulse mire di inutile potere! O per debolezza, totale, inguaribile debolezza e miseria, sofferta da chi non sa dare alcun valore alla propria azione di comando e dunque usa la forza per far credere di essere comunque potente, possente, rispettabile!
La “pace” del nostro mondo, quella che noi tutti dichiariamo di amare e per la quale tanti scendono nelle piazze a manifestare, sotto le più disparate insegne politiche o anche autonomamente, è in realtà non-guerra: ogni pace di cui la storia ci racconta, come quella che oggi certe parti del pianeta vive, non è che un intervallo di calma tra due conflitti, tutto qua! E – ennesima prova della stupidità umana – l’uomo, per apprezzare la pace, deve subire la guerra: ecco un altro, paradossale “buon” effetto della guerra! Quando una realtà di scontro tra due entità – statali, nazionali, razziali, religiose o quant’altro – supera quel punto di non ritorno oltre il quale l’opzione di belligeranza sembra l’unica sostenibile da tutti (ovvero quando il delirio di supremazia e di onnipotenza risveglia l’istinto animalesco alla lotta che alberga in ogni uomo – il quale in sé, come già detto, non comporta nulla di male), la guerra diventa a tutti gli effetti, e nella visione più realistica possibile, la miglior cosa da compiersi: perché, se la demenza dei contendenti è tale da non saper evitarla, ebbene è ciò che essi meritano; e in tale evenienza la guerra diviene veramente un elemento purificatore: ripulisce dal virus dell’idiozia umana con la medicina del dolore e della presa di coscienza, e genera la comprensione di quell’idiozia e della necessità di riconciliazione e di pace.
Se non fosse che – terribile controindicazione – a subirne le conseguenze più devastanti sono sempre gli innocenti… E se non fosse che, sulla guerra e sulle tante morti innocenti, c’è chi prospera e costruisce fortune… Una delle realtà effettive della guerra è anche questa: nella civiltà dell’uomo avido di denaro e di potere e incapace di comprendere appieno gli effetti delle proprie azioni, è ferma la certezza che si può lucrare di più e meglio sulla guerra che non sulla pace, e dunque un conflitto ogni tanto non guasta mai, tanto più se fatto lontano dalle proprie sontuose dimore, dalle proprie sicurezze e dagli armadi dove tanti scheletri sono nascosti… Si sa mai! - che un colpo di cannone, per lo spostamento d’aria, spalanchi quelle ante segrete e faccia uscire verità inconfessabili di alleanze sotterranee tra nemici ufficialmente acerrimi, o progetti di sterminii calcolati come voci di un bilancio aziendale da mandare in utile, o ancora evidenze di immani fosse comuni dove, oltre a cadaveri straziati, viene gettato il futuro del mondo, dilaniato da mire di inutile potere da un istante o poco più…
Ho scritto buone cose circa la guerra nei miei Discorsi di Sophia e Phil (richiedetemelo, se ne siete incuriositi/interessati); scrissi, parafrasando Schopenhauer, che agli uomini la vita non costa nulla, e dunque non ritengono un gran danno togliersela a vicenda – ah, se quell’entità o forza divina o meno che regala al genere umano la vita mettesse un mutuo su di essa da pagarsi nel corso dell’esistenza (ultima rata in punto di morte, e penale ultraterrena per chi non adempie completamente al pagamento del piano d’ammortamento…), forse gli stupidi uomini avrebbero un motivo in meno per cannoneggiarsi vicendevolmente: provate solo a sfiorare l’auto nuova fiammante al tale che ne ha appena firmato le cambiali d’acquisto per chissà quante rate, e vedrete che bella reazione di salvaguardia, altro che la vita!… Scrissi “che nelle guerre compiute dall’umanità, vi è una prerogativa sostanziale grazie a cui esse saranno sempre presenti nella storia dell’uomo… Chi conduce una guerra, sia che stia attaccando ovvero che si stia difendendo, crederà sempre di essere nella ragione – dunque, di aver diritto a guerreggiare…” e dichiarai che questo è il primo, vero segreto insito nell’essenza della guerra; scrissi che l’umanità è talmente stupida da considerare la pace come una conquista, dunque una cosa straordinaria, fuori dal comune, qualcosa da conquistare, appunto, dacché altrimenti non ne si potrebbe godere, non esisterebbe nella quotidianità: è la firma in calce al contratto di sussistenza di guerre e conflitti assortiti nel mondo per i prossimi due o tre millenni – almeno fino a quando l’intelletto umano non si corromperà al punto da cominciare a ragionare veramente e meglio di quanto sappia fare oggi, in tutta la sua untuosa e presuntuosa sapienza termonucleare… E scrissi che il nostro mondo, la nostra civiltà suddivisa in stati nati e conformati attraverso innumerevoli guerre, ha per questa realtà nel proprio destino la inevitabile sottomissione alla guerra: come un infante umano che nasce da esseri bipedi e con dita prensili naturalmente camminerà su due piedi e afferrerà gli oggetti grazie alle dita delle mani – come può uno stato nato grazie alla guerra non considerarla come buona soluzione ad una qualsiasi controversia, visto che da una bontà bellica precedente esso è stato partorito? – giubilo e tripudio nazional-statalistico!!!
Non credo tuttavia di aver scritto altre cose, perché il tempo passa e proporzionalmente il sarcasmo aumenta, e forse allora – nei momenti in cui la mia mente elucubrava di quei discorsi - era bastata la purezza di un tramonto infuocante le cime algide di neve delle Alpi che il mio sguardo aveva avuto la fortuna di catturare dalla finestra, per mettere da parte la sferza sarcastica e dare ancora qualche speranza alla mente umana e di più al cuore e allo spirito, per uscire dal tunnel della propria più grande stoltezza… Ma ecco che un breve lasso di tempo è bastato per notare che l’unico tunnel da cui il potere “mondiale” ama uscire è quello delle basi e degli hangar sotterranei che custodiscono i più letali armamenti, e di lì andare alla pugna con negli occhi le pupille a forma di dollari – come nei cartoni animati, ma con una differenza: in questi ci sono molti meno gioppini(< modo dialettale con cui mio padre definiva i cartoni, appunto)… Dunque prendo zaino e scarponi, ed elevato nella purezza delle vette immacolate (dall’umana sozzeria) come particella elementale nell’armonia sublime della Natura, m’allontano dal mondo per osservarne meglio le verità, e per riconoscere che quella sferza sarcastica messa allora da parte è ora da tirare fuori ed usare per bene, quanto meno per costruire i più alti baluardi possibili di parole e pensieri in difesa da quelli che, con il timone del mondo in mano, non sanno far altro che ricercare la continua autodistruzione contro gli scogli della più profonda e inguaribile demenza…
Quindi oggi, con il cinismo che mi sorge come un fiore altero da un cespuglio di rovi - in fuga verso la luce, e che quelle spine s’asfissino pure tra di esse, laggiù in basso! – devo dire e scrivere, leggendo pari pari la realtà e la sua palese verità, che gli uomini “comuni” che dichiarano di volere la pace per l’intero mondo, sono sovente quelli che soltanto non ricordano dove hanno nascosto le proprie armi; e che se al peggior guerrafondaio si tolgono le armi, forse si riuscirà a tenerlo tranquillo, e se al più convinto pacifista date un’arma, questo prima o poi la userà contro qualcuno – già vi accennavo poc’anzi… E dunque con l’immane demenza bellicosa del genere umano (la stessa da cui si genera di rimbalzo – come gemello diverso - anche il cosiddetto e modaiolo “pacifismo”, il cui senso concreto che manifesta viene meramente dal fatto che nel mondo vi è la guerra, così come, se nel mondo stesso vi fosse la pace, esso sarebbe “militarismo bellicista”, altrettanto modaiolo e anticonformista…) anche l’individuo illuminato deve forzatamente convivere, cercando di starsene il più lontano possibile da essa, tentando di salvaguardare gli innocenti che ne vengono coinvolti ma anche, con il più ragionevole cinismo, lasciando che chi non dimostra sufficiente sensatezza da non saper evitare una guerra, da essa venga punito e ripulito – pulizia del suo spirito dalla follia della guerra per ridare spazio alla logica naturale della pace, oppure pulizia del mondo da tali folli assassini, se nessuna ragione fiorisce nelle loro menti e nei loro spiriti…
Infine, come ultima, necessaria ratio, ci troviamo costretti ad adempiere al primo istinto naturale, il più ancestrale ma anche l’unico perennemente ineluttabile, la salvaguardia della nostra vita e del mondo in cui essa può prosperare nello scambio vicendevole di vitalità e di forza: dunque, bisogna essere contrari con tutte le energie ad ogni atto di guerra – ma se qualcuno fosse tanto dissennato da scatenarcene contro una – contro di noi, contro il nostro mondo, contro la nostra vita - bisogna saperla vincere nettamente… Usciamo a capo chino, noi spiriti illuminati apparentemente sconfitti da nostri simili troppo impegnati a sragionare, a delirare di potere e dominio e ricchezza e morte – costretti alla parossistica assurdità di dover difendere la pace anche con la guerra, ultima ratio, come detto, ma realisticamente da considerare, limite ultimo della razionalità, appunto, ovvero punto di contatto inevitabile tra due estremi opposti aventi identico fine: in fondo, un ritorno alla nostra natura animale, e a quell’istinto naturale già citato alla propria salvaguardia che altro non è se non il richiamo forte della vita, il grido – in un tal caso estremo disperato – d’aiuto e di difesa, l’urlo rabbioso verso chi o cosa della vita si palesa come nemico potenzialmente letale… Ecco che dunque in noi vi è già la più piena vittoria, il più grande, inequivocabile trionfo: quello della vita; e chi a favore di essa non combatte strenuamente, come detto, altro non merita se non la fine causata dalla propria demenza. Come indica una bella frase del vangelo – ancor più bella e nobile perché completamente trasgredita dalla pia camarilla religiosa, prova questa di eminente valore – chi di spada ferisca, di spada perisca: e noi, defilati e illuminati dalla luce della più onesta ancorché sprezzante obiettività, non ci curiamo di costoro, guardiamo e passiamo oltre - sicché la nostra parola giunga quando la pulizia dalla folle sozzura bellica abbia finalmente riportato l’inevitabile tabula rasa della e per la rinascente ragione…
Arte all’ombra del Resegone (pt.1)… Novembre 16, 2007
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Esultanza, gaudio, tripudio!…
Mi spiego: non sono riuscito a maturare una grandissima considerazione di Lecco quale città d’arte, ovvero capace di coltivare, recepire, trasmettere e in genere apprezzare l’arte, che mi è sempre parso un elemento relegato piuttosto in fondo alla lista delle cose che contano in città – e, polemizzo fino in fondo, mi sembra che in testa alla lista vi siano cose di una stupidità/futilità/inutilità tremende, cioè tutte quelle da provincia provincialotta-moralisticoborghesaccia-iperconformista-turboconsumistica- ultrastatussymbolizzata che altrimenti non-si-è-nessuno e non-si-conta-niente e così via… Ma certo questo è un mio opinabilissimo parere, e di sicuro la presenza in città della Federico Bianchi Contemporary Art pare un buon motivo per provare a darmi torto da solo – e già lo faccio con questo post che presenta l’evento artistico in corso… Andateci, lecchesi, che non c’è mica solo il cellulare nuovo e il SUV e l’happy hour e… - ops, scusate, sono ricaduto nell’opinabile polemica…
Domenico Piccolo – Abu Dis
29 settembre - 22 dicembre 2007
FEDERICO BIANCHI CONTEMPORARY ART LECCO
Lecco Piazza Manzoni 2
Abu dis come modello totalizzante da esportare nel mondo moderno occidentale. Un muro invalicabile col fine di dividere le persone isolandole e dimenticandole.
La separazione tra persone ad Abu Dis si ripete a Tijuana, città di frontiera tra Stati Uniti e Messico.
In questi due luoghi geografici la follia ha preso il sopravvento. Stati, considerati modelli del liberalismo e del benessere, si servono di questi orribili strumenti di oppressione per ampliare la repressione e il controllo sulle persone più deboli.
Le opere pittoriche di Domenico Piccolo non vogliono descrivere il male e l’ingiustizia; così facendo si correrebbe il rischio di banalizzarle e estetizzarle, rendendole accettabili all’osservatore.
L’intenzione, invece, è quella di suscitare indignazione civile pur sapendo che l’opera d’arte è una merce come altre.
Domenico Piccolo (Polistena, 1961) si è diplomato presso l’Accademia Albertina di Torino. E’ alla sua seconda personale presso la galleria Federico Bianchi Contemporary Art.
Vive e lavora a Torino.
dal 29 settembre al 22 dicembre 2007
Domenico Piccolo – Abu Dis
Federico Bianchi Contemporary Art
Piazza Manzoni, 2 - 23900 Lecco
Orario: da martedì a venerdì ore 15-19.30; sabato ore 10.30–19.30
Ingresso libero
Info: tel. +39 0341282902; info.lecco@federicobianchigallery.com; www.federicobianchigallery.com
Una serata al Dry Art Café Novembre 15, 2007
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Sapete quando ci si ritrova tra amici e ci si chiede la classica domanda: cosa facciamo, dove andiamo questa sera?…Beh, una gran bella idea sarebbe quella di passare una serata (e più d’una, naturalmente) al Dry Art Cafè!
Ad esempio…:
Sabato 24 novembre ore 21.15:
POETRY SLAM
-match tra poeti-
Una originale gara di lettura tra poeti (ad iscrizione gratuita) votati dal pubblico e da una giuria specializzata con, nel corso della serata, interventi di ospiti d’eccezione con letture e intermezzi musicali a cura di Gianandrea Esposito.
In pratica si chiede agli autori di inviare tre componimenti originali, editi o inediti, a tema libero, con i propri dati. Verranno selezionati 12 poeti, i quali accederanno al match, diviso in 2 round. Gli autori avranno a disposizione tre minuti di tempo per leggere una singola poesia, di propria composizione, a tema libero; nel caso in cui non saranno rispettati i tempi previsti, vi sarà una penalizzazioni sul punteggio conseguito. Alle performances poetiche faranno da sfondo videoproiezioni. Gli autori verranno giudicati dalla giuria del pubblico e dalla giuria critica. Gli spettatori, prima dell’inizio della serata, potranno chiedere di far parte della giuria, fino al raggiungimento massimo di 40 elementi. Il voto avverrà attraverso l’esibizione di alcuni cartellini identificati da differenti colori: cartellino rosso (=3 punti), cortellino rosa (=1 punto), nessun cartellino (=0 punti). La giuria critica assisterà alla gara ed esprimerà il proprio parere. Alla fine della manifestazioni emergeranno due vincitori: quello della giuria del pubblico e quello della giuria critica. I vincitori del match verranno premiati con libri e con la pubblicazione delle poesie sul sito della Mediateca di San Lazzaro di Savena, nel medesimo spazio saranno inoltre esposti, su appositi pannelli, i testi vincenti. Se abbisognate di ulteriori informazioni in merito: +39.333.22.06.226 - 051.39.00.09. Staff dell’evento: M.Pompei, M. Martines, M.Sirilli, S.Gatti.
…Ma di certo ora vi chiederete: sì, ma cos’è questo Dry Art Cafè?
Dry Art nasce nel 2000 da una costola del gruppo deicalciteatro, vincitore nel ‘98 del Premio Iceberg con l’opera prima “Sul fondo”. Altri lavori dell’ensemble, oramai sciolto, sono “SCAR ? ferita d’amore” e “Un Pinocchio spericolato”, entrambi finalisti del Premio Scenario 2000. Questi spettacoli sono stati presentati in importanti vetrine teatrali: Teatri90 di Milano, Cada die di Cagliari, Un abbraccio attraverso il mare di Spalato in Croazia, Scene Mediterranee di Ferrara, …
Nel 2000 viene inoltre pubblicato dall’editore leccese Piero Manni, col contributo di Bologna2000, il libro di Massimiliano Martines (drammaturgo e poeta dei succitati gruppi) “Della sete dell’anello”.
Massimiliano Martines, appunto, deus ex machina di Dry Art, ovvero un tipo quanto meno dinamico! Nasce a Galatina il 14 aprile 1974. Dal 1995 vive e opera a Bologna, città che ama moltissimo. Ha lavorato come attore con gruppi come il Teatro Valdoca e il Teatrino Clandestino, ha fondato la compagnia deicalciteatro da cui è poi nata l’esperienza di Dry_Art. Ha curato la regia di “Refrattario” (’97), “Un Pinocchio spericolato” (2000), “Rum Ofelia” (’01), “Abbandonàti” (’02), “Anima nera” (’03), “Les Enfants terribles” (’04), “Era male” (’05). Ha pubblicato nel 2000 per Manni Editore il libro di poesie “Della sete dell’anello” con prefazione di Roberto Roversi e postfazione di Mariangela Gualtieri. E’ del 2006 la sua seconda opera di poesia: “Ho scritto ti amo sullo specchio” (ed. Pendragon) con una nota di Roberto Roversi e la prefazione dell’Assessore alla Cultura della Provincia di Bologna Simona Lembi. Ha ricevuto segnalazioni e premi a concorsi letterari sia per la poesia che per la narrativa. E’ in uscita per Giraldi Editore “Anime infernali”, raccolta di testi di poesia e teatro con una presentazione di Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi cui il libro è dedicato. E’ autore di video tra cui spiccano “Sangue cattivo”, tratto da un’opera di Arthur Rimbaud, e “Zoo Berlin”, reportage poetico di un viaggio nella capitale tedesca. E’ in lavorazione il cd musicale “Ho scritto ti amo sullo specchio” con testi tratti dall’omonimo libro. Sarà un disco di contaminazione tra pop, rock e teatro, con un omaggio a Franco Battiato. Ha lavorato per 10 anni al Link di Bologna dove ha gestito il bar e il personale, attualmente ricopre le stesse mansioni al Cassero, sempre a Bologna, e gestisce, con Dry Art, il caffè letterario della Mediateca di San Lazzaro di Savena, il Dry Art Café per l’appunto, occupandosi nello specifico della programmazione culturale.
Ecco cosa sono Dry Art e il Dry Art Café! Due entità culturali assolutamente interessanti, contemporanee e molto attive; mi preme infatti qui segnalarvi le più recenti e le prossime iniziative che nascono e ruotano intorno a Dry Art:
- Sul n. 4 della rivista telematica ADIACENZE è possibile leggere l’intervento di Massimiliano Martines al forum “La realtà della rete”, tenutosi a Milano lo scorso 12 giugno presso la Palazzina Liberty, che ha analizzato i rapporti intercorrenti tra poesia e internet. L’intera Rivista, è scaricabile, in formato pdf, dal sito di Milanocosa
- Da metà novembre in tutte le edicole sarà disponibile il n. 28 di ROXY BAR, la rivista di musica arte e cultura in DVD, all’interno di questo numero la registrazione live di “Blu elettrico” degli ESCO (www.escomusic.it) e un frammento del reading di Massimiliano Martines che la precede.
- Tra novembre e dicembre è prevista l’uscita di “ANIME INFERNALI” (Giraldi Editore, Bologna) raccolta di testi di teatro e poesia di Massimiliano Martines con un’introduzione di Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi.
- E’ attivo il sito www.myspace.com/massimilianomartines dove è possibile ascoltare un’anteprima dei brani che andranno a comporre il cd, di prossima uscita, “Ho scritto ti amo sullo specchio”, tratto dall’omonimo libro edito da Pendragon nel 2006.
Fatene la conoscenza, dunque: ne vale la pena!
Associazione Culturale dry_art
via Flli Rosselli, 16
40121 BOLOGNA
Dry Art Café – il caffè letterario della
Mediateca di San Lazzaro di Savena
via Caselle, 22
40068 SAN LAZZARO DI SAVENA (BO)
www.dry-art.net
www.dry-art.splinder.com
www.myspace.com/massimilianomartines
info@dry-art.net
Tel: +39.333.22.06.226
René Barjavel, “La Notte dei Tempi” Novembre 14, 2007
Posted by rota in Di buone letture.add a comment
Negli ultimi tempi vi è stata una riscoperta, da parte di alcune case editrici, di certi classici della fantascienza “alta” (ovvero non quella tutta spazio-laser-alieni malefici e cose simili, certo non mediocre ma meno portata a raggiungere un vero e proprio senso letterario): è stato il caso di Minimum Fax e L’Uomo che cadde sulla Terra di Walter Tevis, o Marcos Y Marcos con Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Strugatzki, ed anche Nord ci mette del suo con La Notte dei Tempi di Renè Barjavel, romanzo pubblicato in origine nel 1969 che ebbe in patria un notevole successo.
La Notte dei Tempi è per buona parte un’altra opera di quella che io definisco “fantascienza possibile”, ovvero una storia “fantastica” solo perché non ancora avvenuta, e che potrebbe avvenire benissimo domani mattina – anche se, a differenza delle altre due opere sopra citate, si spinge in talune parti più verso una SF classica; la storia si pregia di svolgersi sul territorio più alieno (ancora oggi) del pianeta, dunque sfondo più “facile” per storie poste oltre la realtà: l’Antartide, nella quale in team internazionale di scienziati si troverà di fronte ad una scoperta che potrebbe cambiare la storia e il destino del mondo e dell’umanità… Naturalmente non svelo la trama, la quale – preciso subito – è chiara, ben scritta, e nel susseguirsi degli eventi che la animano, piuttosto intrigante; Barjavel, più che scrittore, è stato soprattutto sceneggiatore per il cinema e la TV (fu anche collaboratore della serie di Don Camillo), e La Notte dei Tempi lo rivela piuttosto palesemente: infatti il romanzo venne inizialmente ideata per il cinema, tuttavia mai realizzata per i costi troppo ingenti che la pellicola avrebbe richiesto, e dunque trasformata in opera editoriale. Non so se questo possa essere considerato un “difetto”, ma sicuramente si ha l’impressione che certe parti dello scritto, se supportate da immagini, risulterebbero meglio comprensibili e più logiche con le precedenti e le successive; non che la trama non possegga linearità , semmai (ribadisco, solo in certe parti) manca un poco di “consistenza”. Barjavel inoltre sceglie di aprire il romanzo dalla sua fine, dall’ultimissimo atto della vicenda narrata: soluzione spesso in uso da tanti scrittori, ma in un’opera per la quale il finale è senza dubbio il clou assoluto, ciò verso cui l’attenzione del lettore tende sempre più con interesse man mano che le pagine lette scorrano, tale scelta mi sembra privi il corpus narrativo generale di una parte del suo fascino – s’intenda, Barjavel non rivela subito come la vicenda si conclude, ma ne fa intuire il contesto…
Di contro, il soggetto de La Notte dei Tempi, è assai potente: l’idea antartica in particolare è stata più volte sfruttata in seguito soprattutto dalla cinematografia, ma più in generale il suo canovaccio basilare mi ha ricordato (almeno personalmente) altre realizzazioni, in primis – e soprattutto per la prima parte del romanzo – il bellissimo sceneggiato televisivo RAI A come Andromeda, cronologicamente successivo (1972) a La Notte dei Tempi ma basato su un romanzo antecedente (1962). Inoltre Barjavel dimostra una notevole inventiva preconizzatrice, ideando cose sicuramente di là da venire nel 1968 (anno in cui è stata concepita l’opera) ma poi realizzatesi: cito ad esempio, la rete che collegherà tutti i computer del mondo per far interagire i loro programmi e aiutare gli scienziati antartici a risolvere un certo enigma: e che cos’è questa, se non una visione di internet fatta quasi trent’anni prima?
Per finire, mi è sembrata interessante anche la “struttura” morale che sottostà al romanzo e dalla cui narrazione Barjavel fa’ scaturire e determinare, nonostante non sia così originale – ma probabilmente lo era ben più all’epoca della stesura originaria: a volerne tracciare un senso “finale”, sembra che l’autore voglia sottolineare la congenita perdita di memoria del genere umano, che da millenni permette alla nostra civiltà di continuare a commettere gli stessi errori di sempre, nonostante basterebbe, appunto, dare una anche minima attenzione alla storia per rilevare quegli errori e saperli evitare… Ma non vado oltre, perché tali saggezze dovrebbero essere cosa ovvia e risaputa (per delle creature intelligenti quanto gli uomini professano a sé stessi d’essere) e ovviamente non svelare indirettamente la vicenda del romanzo, il quale non è un capolavoro (o qualcosa di molto vicino a essere tale) come L’Uomo che cadde sulla Terra, e non ha la visionaria originalità di Picnic sul ciglio della strada: è un bel romanzo, ben scritto e piuttosto interessante, che piacerà molto agli appassionati del genere, a chi piacciono le storie ricche di suspense, e forse un po’ meno a chi abitualmente legge tutt’altri generi letterari.
Il Fil Rouge Novembre 13, 2007
Posted by rota in D'ira.add a comment

Nella foto: un gruppo di avvoltoi, ovvero uccelli saprofagi, ansiosi di banchettare in Italia.
Forse qualcuno a cui sarà capitato di leggere i numerosi scritti e post dello scrivente palesanti un non proprio orgoglio di dover circolare per il pianeta con – giocoforza, come scriveva Gianni Brera: la patria non si può scegliere… - un documento d’identità con su scritto “Repubblica Italiana”, si chiederà come lo scrivente stesso possa commentare le amenità accadute la scorsa domenica intorno a quella cosa ormai innominabile senza scadere nella generale volgarità e barbarie che, nel suo domenicale sopravvenire appunto, pare risultare il nerbo culturale maggioritario della “nazione”… Beh, da par mio, lo commento così:
“La Corte di Giustizia delle Comunità Europee ha condannato l’Italia per aver violato le normative UE sulla protezione dell’ambiente. In previsione dei Mondiali di sci nel 2005, infatti, nel 2003 l’ente Parco Nazionale dello Stelvio ha dato l’autorizzazione per l’adeguamento di infrastrutture sciistiche anche in zone a protezione speciale, contravvenendo così al loro status giuridico di tutela”.
(da Lo Scarpone, Notiziario Mensile del Club Alpino Italiano, Novembre 2007, pag.16 – forse l’unico organo d’informazione, nel suo inevitabile “elitarismo” di periodico d’una associazione ad iscrizioni, e a parte i più attivi siti web ambientalisti, a pubblicare la notizia. Le parti in grassetto sono dello scrivente).
…
Chiaro il senso?
Benvenuta, Fondazione Berardelli! Novembre 12, 2007
Posted by rota in Di cose belle.1 comment so far
Ricevo&segnalo (anche grazie anche ad Exibart, da cui traggo la prima dritta) un appuntamento alquanto interessante per quelli come lo scrivente (ma credo proprio non solo per quelli) appassionati di poesia sperimentale, ovvero di quelle forme d’arte e di comunicazione “ibride” nelle quali l’accostamento di parole e immagini riveste un ruolo primario generando suggestioni intriganti e stimolanti – dunque palesandosi come “arte” nella forma più piena… Ed è gran cosa che a Brescia sia nata una nuova entità specificatamente dedicata a questo tipo (ed altre similari) di ricerca artistica, che mi auguro faccia da fulcro attorno al quale possa ruotare la conoscenza, la comprensione e perché no la diffusione non solo della sperimentazione poetica ma della poesia in generale – che in Italia ce n’è bisogno, ohhsssecen’è bisogno!…

Ugo Carrega, La torre di Babele, 2007
Scultura in bronzo in 3 esemplari
82 x 37 x 8 cm
Nasce e comincia a operare a Brescia la Fondazione Berardelli, nuovo centro per l’arte contemporanea e per la poesia visiva, con il preciso scopo di diventare un punto di riferimento nazionale per tali discipline attraverso l’allestimento di una collezione permanente con, inizialmente, oltre 80 opere - ma destinante a diventare 200 e più entro la fine del 2008 grazie ai contributi di chi ha creato e creerà un canale collaborativo (artisti, appassionati, amici) con la Fondazione – e l’istituzione di un centro espositivo e di studi dedicato a questo movimento d’avanguardia, con l’organizzazione “programmatica” di 5 mostre annue dedicate alla poesia visiva. Un piccolo grande bengodi per i cultori della sperimentazione poetica, dunque, tant’è che nella sede della Fondazione trovano spazio autori quali Sarenco, Giovanni Fontana, Ugo Carrega, Julien Blaine, Jean-François Bory, Pierre Garnier, Fernando Millán, Ladislav Novak, Paul De Vree, Hans Clavin, Eugenio Miccini, Alain Arias Misson e altri ancora.
Infine non a caso, io credo, l’inaugurazione e l’inizio attività della Fondazione hanno luogo in concomitanza con l’ampia retrospettiva dal titolo La parola nell’arte, aperta al MART di Rovereto, e della mostra Alfabeti presso la Fondazione Sarenco ad Ospitaletto, creando una sorta di rete espositiva temporanea (nel concreto, ma c’è da augurarsi duratura nell’essenza) di interesse e attenzione verso quell’avanguardia che ha voluto e saputo generare nuove e/o innovative e/o non solite forme di comunicazione tramite la simbiosi in diverse fogge di parole e immagini – simbiosi assolutamente contemporanea e pregna di valore nel nostro ipersimbiotico mondo odierno. L’inaugurazione si è avuta grazie alla mostra:
UGO CARREGA. UN’ANTOLOGICA.
La Fondazione dà dunque inizio alla propria attività espositiva, che prevede annualmente cinque mostre dedicate alla Poesia Visiva, con una mostra dedicata, come scrive in catalogo Ilaria Bignotti, a: “Ugo Carrega, ovvero: il poeta e il pittore che, dalla seconda metà del Novecento ad oggi, ha saputo fondare un nuovo alfabeto creativo con il quale esprimere una personalissima avventura esistenziale, padre di un’”artescrittura” inimitabile e immediatamente riconoscibile, laddove la parola si unisce alla cosa, la mente si prolunga nella mano che traccia la forma, che segna la frase”.
Un artista che si inserisce in un movimento di cui, tuttavia, non condivide tutte le caratteristiche come la vena satirica in chiave socio-politica o l’analisi del linguaggio come messaggio, ma che ne sposa in pieno lo spirito libertario e di ricerca.
Del suo lavoro Carrega dice: “…Costantemente consapevole che ogni mio lavoro è una cellula di un organismo complesso, ho tentato e continuo a tentare di fare della poesia e della pittura un’unica cosa così che la parola sia immagine visiva, oltre che mentale, e il segno sia immagine mentale, oltre che visiva…”.
Una sessantina le opere esposte, che ne ripercorrono l’itinerario artistico, dagli anni sessanta ad oggi.
Ugo Carrega, nato a Genova Pegli nel 1935, inizia l’attività letteraria nel 1951. Convinto assertore dell’importanza della parola poetica che solo nella sua espressione visiva, fisica, trova la sua vera dimensione, pubblica nel 1958 il primo fascicolo di poesia sperimentale e visuale dal titolo: “èini”. Dopo il trasferimento a Milano, nel 1966, approfondisce la ricerca teorica sulla Poesia Visiva, elaborando il concetto di “scrittura simbiotica”, nato dall’esperienza di “TOOL: quaderni di scrittura simbiotica”, con cui si definisce quel campo della poesia sperimentale in cui agiscono pariteticamente segni di estrazione diversi.
Ha realizzato “ aaa ” con Mario Diacono, i “Quaderni di TOOL”, e il “Bollettino da dentro”. Ha diretto due numeri della rivista “ESTRA”. Ha fondato i centri culturali: Centro Suolo (1969), Centro TOOL (1971), che diventa poi Mercato del Sale (1974). Euforia Costante (1993). Nel 1988 ha costituito, anche grazie all’aiuto di Paolo Della Grazia, l’Archivio di Nuova Scrittura, oggi conservato al MART di Rovereto.
Per conoscenza e informazioni:
Fondazione Berardelli
Via Milano, 107
25126 Brescia
tel. 030.313888
www.fondazioneberardelli.org
e-mail: info@fondazioneberardelli.org
apertura mostra: fino al 10 gennaio 2008
orari: martedì - venerdì 15.30-19.30
sabato 10:00-12:00 e 15:30-19:30
altri orari su appuntamento
30 anni di “Muffa”… Novembre 10, 2007
Posted by rota in Della vita..., Di buona memoria.add a comment
Ho aspettato quasi tutto l’anno in corso per constatare se vi fossero adeguate celebrazioni di uno dei fenomeni culturali più importanti di cui si possa celebrare l’anniversario nel 2007, ma non mi è parso (a meno di ricuperi dell’ultim’ora) di leggere/vedere/sentire granché (a parte un bell’articolo su Exibart.onpaper, guarda caso! – e capirete tra poco perché “esclamo” ciò)… Eppure sono 30 anni – appunto nel 2007 – da quel 1977 in cui esplose la bomba Punk (letteralmente “muffa”, in italiano, e ho spiegato il titolo del post), deflagrando primariamente da Londra (ma non solo) in tutto il mondo: un evento probabilmente ancora oggi considerato troppo anarchico, iconoclasta e sfuggente a qualsiasi possibile controllo da poter essere considerato meritevole di una qualche reputazione da parte del panorama culturale più diffuso… L’immagine superficiale del movimento punk – quella fatta di creste colorate, borchie, catene, diti medi tesi verso ovunque e quant’altro – comunque assolutamente funzionale al senso che lo stesso ha poi avuto per la cultura giovanile e non solo in tutto il mondo, la vince ancora sulla considerazione che a mio modo di vedere merita, certamente per l’effetto che ha avuto sulla musica – primario mezzo di comunicazione del “messaggio” punk – ma anche sull’arte, sull’evoluzione di un certo modo di fare comunicazione, di fare politica perchenò, e di atteggiarsi alle varie cose della nostra realtà con un piglio per certi versi simile a quello del ’68 ma invero, probabilmente, di segno totalmente opposto – anche solo, appunto, dal lato politico, ove quello era assolutamente schierato ideologicamente mentre il punk, come detto, si connotò da subito con una fortissima anima anarchica e rigettante ogni forma ideologica più o meno politico/partitica… In sé il punk non ha inventato nulla, ha semmai estremizzato certe forme espressive che già da qualche anno si stavano manifestando: nella musica, ad esempio, mi vengono in mente band come MC5, Stooges, o certo glam che pare abbia tracciato per certi versi la via estetica dell’immagine del punk; oppure nell’arte, certa pop-art che agiva su miti e icone del presente del tempo, ovvero su conformismi e normalità, discutendole attraverso processi dall’impatto più o meno destrutturante… Oltre a questo, mi viene da pensare che il punk possa aver salvato – sì, proprio così, salvato – il pensiero e l’azione di un’intera generazione dalla inevitabile decadenza postsessantottina, ovvero quella che ha fatto di molti “sovversivi” del tempo dei perfetti manichini politically correct, come si dice oggi, attraverso l’assorbimento da parte di quel sistema che si voleva così pomposamente combattere – ma standoci da parte, sullo stesso piano… Il punk spazzava via invece ogni possibilità di confronto: fuck the system, negazione iconoclasta delle strutture dominanti con modi certamente sopra ogni immaginabile riga e dunque inevitabilmente (e consapevolmente) privi di futuro… Eppure, da tale insensata deflagrazione è probabilmente scaturito un modo di tenere ancora la schiena dritta contro il grave peso di dominazioni incurvanti, e un metodo di rivendicazione della propria libertà di pensiero e d’azione che, appunto, si è soprattutto realizzato in innumerevole forme artistiche dalla fortissima valenza politica, o socio-politica. Tutto quanto è venuto dopo, e fino ad oggi, sovente sono state soltanto riletture più o meno discostanti dall’originale, soprattutto in ambito sociale giovanile, di ciò che è stato il punk: il suo ceffone, che colpì con forza la prima volta nel 1977, sta facendo ancora oggi vibrare molta parte del mondo che lo ricevette, e l’eterno slogan che, da poco tempo dopo quella prima volta, ha cominciato ad echeggiare in ogni elemento che dal punk ricevette qualcosa – cioè punk not dead, “il punk non è morto”, in realtà un grido di aiuto contro una forse inevitabile fine, come capita ad ogni moto sociale che abbia contraddistinto un certo tempo (e si sa, il tempo non si può fermare) – per tutto quanto sopra continua oggi ad avere un senso, a sentenziare una realtà che non possiede sicuramente più il proprio originario slancio ma ne ha molti altri, forse meno sconquassanti e iconoclasti ma in certi casi ancora assai profondamente devianti, ribelli, sovversivi, conservanti ancora in essi le fiamme accese del fuoco anarchico così come in ogni soggetto/oggetto che voglia incessantemente ricercare la libertà vitale… Ecco, probabilmente il modo con cui vorrei omaggiare il punk, in questo suo 30° compleanno, è riconoscergli d’aver condensato a suo modo con forza d’urto forse mai così possente (prima e dopo) la voglia di libertà dell’individuo o del gruppo sociale da qualsiasi dominazione limitante: in fondo, poi, l’abito non ha mai fatto il monaco, e borchie e creste colorate sono meno ipocrite e immorali di certi perfetti doppiopetti o abiti talari indosso a molti personaggi di potere!…





