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Di scelte consapevoli, consapevoli visioni (al femminile) e buone occasioni per maggiori consapevolezze… Aprile 10, 2008

Posted by rota in Della vita..., Di cose belle, Di riflessioni Thuleane....
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Vorrei esprimere due parole, per cominciare, foggiandole più o meno in forma di “appello”, sul 5×1000, ovvero la nota possibilità di elargire, nella dichiarazione dei redditi, una quota a favore di enti che svolgono attività socialmente rilevanti…:
Sfruttate nel migliore dei modi a voi possibile questa preziosa opportunità; non fatevi attrarre soltanto dal “nome” e/o dal “prestigio” di un certo ente, magari cercate qualche informazione in più sulla sua attività e sulle modalità di utilizzo dei propri fondi; sappiate che ve ne sono alcuni che finanziariamente “meritano” più di altri – e non è tanto una questione di “qualità” dell’attività svolta ma semmai di concreto sostentamento di essa; sappiate che dietro altri vi sono già istituzioni finanziatrici; sappiate che certi sono tanto piccoli e sconosciuti quanto ammirevoli per ciò che riescono a fare; sappiate che alcuni altri probabilmente non sono così “puri di spirito” nel compiere la propria attività sociale, mirando sovente (e in modo indiretto, velato e nascosto) a tornaconti non tanto economici quanto politici e/o affini (meschinamente affini, direi…) e che, viceversa, un ente di assistenza sociale che sia indipendente da ogni pur minimo legame con istituzioni politiche, statali, religiose o quant’altro di simile, forse potrà garantire un minor pericolo che “altri” si possano approfittare della sua nobile opera (e dei suoi soldi!)… Ovvero – e concludo – che la più autentica attività sociale è quella totalmente disinteressata, libera, no-logo e, spesso, meno mediatizzata; ciò non nega sicuramente che vi siano enti con opposte peculiarità che possano risultare meritevoli della vostra attenzione e semmai, anche per questo, conferma quanto ho scritto in principio di questo “appello”, l’invito a una scelta che sia informata, consapevole e personale.


Sesto San Giovanni, periferia milanese o hinterland, per usare un termine che a tanti evocherà paesaggi grigi, casermoni orrendi, traffico, ciminiere che eruttano fumi maleodoranti… Eppure sovente, proprio da queste zone che opinioni convenzionali reputano in perenne degrado (e nelle quali, bisogna ammetterlo, nei decenni passati si è fatto molto per generare quella opinione…) vengono iniziative sociali veramente notevoli, che nascono da istituzioni di grande valore culturale e, in tal caso, preziosamente urbano – istituzioni che molte “grandi” città potrebbero tranquillamente invidiare… E’ il caso, appunto a Sesto San Giovanni, del Centro Culturale Sergio Valmaggi, che a riprova della sua notevole vitalità e personalità, offre in questi giorni (fino al 20 Aprile) un’esposizione d’arte contemporanea veramente originale e affascinante: Luci.A di Vania Elettra Tam, bellissime visioni al femminile di un mondo femminile giocate su un costante contrasto tra le piccole, banali cose quotidiane e le ben più intense e importanti “profondità” della vita, che forse rischiano di essere sempre più annullate dalle prime… Da visitare, anche – appunto – in omaggio al Centro Culturale Valmaggi e alla sua attività – e fate un giro anche nel sito di Vania Elettra Tam, davvero particolare e personale…

Due eventi didattici, ora, di cui ricevo comunicazione e che, l’uno in un modo e l’altro in un altro, possono rendere più… lieto il futuro di coloro i quali vi parteciperanno…

Fondazione Antonio Ratti
Provincia di Milano
Rappresentanza a Milano della Commissione europea
presentano

BANDO DI CONCORSO
CECAC - CORSO EUROPEO PER CURATORI DI ARTE CONTEMPORANEA
II edizione

Date del bando: 2 aprile – 16 giugno 2008
Visiting Professor Charles Esche
Visiting Artist Nedko Solakov
Date del Corso: 9 - 19 ottobre 2008, Milano

Il corso, a cura di Roberto Pinto e Gabi Scardi, offre la possibilità a giovani curatori, provenienti dai Paesi dell’Unione europea, di lavorare a fianco di un Visiting Professor di fama internazionale - che per questa seconda edizione sarà l’inglese Charles Esche, direttore del Van Abbemuseum di Eindhoven e Senior Research Fellow presso la University of the Arts of London, Central Saint Martins - analizzando criticamente aspetti teorici e operativi dell’attività curatoriale e approfondendo la conoscenza del contesto artistico attuale.
> Ogni utile informazione qui


Corso di Dado Tedeschi per aspiranti comici: “Come sopravvivere nella giungla” - 19 e 20 Aprile 2008 a Bologna, ore 14,00-18.00
Sabato 19 e 20 aprile, dalle ore 14,00 alle ore 18,00 si terrà a Bologna, presso una delle aule della Parrocchia di San Vincenzo de’ Paoli, Via Ristori, 1, quartiere San Donato, un corso dell’autore e cabarettista Dado Tedeschi, già autore di “Colorado Cafè” e “Mai dire…” dal titolo “Come sopravvivere nella giungla” che verterà su quanto segue:
Una volta che l’aspirante comico ha pronto un testo si può dire pronto anche per lavorare nei locali? Purtroppo no, e non solo per l’inesperienza attoriale, ma perché non ha idea di come funzioni per un cabarettista lo spazio fisico di un locale, con tutte le realtà che comprende. Il corso cerca di occuparsi proprio di questo aspetto del lavoro del comico, ovvero cerca di insegnare qualche trucchetto utile per “sporcare” il proprio spettacolo e cavarsela in qualsiasi frangente. Il termine trucchetto, che sembra preludere a qualche scorciatoia poco pulita, in realtà è limitativo, gli elementi che verranno insegnati sono necessari alla vita del comico. Si imparerà come gestire pubblici particolarmente irrequieti, come usare i materiali della volgarità (non necessaria ma senz’altro spesso presente negli spettacoli comici) come il sesso e le parolacce, in modo intelligente e non gratuito, imparerete come uscire dal testo per improvvisare e come rientrare nel testo stesso, e avrete più di un’infarinatura sulle diverse di tipologie di spazio lavorativo (birrerie, teatri, discoteche, feste di piazza) e di gestori, senza trascurare informazioni utili sul discorso commerciale (che tipo di professionista è un comico, cos è la SIAE, cos’è l’ENPALS). Insomma un corso che parte dall’arte per insegnare anche l’artigianato, che insegna a utilizzare la creatività al servizio di una struttura precisa e che fa respirare il cabaret non solo nel sogno di gloria del successo televisivo ma anche nella sua dimensione quotidiana”.
Per ulteriori dettagli: http://www.dadotedeschi.it/indexx.html
Per informazioni e iscrizioni al corso: m.mezzetti2003@libero.it

A “palle ferme”: Graziano Cecchini, “artista” o “pallista”*? Febbraio 4, 2008

Posted by rota in Della vita..., Di tutto di più!.
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*: vista la sua, ad oggi, ultima performance
Mmmm, bene, proviamo a fare qualche considerazione – letteralmente a palle ferme, ovvero passate le disquisizioni a caldo e giacché molte di quelle che hanno saltellato sulla scalinata di Trinità dei Monti a Roma sono bell’e vendute su Ebay - su Graziano Cecchini, il sedicente “artista futurista” autore della già citata cascata di palle colorate e, prima, della colorazione in rosso dell’acqua della Fontana di Trevi…

foto_fontana_trevi_rossa.jpg
Foto tratta da http://magazine.excite.it/

Dunque, punto primo, mi sfugge ancora abbastanza cosa centri il futurismo con le azioni del Cecchini… Arrivo ad ipotizzare un accostamento a quanto postulava il movimento marinettiano circa la lotta all’immobilismo e a tutto quanto fosse emblema del passato – in tal caso rappresentato da due di più classici monumenti romani, il cui aspetto “immobile” il Cecchini ha voluto traviare, mutare in modo anche violento nella sua drasticità… Ma attendo eventuali ulteriori delucidazioni in merito, dall’autore o da chi per lui…
Punto secondo: «La mia è un’operazione artistica che va oltre la protesta - afferma - la scalinata non è stata assolutamente danneggiata e mai lo sarebbe stato. La mia è stata una performance per spiegare la dinamica del movimento e la bellezza del colore. Con tutto questo voglio evidenziare il fatto che in Italia siamo oltre l’emergenza: i rifiuti in Campania, i morti sul lavoro di Torino, la crisi economica del Paese, il Papa che non può andare all’università La Sapienza perché contestato dagli studenti. Siamo in una repubblica delle banane e in questo malaffare tutti hanno le loro responsabilità. Siccome reputo di essere un artista d’avanguardia ho voluto evidenziare questo malessere con il ’movimento’ di palle. Se ho sbagliato pagherò. D’altronde sono sempre stato molto pragmatico». Così dichiara Graziano Cecchini ai media, in un bel bailamme argomentante, a dirla tutta, un poco da bar, e che non spinge molto oltre la protesta, e pure piuttosto superficialotta, le sue azioni, come invece egli asserisce… Ma su una cosa ha ragione: nulla è stato danneggiato, non siamo davanti ad atti di vandalismo, e i tanti (soprattutto politici e amministratori pubblici vari, insieme ai tanti giornalisti-lecchini d’ordinanza) che hanno gridato alla “devastazione di preziosi tesori artistici” forse dovrebbero prima guardarsi in terra attorno a loro, e valutare quanto le proprie azioni non siano sovente assai più vandaliche di quelle in discussione…
Terza cosa, mettendo da parte ogni valutazione critica e prescindendo dal “programma artistico” dichiarato, un certo valore estetico il Cecchini l’ha conseguito: la Fontana di Trevi rossa era bizzarramente bella, idem le palline colorate rimbalzanti su Trinità dei Monti e finite in parte nella Fontana della Barcaccia; il trasformare improvvisamente ambiti solenni e immutabili in attrazioni per certi versi da parco giochi non ha certo causato disgusto e dispiacere quali prime suggestioni in chi abbia assistito ai gesti, ma sicuramente un istante di inopinato, smarrito e infantile divertimento, ovvero una “emozione” che non può che giovare all’atmosfera cittadina contemporanea di una grande città come Roma – e come qualsiasi altra, le cui normali quotidianità non mi pare in genere stimolino inducano felicità e appagamento…


Uno dei tanti video dell’azione a Trinità dei Monti presente su YouTube

Quarto, a fronte delle citate accuse e censure “istituzionali” (con susseguenti arresti e rilasci immediati, perché di reati, come detto, non ve ne sono), il Cecchini ha invece avuto un gran successo tra la gente comune: basta fare un giro sul web per leggere, in siti, blog ed anche su qualche media, di approvazioni spesso entusiastiche… Sincere? O se egli avesse colorato di rosso la vasca da bagno o riempito il soggiorno di casa di questi supporters, avrebbero reagito in altro modo?… In ogni caso, anche per quanto sopra esposto, non fatico a comprendere quegli entusiasmi, almeno dal punto di vista prettamente urbano-estetico…
Quinto, sia il Cecchini artista o meno, sicuramente è un furbone: probabilmente voleva notorietà e l’ha trovata, pare che l’azione di Trinità dei Monti sia stata sponsorizzata e, dunque, con spese coperte, ugualmente sembra non fosse segreta ma annunciata ad una adeguata troupe per ricavarne un bel reportage… Beh, ci siamo capiti – alla faccia di chissà quanti talenti, di innumerevoli nuovi De Chirico o Warhol che nessuno se li fila e i cui quadri marciscono in puzzolenti cantine o garage…
Insomma, per tirare le fila del discorso: se fossi uno di quelli atti a dibattere e giudicare ufficialmente d’arte e dintorni, definirei quella di Graziano Cecchini una bizzarra e non usuale forma di in-urban land art: un intervento temporaneo sul paesaggio urbano (in urban) tuttavia suscitante in molti immagini di mutazione negativa di esso (inurban), il tutto fondato su un pensiero – ammettiamo che ci sia – e non, solo secondariamente, su un piacere estetico – che però diventa primario nella percezione popolare, visto il contesto… Ma non sono un critico d’arte, e non ho titoli per giudicare accademicamente; se posso esprimere il mio pensiero – e farlo in maniera sinteticamente pratica: se l’arte è in primis comunicazione, è tale quella del Cecchini? ! Se l’arte è espressione creativa ed estetica, è tale quella del Cecchini? Ma , dai! Se l’arte è individuata dal significato che esprime, è tale quella del Cecchini? ! Se l’arte deve anche inevitabilmente riscontrare un certo pubblico consenso di sé per essere considerata tale, lo ha ottenuto quella del Cecchini? Beh, direi di … Totale (e opinione finale): nì+sì+nì+sì, al netto delle citate superficialità e di una certa innegabile “furbizia (mediatizzata)” del suo autore, per quanto mi riguarda non mi dispiacerà se Graziano Cecchini vorrà darci ulteriori prove (e sostegni) della sua “arte”, per far che su di essa i dubbi sul suo reale valore possano diradarsi…

Qualche appunto sulla vicenda Ratzinger/La Sapienza Gennaio 16, 2008

Posted by rota in D'inevitabili sarcasmi, D'ira, Della vita..., Di devianze..., Di tutto di più!.
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foto_papasapienza.jpg
(immagine tratta da www.corriere.it)

Mi permetto di esprimere qualche osservazione sulla vicenda Ratzinger/La Sapienza (peraltro già ora fin troppo mediatizzata e strumentalizzata, in perfetto italiota style) posto che questo blog pubblica qui e là dei post riguardo l’essenza e la presenza dell’ideologia religiosa sulla nostra società, e rimarcando – se mai ancora ve ne fosse bisogno – la posizione dello scrivente, assolutamente (ma non assolutisticamente!) agnostica, libertaria, anticlericale, e perfettamente consapevole che l’intreccio tra fede e religione – cioè tra un bisogno di spiritualità intima individuale e una dottrina ideologica in forma di potere dominante di massa che su quel bisogno si è appoggiata, calpestandolo – è quanto di più spaventoso, deleterio e appestante la mente umana abbia mai saputo concepire, come ben palesato dai libri di storia antica e moderna…
Schematizzo il tutto, per renderlo massimamente chiaro e inequivocabile:
1. Il Rettore dell’Università La Sapienza, Prof. Guarini, vuoi per ingenuità, vuoi per accondiscendenza mentale o inettitudine, ha commesso il primario e scatenante errore, probabilmente anche superando le facoltà “istituzionali” della propria posizione o quanto meno sfruttandole in maldestrissimo modo.
2. Preso il granchio, io – con ciò in cui penso e che ho ribadito poc’anzi – non avrei impedito la visita di chicchessia in università, perché la scienza è libertà, come è libertà l’agnosticismo, l’ateismo e/o qualsiasi espressione di difesa del pensiero, diritto naturale dell’essere umano – anche se l’invitato opera con costanza a negare tale diritto naturale ed è rappresentante massimo di questa secolare negazione.
3. Per quanto sopra, forse si è persa una buona occasione di dimostrare, in maniera civile tanto quanto decisa, possente e indiscutibile, la contrarietà di ogni libero individuo - o spirito libero, avrebbe detto Nietzsche - verso il papa e ciò che rappresenta (magari, come ha proposto un docente della Sapienza, girando le spalle, docenti e studenti, quando Ratzinger avrebbe preso la parola e per tutto il discorso, o con altre forme di protesta del genere; peraltro Ratzinger ha già più volte dimostrato, nei suoi discorsi da “fine intellettuale”, di dire cose inevitabilmente contestabili, anche da chi non fosse decisamente contrario alla sua persona…).
4. Eppoi (punto amaramente sarcastico) come poter impedire la visita in una istituzione pubblica italiana di chi pubblicamente comanda in Italia?…
5. Cosa assai triste, invece, è la rinnovata, totale e miserrima genuflessione degli organi di informazione (eccetto quelli “storicamente” avversi alla chiesa) verso il papa: non uno dico, non uno che abbia tentato un’analisi seria e oggettiva della vicenda (pur, ripeto, nella fin da subito esagerata esposizione mediatica), non uno che abbia provato a scrivere: bene, vediamo perché non sarebbe giusto far parlare il papa in una università pubblica… No, tutti proni a scagliar parole e condanne contro i nuovi eretici così uguali le une alle altre: forse ricevute per telepatia (e per vuoto mentale) direttamente dall’antenna di radio vaticana?… Esempio illuminante di tale amebico atteggiamento è l’editoriale sul Corriere di oggi di Ernesto Galli della Loggia, il quale in pratica arriva addirittura a indicare, tra i cattivi dell’umanità (dunque causa “diretta”, a quanto pare, dell’accaduto) Voltaire, opponendolo a Bellarmino, e così dimenticando completamente (vuoto mentale, appunto) se io (e chiunque altro come me) sto scrivendo qui e se penso ciò che sto scrivendo (e se, con altri motivi, penso quel che penso della chiesa) ma soprattutto se lui scrive e può scrivere ciò che vuole scrivere (e pensare) è proprio anche grazie a Voltaire… Che tristezza, che voltastomaco…
6. Infine, vorrei invitare chiunque a farsi della vicenda la propria libera opinione, qualsiasi essa sia, e, appunto, non considerare tutto quanto verrà sull’argomento dai mass-media: non ci vuol molto a prevedere che ci sarà un surplus di produzione di letame (sono molto fine!) in giro, nei prossimi tempi (“clima inaccettabile”, “danno alle relazioni stato-chiesa”, “vittoria laica”… Quante parole idiote gettate al vento!…)… Invero, l’essenza della religione, l’effetto della sua ideologia sulla nostra società, la realtà, la verità e la cronaca di tale effetto, la laicità, la libertà di pensiero e il futuro di esso sono argomenti elevati, più elevati, e palesemente lo sono fin troppo per i mass-media italiani…
7. “Se c’è un Dio, l’ateismo deve sembrargli una minore ingiuria che la religione” (Edmond e Jules de Goncourt, Diario, 1868, citato dal sito UAAR - probabilmente degli altri scellerati, per Galli della Loggia)…

Sulla Guerra… Novembre 17, 2007

Posted by rota in Della vita....
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Strip di Quino (Joaquìn Lavado, fumettista argentino) da “Voi grandi siete tutti uguali” (Fabbri Editori), che compare anche in un’altra nuova raccolta Fabbri dal titolo “Se fosse per me farei la pace!“)

Ultimamente – ovvero forse più che in un recente passato - certi personaggi di potere più o meno planetario si sono presi l’allegra briga di ritirare fuori e sparare pubblicamente, in modo anche piuttosto “sportivo”, termini come “guerra nucleare”, “terza guerra mondiale”, “riarmo nucleare” e amenità simili… Non sono certo talmente sprovveduto da essere cascato dal pero per averle udite, dacché non si trattava della questione di riesumare parole non più in uso, ma di ricominciare a pronunciarle pubblicamente, e non solo al chiuso degli uffici di potere… Posto ciò, a Thule è buona usanza mettere su carta le proprie idee su qualsiasi cosa di rilevante a questo mondo, in modo da fissarne in una sorta di “manuale del proprio pensiero e dei propri principi” il valore per sé stessi e per il tempo futuro ancora da venire, cosicché quand’esso verrà certe realtà non provocheranno – appunto – rovinose cadute da nuvole, peri, fichi o quant’altro, dacché su di esse si sarà già eseguita una ponderata riflessione atta a generarne la comprensione di base…
Questo, ad esempio, è giusto ciò che tempo addietro mi sono appuntato sul mio personale “manuale del pensiero…”

Lo stimabile Massimo Fini (una mente che io sovente trovo di dover ammirare parecchio in quanto socialmente pericolosa per la grave dissolutezza che sa esplicitare spesso in forma di sincerità), nel suo Elogio della Guerra, riesce bene a far comprendere al lettore come la guerra, volenti o nolenti, sia da sempre nel DNA “intellettuale” dell’uomo – e non ci si scappa, ahinoi: anche il più convinto pacifista, pur dotato di grande intelligenza, se per assurdo potesse vivere qualche centinaio d’anni, finirebbe prima o poi per scatenare una guerra… Perché anche l’essere umano più intelligente finisce per sentire possente il richiamo animale della lotta contro un potenziale avversario – e fin qui nulla ci sarebbe di male: noi viviamo e combattiamo giornalmente mille guerre, tuttavia esse non sono cruente e si risolvono magari con semplici scontri verbali. In fondo, anche la discussione che intratteniamo con il tal cafone che è passato col rosso al semaforo è una guerra, le cui armi sono fortunatamente solo quelle verbali; e l’esempio non sembri esagerato, perché il principio essenziale in gioco è lo stesso: uno scontro tra due contendenti per l’ottenimento di un risultato, che dia potere all’uno nei confronti dell’altro (nel caso citato la ragione, che metta in torto e in imbarazzo l’altro); e uno scontro che potrebbe essere anche solo verbale, portato su grande scala con il coinvolgimento di più individui dotati di potere decisionale, con interessi più grandi in gioco e con i magazzini militari ben riforniti di armamenti, facilissimamente diverrà una bella, letale guerra – ribadisco, con il genere umano non ci si scappa da ciò! L’alternativa è solo il martirio autoinflitto, il sacrificio, il lasciarsi andare ad una sorte decisa da altri con totale prostrazione: un suicidio totalmente inutile e totalmente antiumano, antivitale, immensamente stupido, che eppure ideologie deviate come la religione hanno “santificato” ed eletto a “ideale di vita”!
La questione dunque non è la guerra in sé: è semmai la logica di una guerra, la sua razionale sostenibilità, la sua coerenza; il problema è tutto qui, lo stupido genere umano è sostanzialmente incapace di comprendere il valore, il senso e l’effetto di una guerra, ovvero è incapace di comprendere quando una guerra sia sbagliata: non lo capisce, non l’ha capito in passato, ora e non lo capirà in futuro. Il nostro povero mondo è stato dilaniato da innumerevoli guerre, nella stragrandissima maggioranza totalmente sbagliate, illogiche, assurde, inutili e tremendamente nocive; perché io ammetto che vi possa essere una guerra giusta, ed è la guerra che muovo contro chi, con totale prepotenza, ingiustizia e malvagità, vuole sopraffare il mio naturale ed esclusivo diritto di libertà e di vita: un tale empio attacco merita una risposta dieci volte più possente e risolutiva! Ma invece quante guerre si combattono ancor oggi per immani stupidità geo-politiche, per terrificanti, imbecilli ideologicizzazioni religiose, per insulse mire di inutile potere! O per debolezza, totale, inguaribile debolezza e miseria, sofferta da chi non sa dare alcun valore alla propria azione di comando e dunque usa la forza per far credere di essere comunque potente, possente, rispettabile!
La “pace” del nostro mondo, quella che noi tutti dichiariamo di amare e per la quale tanti scendono nelle piazze a manifestare, sotto le più disparate insegne politiche o anche autonomamente, è in realtà non-guerra: ogni pace di cui la storia ci racconta, come quella che oggi certe parti del pianeta vive, non è che un intervallo di calma tra due conflitti, tutto qua! E – ennesima prova della stupidità umana – l’uomo, per apprezzare la pace, deve subire la guerra: ecco un altro, paradossale “buon” effetto della guerra! Quando una realtà di scontro tra due entità – statali, nazionali, razziali, religiose o quant’altro – supera quel punto di non ritorno oltre il quale l’opzione di belligeranza sembra l’unica sostenibile da tutti (ovvero quando il delirio di supremazia e di onnipotenza risveglia l’istinto animalesco alla lotta che alberga in ogni uomo – il quale in sé, come già detto, non comporta nulla di male), la guerra diventa a tutti gli effetti, e nella visione più realistica possibile, la miglior cosa da compiersi: perché, se la demenza dei contendenti è tale da non saper evitarla, ebbene è ciò che essi meritano; e in tale evenienza la guerra diviene veramente un elemento purificatore: ripulisce dal virus dell’idiozia umana con la medicina del dolore e della presa di coscienza, e genera la comprensione di quell’idiozia e della necessità di riconciliazione e di pace.
Se non fosse che – terribile controindicazione – a subirne le conseguenze più devastanti sono sempre gli innocenti… E se non fosse che, sulla guerra e sulle tante morti innocenti, c’è chi prospera e costruisce fortune… Una delle realtà effettive della guerra è anche questa: nella civiltà dell’uomo avido di denaro e di potere e incapace di comprendere appieno gli effetti delle proprie azioni, è ferma la certezza che si può lucrare di più e meglio sulla guerra che non sulla pace, e dunque un conflitto ogni tanto non guasta mai, tanto più se fatto lontano dalle proprie sontuose dimore, dalle proprie sicurezze e dagli armadi dove tanti scheletri sono nascosti… Si sa mai! - che un colpo di cannone, per lo spostamento d’aria, spalanchi quelle ante segrete e faccia uscire verità inconfessabili di alleanze sotterranee tra nemici ufficialmente acerrimi, o progetti di sterminii calcolati come voci di un bilancio aziendale da mandare in utile, o ancora evidenze di immani fosse comuni dove, oltre a cadaveri straziati, viene gettato il futuro del mondo, dilaniato da mire di inutile potere da un istante o poco più…
Ho scritto buone cose circa la guerra nei miei Discorsi di Sophia e Phil (richiedetemelo, se ne siete incuriositi/interessati); scrissi, parafrasando Schopenhauer, che agli uomini la vita non costa nulla, e dunque non ritengono un gran danno togliersela a vicenda – ah, se quell’entità o forza divina o meno che regala al genere umano la vita mettesse un mutuo su di essa da pagarsi nel corso dell’esistenza (ultima rata in punto di morte, e penale ultraterrena per chi non adempie completamente al pagamento del piano d’ammortamento…), forse gli stupidi uomini avrebbero un motivo in meno per cannoneggiarsi vicendevolmente: provate solo a sfiorare l’auto nuova fiammante al tale che ne ha appena firmato le cambiali d’acquisto per chissà quante rate, e vedrete che bella reazione di salvaguardia, altro che la vita!… Scrissi “che nelle guerre compiute dall’umanità, vi è una prerogativa sostanziale grazie a cui esse saranno sempre presenti nella storia dell’uomo… Chi conduce una guerra, sia che stia attaccando ovvero che si stia difendendo, crederà sempre di essere nella ragione – dunque, di aver diritto a guerreggiare…” e dichiarai che questo è il primo, vero segreto insito nell’essenza della guerra; scrissi che l’umanità è talmente stupida da considerare la pace come una conquista, dunque una cosa straordinaria, fuori dal comune, qualcosa da conquistare, appunto, dacché altrimenti non ne si potrebbe godere, non esisterebbe nella quotidianità: è la firma in calce al contratto di sussistenza di guerre e conflitti assortiti nel mondo per i prossimi due o tre millenni – almeno fino a quando l’intelletto umano non si corromperà al punto da cominciare a ragionare veramente e meglio di quanto sappia fare oggi, in tutta la sua untuosa e presuntuosa sapienza termonucleare… E scrissi che il nostro mondo, la nostra civiltà suddivisa in stati nati e conformati attraverso innumerevoli guerre, ha per questa realtà nel proprio destino la inevitabile sottomissione alla guerra: come un infante umano che nasce da esseri bipedi e con dita prensili naturalmente camminerà su due piedi e afferrerà gli oggetti grazie alle dita delle mani – come può uno stato nato grazie alla guerra non considerarla come buona soluzione ad una qualsiasi controversia, visto che da una bontà bellica precedente esso è stato partorito? – giubilo e tripudio nazional-statalistico!!!
Non credo tuttavia di aver scritto altre cose, perché il tempo passa e proporzionalmente il sarcasmo aumenta, e forse allora – nei momenti in cui la mia mente elucubrava di quei discorsi - era bastata la purezza di un tramonto infuocante le cime algide di neve delle Alpi che il mio sguardo aveva avuto la fortuna di catturare dalla finestra, per mettere da parte la sferza sarcastica e dare ancora qualche speranza alla mente umana e di più al cuore e allo spirito, per uscire dal tunnel della propria più grande stoltezza… Ma ecco che un breve lasso di tempo è bastato per notare che l’unico tunnel da cui il potere “mondiale” ama uscire è quello delle basi e degli hangar sotterranei che custodiscono i più letali armamenti, e di lì andare alla pugna con negli occhi le pupille a forma di dollari – come nei cartoni animati, ma con una differenza: in questi ci sono molti meno gioppini(< modo dialettale con cui mio padre definiva i cartoni, appunto)… Dunque prendo zaino e scarponi, ed elevato nella purezza delle vette immacolate (dall’umana sozzeria) come particella elementale nell’armonia sublime della Natura, m’allontano dal mondo per osservarne meglio le verità, e per riconoscere che quella sferza sarcastica messa allora da parte è ora da tirare fuori ed usare per bene, quanto meno per costruire i più alti baluardi possibili di parole e pensieri in difesa da quelli che, con il timone del mondo in mano, non sanno far altro che ricercare la continua autodistruzione contro gli scogli della più profonda e inguaribile demenza…
Quindi oggi, con il cinismo che mi sorge come un fiore altero da un cespuglio di rovi - in fuga verso la luce, e che quelle spine s’asfissino pure tra di esse, laggiù in basso! – devo dire e scrivere, leggendo pari pari la realtà e la sua palese verità, che gli uomini “comuni” che dichiarano di volere la pace per l’intero mondo, sono sovente quelli che soltanto non ricordano dove hanno nascosto le proprie armi; e che se al peggior guerrafondaio si tolgono le armi, forse si riuscirà a tenerlo tranquillo, e se al più convinto pacifista date un’arma, questo prima o poi la userà contro qualcuno – già vi accennavo poc’anzi… E dunque con l’immane demenza bellicosa del genere umano (la stessa da cui si genera di rimbalzo – come gemello diverso - anche il cosiddetto e modaiolo “pacifismo”, il cui senso concreto che manifesta viene meramente dal fatto che nel mondo vi è la guerra, così come, se nel mondo stesso vi fosse la pace, esso sarebbe “militarismo bellicista”, altrettanto modaiolo e anticonformista…) anche l’individuo illuminato deve forzatamente convivere, cercando di starsene il più lontano possibile da essa, tentando di salvaguardare gli innocenti che ne vengono coinvolti ma anche, con il più ragionevole cinismo, lasciando che chi non dimostra sufficiente sensatezza da non saper evitare una guerra, da essa venga punito e ripulito – pulizia del suo spirito dalla follia della guerra per ridare spazio alla logica naturale della pace, oppure pulizia del mondo da tali folli assassini, se nessuna ragione fiorisce nelle loro menti e nei loro spiriti…
Infine, come ultima, necessaria ratio, ci troviamo costretti ad adempiere al primo istinto naturale, il più ancestrale ma anche l’unico perennemente ineluttabile, la salvaguardia della nostra vita e del mondo in cui essa può prosperare nello scambio vicendevole di vitalità e di forza: dunque, bisogna essere contrari con tutte le energie ad ogni atto di guerra – ma se qualcuno fosse tanto dissennato da scatenarcene contro una – contro di noi, contro il nostro mondo, contro la nostra vita - bisogna saperla vincere nettamente… Usciamo a capo chino, noi spiriti illuminati apparentemente sconfitti da nostri simili troppo impegnati a sragionare, a delirare di potere e dominio e ricchezza e morte – costretti alla parossistica assurdità di dover difendere la pace anche con la guerra, ultima ratio, come detto, ma realisticamente da considerare, limite ultimo della razionalità, appunto, ovvero punto di contatto inevitabile tra due estremi opposti aventi identico fine: in fondo, un ritorno alla nostra natura animale, e a quell’istinto naturale già citato alla propria salvaguardia che altro non è se non il richiamo forte della vita, il grido – in un tal caso estremo disperato – d’aiuto e di difesa, l’urlo rabbioso verso chi o cosa della vita si palesa come nemico potenzialmente letale… Ecco che dunque in noi vi è già la più piena vittoria, il più grande, inequivocabile trionfo: quello della vita; e chi a favore di essa non combatte strenuamente, come detto, altro non merita se non la fine causata dalla propria demenza. Come indica una bella frase del vangelo – ancor più bella e nobile perché completamente trasgredita dalla pia camarilla religiosa, prova questa di eminente valore – chi di spada ferisca, di spada perisca: e noi, defilati e illuminati dalla luce della più onesta ancorché sprezzante obiettività, non ci curiamo di costoro, guardiamo e passiamo oltre - sicché la nostra parola giunga quando la pulizia dalla folle sozzura bellica abbia finalmente riportato l’inevitabile tabula rasa della e per la rinascente ragione…

30 anni di “Muffa”… Novembre 10, 2007

Posted by rota in Della vita..., Di buona memoria.
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Ho aspettato quasi tutto l’anno in corso per constatare se vi fossero adeguate celebrazioni di uno dei fenomeni culturali più importanti di cui si possa celebrare l’anniversario nel 2007, ma non mi è parso (a meno di ricuperi dell’ultim’ora) di leggere/vedere/sentire granché (a parte un bell’articolo su Exibart.onpaper, guarda caso! – e capirete tra poco perché “esclamo” ciò)… Eppure sono 30 anni – appunto nel 2007 – da quel 1977 in cui esplose la bomba Punk (letteralmente “muffa”, in italiano, e ho spiegato il titolo del post), deflagrando primariamente da Londra (ma non solo) in tutto il mondo: un evento probabilmente ancora oggi considerato troppo anarchico, iconoclasta e sfuggente a qualsiasi possibile controllo da poter essere considerato meritevole di una qualche reputazione da parte del panorama culturale più diffuso… L’immagine superficiale del movimento punk – quella fatta di creste colorate, borchie, catene, diti medi tesi verso ovunque e quant’altro – comunque assolutamente funzionale al senso che lo stesso ha poi avuto per la cultura giovanile e non solo in tutto il mondo, la vince ancora sulla considerazione che a mio modo di vedere merita, certamente per l’effetto che ha avuto sulla musica – primario mezzo di comunicazione del “messaggio” punk – ma anche sull’arte, sull’evoluzione di un certo modo di fare comunicazione, di fare politica perchenò, e di atteggiarsi alle varie cose della nostra realtà con un piglio per certi versi simile a quello del ’68 ma invero, probabilmente, di segno totalmente opposto – anche solo, appunto, dal lato politico, ove quello era assolutamente schierato ideologicamente mentre il punk, come detto, si connotò da subito con una fortissima anima anarchica e rigettante ogni forma ideologica più o meno politico/partitica… In sé il punk non ha inventato nulla, ha semmai estremizzato certe forme espressive che già da qualche anno si stavano manifestando: nella musica, ad esempio, mi vengono in mente band come MC5, Stooges, o certo glam che pare abbia tracciato per certi versi la via estetica dell’immagine del punk; oppure nell’arte, certa pop-art che agiva su miti e icone del presente del tempo, ovvero su conformismi e normalità, discutendole attraverso processi dall’impatto più o meno destrutturante… Oltre a questo, mi viene da pensare che il punk possa aver salvato – sì, proprio così, salvato – il pensiero e l’azione di un’intera generazione dalla inevitabile decadenza postsessantottina, ovvero quella che ha fatto di molti “sovversivi” del tempo dei perfetti manichini politically correct, come si dice oggi, attraverso l’assorbimento da parte di quel sistema che si voleva così pomposamente combattere – ma standoci da parte, sullo stesso piano… Il punk spazzava via invece ogni possibilità di confronto: fuck the system, negazione iconoclasta delle strutture dominanti con modi certamente sopra ogni immaginabile riga e dunque inevitabilmente (e consapevolmente) privi di futuro… Eppure, da tale insensata deflagrazione è probabilmente scaturito un modo di tenere ancora la schiena dritta contro il grave peso di dominazioni incurvanti, e un metodo di rivendicazione della propria libertà di pensiero e d’azione che, appunto, si è soprattutto realizzato in innumerevole forme artistiche dalla fortissima valenza politica, o socio-politica. Tutto quanto è venuto dopo, e fino ad oggi, sovente sono state soltanto riletture più o meno discostanti dall’originale, soprattutto in ambito sociale giovanile, di ciò che è stato il punk: il suo ceffone, che colpì con forza la prima volta nel 1977, sta facendo ancora oggi vibrare molta parte del mondo che lo ricevette, e l’eterno slogan che, da poco tempo dopo quella prima volta, ha cominciato ad echeggiare in ogni elemento che dal punk ricevette qualcosa – cioè punk not dead, “il punk non è morto”, in realtà un grido di aiuto contro una forse inevitabile fine, come capita ad ogni moto sociale che abbia contraddistinto un certo tempo (e si sa, il tempo non si può fermare) – per tutto quanto sopra continua oggi ad avere un senso, a sentenziare una realtà che non possiede sicuramente più il proprio originario slancio ma ne ha molti altri, forse meno sconquassanti e iconoclasti ma in certi casi ancora assai profondamente devianti, ribelli, sovversivi, conservanti ancora in essi le fiamme accese del fuoco anarchico così come in ogni soggetto/oggetto che voglia incessantemente ricercare la libertà vitale… Ecco, probabilmente il modo con cui vorrei omaggiare il punk, in questo suo 30° compleanno, è riconoscergli d’aver condensato a suo modo con forza d’urto forse mai così possente (prima e dopo) la voglia di libertà dell’individuo o del gruppo sociale da qualsiasi dominazione limitante: in fondo, poi, l’abito non ha mai fatto il monaco, e borchie e creste colorate sono meno ipocrite e immorali di certi perfetti doppiopetti o abiti talari indosso a molti personaggi di potere!…

Sport? Ottobre 24, 2007

Posted by rota in D'inevitabili sarcasmi, Della vita....
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(immagine tratta da ilcampo.splinder.com/archive/2004-10)

Da sportivo appassionato e, in passato, scarso agonista della domenica, quando guardo oggi a cosa è in generale lo “sport” propriamente detto, mi coglie un misto di tristezza e disgusto: tra polemiche, litigi, idiozie mediatiche assortite, denunce, giri di denaro leciti raramente, spesso illeciti, indagini giudiziarie, doping invincibile… Ormai, per certi campionati sportivi, andare ad assistere ad un loro evento è come andare contemporaneamente: a un dibattito politico, a una sfilata di moda, ad una riunione d’un club di cafoni, a una battaglia tra fazioni rivali, a una seduta di borsa, ad una lezione di farmacologia, in un luogo di spaccio di sostanze illecite… Proporrei perciò una cosa: sostituire alla classica definizione di sport, ad esempio come questa, che traggo da Wikipedia:
“Lo sport è l’insieme di quelle attività, fisiche e mentali, compiute al fine di migliorare e mantenere in buona condizione l’intero apparato psico-fisico umano e di intrattenere chi le pratica o chi ne è spettatore.”, questa nuova definizione:
Sport (accezione contemporanea diffusa): prodigiosa attività minimamente fisica per la quale, con il solo giro di somme di denaro e di innumerevoli parole generalmente insulse, alcuni individui possono indurre e condurre tanti altri, denominati “sportivi”, “atleti” o “agonisti”, a praticare diversi tipi di discipline sportive con massimo “impegno”, il tutto al fine di occupare cospicuamente o meno i palinsesti dei canali televisivi, ed attraverso ciò ricavarne un certo tornaconto più o meno materiale, indipendentemente dall’effettivo valore della prestazione sportiva indotta. Resiste invero una minima quota di attività sportiva agonistica che riesce ancora a prescindere dalla regola generale sopra esposta, ma per questo affrancamento ingenera in sé il difetto di essere troppo autentica, nel suo senso e valore sportivo, e dunque corrompente la regola stessa ed i suoi effetti pratici, dacché questa si basa ordinariamente su una ulteriore regola la quale impone che più uno sport si allontani e si dissoci dalla sua sostanza e dal valore originario, più risulti consono e adeguato al rispetto della regola generale esposta, e dunque più potrà essere minima l’attività primaria, massimo l’uso di denaro e di parole insulse, maggiore e migliore l’induzione degli “atleti” e infine più massmediatica la loro “prestazione sportiva”, con il relativo proficuo tornaconto. Quindi, la regola secondaria è così esprimibile: il senso e il valore autentico di uno sport è inversamente proporzionale alla sua popolarità e al tornaconto (di varia natura) da esso generato”.
Mi pare quanto meno più realistica e credibile…

P.S.: fortunatamente, esistono ancora nicchie di più sana sportività a questo mondo: ad esempio, una squadra d’un massimo campionato professionistico nazionale, il cui modus operandi (e cogitandi) sportivo permette a un giocatore di rinunciare alla sua carriera per aprire un’impresa di pulizie! Ve ne racconterò a breve, d’un tale prodigio…

Il suono della realtà Ottobre 6, 2007

Posted by rota in Della vita..., Di buoni ascolti, Di umani da salvaguardare.
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La mente contemporanea troppo spesso tende a fossilizzarsi sulla superficialità delle cose, ovvero sulla loro realtà apparente, quella che per prima viene colta dai sensi e assunta per ciò che è. Su tale leggerezza appiattente è assai semplice costruire “norme”, cioè normalità, dunque conformità, che in breve diventano gli elementi indiscutibili che formano di quella realtà la verità, come prima presa per ciò che è e creduta quindi assoluta proprio perché conformata, facilmente credibile, bisognosa di un personale approfondimento intellettuale sovente ritenuta cosa impegnativa – ah, libero pensiero, sempre più in via di estinzione per la gioia di chi domina la nostra misera civiltà!
Ma il nostro mondo è quanto meno tridimensionale, dunque dotato non di un solo punto di vista, ma sempre di altri, a volte anche opposti – ma se si vuole comprendere in maniera soddisfacente la “forma” di un oggetto, è bene osservarlo prima da una parte e poi dall’altra, e se si può da un’altra ancora… I punti di vista differenti, “alternativi” sulla realtà (“alternativi” non certo nel significato modaiolo odierno, ma nella sua accezione più pura) sono una delle basi della ricerca letteraria del sottoscritto, ma anche altre forme d’arte, forse ancora più emblematiche di quanto sopra scritto, sanno rifuggire dalle “conformità” della superficialità imperante (e imposta), e non solo per scelta o vocazione, ma anche e soprattutto perché molti non sanno come conformarle, non le comprendono, non ne intuiscono il senso e il valore proprio perché imprigionati nella superficialità di una verità accettata per ciò che è e per come viene imposta, e da qui non sanno andare oltre. In tal modo tutto quanto non può essere compreso nella “norma” viene rifiutato, rigettato, spesso perseguito come anormale, appunto – in tutti i sensi negativi che a questo aggettivo si possono applicare.
La musica è da sempre una delle forme d’arte dotata della maggiore forza di spingersi oltre, andando ad esplorare territori sonori mai prima battuti; eppure, a volte questi territori non sono che gli stessi di sempre, solo esplorati da nord a sud piuttosto che da est a ovest come, mettiamo, la regola impone; e la mente comune, a cui è stato imposto di andare solo in un certa direzione, non sa intraprenderne altre, limitandosi così enormemente nella visione, e nella comprensione del “territorio” che qui ho preso come dato metaforico. E’ quanto succede nella musica elettroacustica, un genere a cui mi sto appassionando proprio perché assolutamente paradigmatico di quanto ho asserito finora, e per molti versi dunque affine alla mia stessa ricerca letteraria – una passione che nasce anche grazie alla conoscenza di Tiziano Milani, uno dei migliori compositori italiani nel genere. Vi voglio qui proporre un brano tratto dal suo ultimo cd Music as a second language uscito per SetoladiMaiale, etichetta indipendente specializzata in musica “non convenzionale” (guarda caso!), e citare un piccolo pensiero che Tiziano esprime nella presentazione del cd: “La musica occidentale non ha una visione universalistica del linguaggio sonoro. Esclude dal proprio alveo la musica di culture lontane, scarsamente studiata e destituita senz’appello di ogni pretesa artistica, ma soprattutto ignora completamente la vastità del concetto di suono, chiudendosi in un cieco isolazionismo, incapace di guardare alla vastità del linguaggio sonoro universale”. Bene, prendete il senso di questo pensiero e ponetelo sopra la riflessione che ho scritto nella prima parte del post… Il suono è come la realtà: vastissimo, ma certi convenzionalismi imposti e accettati senza critica spesso per pura noia intellettuale rinchiudono quella realtà in un piccolo recinto, che sia conforme e funzionale al vivere diffuso e indotto. Cos’è la musica? Soltanto una bella melodia orecchiabile? – come potrebbero rispondere in tanti… Altra domanda: voi ascoltate veramente la musica? O vi limitate a sentirla?… Dunque, se osservate un’opera d’arte pittorica, vi limitate a rimirarne solo un piccolo angolo, o solo una parte più palesemente cromatica di altre?
Ascoltate il brano di Tiziano Milani che propongo, che si intitola Interazioni 3; cercate di ascoltarlo, non solamente sentirlo, e tentate di intuire il diverso approccio all’universo del suono che si propaga da esso; provate a mettere in dubbio la “norma” che la musica sia solo armonia orecchiabile, e che dalla parte opposta a ciò vi sia necessariamente una disarmonia, comunque interna all’universo del suono citato, e che non sia nulla di sgradevole – come il termine potrebbe far credere nell’accezione in cui è utilizzato - ma semmai un diverso punto di vista, di trasmissione per così dire e dunque di ascolto, del suono stesso: un cogliere altre regole armoniche, ritenute diverse dalle solite forse solo perché non conosciute, o non intuite… Non è semplice, lo capisco bene, ma la confutazione che molti opporranno all’ascolto (potrebbe essere: “Ma questa non è musica!”) non è che la riprova di come la percezione consueta del concetto di suono è legata ad una accezione limitatissima e per di più a sua volta imbrigliata in convenzionalismi accettati come fossero dogmi. Il suono non ha nulla a che vedere con uno spartito, o meglio: il ricondurlo a un tale mezzo di controllo è frutto di una mera regola, buona o cattiva che sia, perché è dal suono che può scaturire la musica, mentre siamo portati a credere che avvenga il contrario; ma il suono è talmente vasto nel suo pur semplice concetto che risulta difficilmente addomesticabile in “norme”: si preferisce negarne il valore di una grande parte per ridurre il tutto a qualcosa di più controllabile e conformabile, appunto… - senza sminuire il fatto che, dall’effetto di ciò – e come ripeto – siano scaturiti in certi casi grandissimi artisti (ma, in mooooolti altri, delle autentiche nullità, la maggioranza delle quali ingolfano le hit-parade spacciandosi, ed essendo spacciate, per “artisti musicali”…).
Ora, se come spero starete ancora ascoltando il frammento sonoro, ritornate a leggere la prima parte del post sui differenti punti di vista dai quali si può osservare una data realtà, così da averne una visione più completa possibile… Ascoltando Tiziano Milani, come Claudio Parodi ed altri compositori di sonorità elettroacustiche, forse capirete meglio ciò che ho voluto esprimere – e forse anche voi resterete affascinati dal genere, avendo in più nuovi e preziosi elementi per formarvi un senso critico assai più approfondito in grado di valutare meglio la musica “normale” così come – demetaforizzando il discorso per tornare al punto originario e precipuo – la realtà che ci circonda.

P.S.: naturalmente Interazioni 3 è qui propostovi in regime di copyleft per gentile concessione dell’autore.

Buona fortuna, Birmania! Settembre 26, 2007

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(Foto AFP tratta da www.corriere.it)

Due piccole cose, per loro: sperare che la “fortuna” esista veramente, e che sia buona per essi e la loro terra, e sapere che qualcosina di assai minimo ma forse utile lo si può fare anche da migliaia di kilometri di distanza.

Impressioni di viaggio in Scandinavia - pt.4 Settembre 10, 2007

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Appunti colti nel girovagare per le terre iperboree in un propizio mese di Agosto.
Parte 4: Da Ålesund a Bergen (epilogo)

N.B.: l’intero racconto di viaggio, con maggior profusione di fotografie, è pubblicato (e consultabile/scaricabile in formato pdf) nel sito www.lucarota.it.

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Il cielo è tornato plumbeo assai, la mattina lasciando Ålesund, e la metallica coltre di nubi cala lentamente sempre più in basso, dando l’impressione di inglobare da un momento all’altro l’intero paesaggio in un elemento denso, palpabile, annullandone così ogni presenza. Infatti, andando verso Hellesyit e dovendo salire di quota, si è presto immersi nel nulla di una nebbia fittissima… Accidenti, proprio oggi che è in programma la crociera sul Geirangerfjord, sito eletto dall’Unesco “patrimonio dell’Umanità” per la sua inarrivabile bellezza! All’imbarco del traghetto si vede solo un poco di più, e cioè un’acquosa lastra di acciaio sotto, un’altra nuvolosa e appena più chiara sopra, e ai lati due pareti verticali di roccia che sembrano sorreggere/sostenere/distanziare entrambe le un poco paurose lamine… Eppure, il paesaggio resta assolutamente “potente”, ma in un modo uguale e opposto ai giorni precedenti, quasi come Kant ha delineato i concetti estetico-filosofici di “bello” e “sublime”: ecco, qui l’ambiente è sublime, tremendamente affascinante perché per molti versi spaventoso, incombente, impressionante… Sì, qui ci vogliono in cuffia gli Emperor di Prometheus… Le pareti rocciose sembra sorreggano non solo la coltre di nubi ma il mondo intero, dal grigiore incombente sbucano le grandi, celebri cascate che si gettano nelle acque del fiordo come se cadessero da chissà quali altezze celesti, mentre la particolare luminosità del momento illumina quelle poche e piccole aree di verde e foresta tra l’acqua e la roccia quasi fossero oasi sperse in un deserto alieno… Sublime, appunto, anche se resta un poco di rammarico per non poter godere di un’altra classica “emozione forte” norvegese, ovvero la visione dal fiordo della baia di Geiranger, tra mare, foreste e picchi innevati… Ma di neve, nella sua forma più “solida”, ci si può rifare, oggi: la spettacolare imponenza della lingua del ghiacciaio Briksdal – parte dello Jostedalsbreen, la più grande calotta glaciale su terraferma d’Europa – impone una visita, e un adeguato (ennesimo) mancamento di fiato per l’intenso colore azzurro che i suo crepacci e seracchi rivelano: fategli una foto, mostratela a chiunque, e tutti crederanno che tali straordinari colori li abbiate generati voi ritoccando la foto stessa! Da “frequentatore” di ghiacciai alpini quale sono pensavo a Briksdal come ad una escursione interessante ma “prevedibile”, invece…! Stasera si dorme a Førde, località sciistica di mare (miracoli geofisici nordici!) che basa però buona parte del proprio PIL sulla pesca al salmone, del quale qui pare si peschino esemplari enormi (fotografie appese nella sala da pranzo dell’hotel docet!)…

Si può facilmente perdere l’orientamento nella regione dei fiordi, vero e proprio labirinto naturale fatti di valli, convalli, fondovalli, passi, monti, ghiacciai intersecanti gli uni negli altri e acqua ovunque - che alla fine non si capisce più se sia di lago o di mare – percorsa da strade spesso arditissime, che passano continuamente e in pochi kilometri dal livello del mare a lambire nevi eterne, e quando non sanno dove passare traforano i fianchi delle montagne con tunnel lunghissimi che regalano sovente bizzarre visioni – del genere: da una parte nebbia e nubi, dall’altra sole e cielo terso… Si arriva con largo anticipo all’imbarco del traghetto che mi porterà a spasso nel Sognefjord, altro “patrimonio” Unesco dacché fiordo più lungo e profondo del mondo: c’è tempo di visitare l’ennesima chiesa in legno+cimitero, un piccolo e simpatico museo delle imbarcazioni da pesca, ma soprattutto di godere della calma infinita che aleggia in questo luogo, che pare veramente disperso nel nulla e isolato dal resto del mondo consueto – e di rallegrarsi che sia così… Ma l’attesa è allietata anche da due cuccioli di vichingo locali che, sprezzanti di ogni cosa e in primis dell’acqua del fiordo la cui temperatura non è certo equatoriale, vi si gettano dal pontile d’imbarco facendone la loro piccola Acapulco, e dimostrando che questa gente detiene ancora nell’animo – magari in fondo in fondo ma detiene ancora – la temeraria audacia che fece dei loro avi un popolo conquistatore tra i più grandi della storia… La prima parte di crociera nel Sognefjord non è così impressionante – sembra di essere nella parte superiore del lago di Como – e viene allietata solo dal transito dei delfini poco accanto al traghetto; tuttavia in tal modo la meteo ha tutto il tempo di assestarsi e farsi d’un sereno e sfavillante azzurro, sicché quando il traghetto vira la prua verso l’interno del Naeroyfjord, si rinnova la cronica mancanza di aggettivi adeguati al momento in corso, assai diffusa in Scandinavia: pareti montuose a picco sull’acqua altissime e strettissime i cui spigoli si alternano uno dietro l’altro come tante quinte teatrali per uno spettacolo indimenticabile, improvvisi lampi verdi di praterie con casette e fattorie microscopiche, la neve in alto che alimenta imponenti cascate che si vaporizzano prima di toccare il suolo… Ah, l’invenzione della macchina fotografica digitale, che ci ha tolto dal limitante impiccio del rullino da 24 foto max, andrebbe premiata con un Nobel!… In fondo al fiordo c’è Gudvangen, vero covo da vichinghi (e chi li beccava più, in questi labirinti di mare e monti?) e che purtroppo su tale peculiarità viene un po’ troppo turisticamente banalizzato, con albergo vichingo (camere in legno, pietra e pelli di renna alle pareti), souvenir-market vichingo, ristorante con menù vichingo e persino (finto, ovviamente) vichingo in costume d’epoca tra (finte) capanne vichinghe che volentieri si mette in posa per la gioia e l’obiettivo di (soprattutto) frotte di asiatici in sollucchero, alti circa metà di quello… Ma a parte ciò, a Gudvangen ci si sente veramente in una specie di cassaforte d’acqua e roccia, intimoriti dall’incombenza delle pareti, dai ghiacciai lassù in alto e dalle possenti cascate, ma anche protetti e, in un certo senso, fieri di essere parte, in quegli istanti, di un paesaggio così esaltante… Sì, se nel Geirangerfjord eran d’uopo gli Emperor, qui ci vuole il classico norvegese: Grieg e il suo Peer Gynt… E guarda caso, la prossima tappa sarà la “sua” Bergen!

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Pare proprio che questo viaggio sia in tutto e per tutto “anticonvenzionale”, ovvero adeguatamente patrocinato da Odino e dai suoi divin subordinati al fine di rendere possibile l’improbabile… Tremendi vaticini gravavano sull’arrivo a Bergen – la città più piovosa della Norvegia! 300 giorni all’anno di pioggia! In 12 mesi cadono in media 4 metri di acqua! Quest’inverno più di 80 giorni di pioggia consecutivi! – peraltro tutto attestato con un certo orgoglio da un residente a cui ho chiesto conferma… Beh, eccomi arrivato: solo un po’ di nuvolaglia, con il resto del cielo sereno, risultandone così la città luminosa, colorita, fremente, assolutamente scenografica! Sia resa gratitudine a Wotan!… E comunque Bergen, sotto molti punti di vista, è la “vera” città norvegese, all’apparenza anche più di Oslo che, come ho scritto, a foggia urbana pare in gran parte più un (pur bellissimo) grande quartiere signorile privo di un autentico centro “da capitale”: ha un centro moderno e dinamico seppur limitato (pieno di gioventù, essendo una delle città universitarie più importanti di Scandinavia), ha un pittoresco agglomerato storico, anzi due – il primo è il celeberrimo Bryggen, il Villaggio Anseatico, ennesimo sito Unesco “patrimonio dell’Umanità”, con le sue case in legno datate XIV-XVIII secolo che sembrano lì per crollare da un momento all’altro, il secondo è Nordnes, meno famoso ma architettonicamente più “norvegese”, oltre le cui case bianche e le strette vie che vi passano attraverso fanno capolino le sagome delle grandi navi da crociera ferme alle banchine del porto, dalle quali parte anche il già citato, leggendario Hurtigruten, con rotta verso Capo Nord – ha il porto, appunto, essendo città di mare (e il suo sempre affollato mercato del pesce quotidianamente anima e “profuma” il centro di odori indubitabilmente marini), ma ha appena alle spalle anche le montagne, sui cui fianchi salgono le case dei quartieri residenziali; infine si fregia del titolo di “capitale dei fiordi”, essendo nel bel mezzo dell’omonima regione e assorbendone, dunque, il supremo e inimitabile fascino… Romantica e parimenti frizzante, animata e briosa sul porto e tranquilla, quasi silenziosa, tra le sue case più antiche, intima nei vicoli e ariosa nelle sue piazze (la Lille Lungegårdsvann, se non fosse per il lago con fontana che ne occupa il centro, potrebbe tranquillamente contenere tutti i quasi 300.000 abitanti della città, e avanzerebbe ancora parecchio spazio…), evidentemente ricca, pulitissima, ovunque vivibile, accogliente… E il salmone, qui, ha prezzi da regalo! Insomma, la patria di Holberg (al quale dedica parecchi monumenti, anche se il grande commediografo visse maggiormente in Danimarca) e Grieg – al quale dedica una avveniristica sala per concerti, ma di locali in cui si suona dal vivo (soprattutto rock) qui ce n’è a iosa – parrebbe la città norvegese ideale per abitarvi (ma, lo ribadisco, anche Oslo a me è piaciuta parecchio), e forse non a caso è qui la residenza estiva della famiglia reale… Bergen fu capitale della Norvegia nel passato, e fino al XVII secolo la città più popolosa: per molti ancora oggi resta una sorta di capitale “morale” del paese, poste le peculiarità sopra elencate, e di certo è una città dove ci si sente bene – se così si può definire la sensazione che regala lo starci. Ma, avrà pure un difetto! – ci si chiederà… Beh, l’ho già scritto, a prescindere dalla mia fortunata visita: piove sempre!… Sufficiente, come “difetto”?

Epilogo: piove, appunto! – ma sono già comodamente imbarcato sul volo SAS che, (ahimè) via Copenhagen, mi riporterà verso Sud… Forse che Odino, non vedendomi più in circolazione per i propri domini terreni, abbia pensato di sospendere il patrocinio sul mio viaggio ripristinando le condizioni normali? Beh, supremo Óðinn, mi raccomando, “sospendere”, non “annullare”, che io dalle tue parti ci tornerò al volo - appena ne avrò la più piccola occasione, e dunque considera la tua preziosa protezione fin d’ora prenotata!

Post-scriptum - amenità varie: l’incredibile quantità di taxi in circolazione ovunque e soprattutto a Stoccolma dove la sera, su dieci auto in transito, otto sono taxi; la quasi totale assenza di scooter e “cinquantini” vari, così diffusi da noi, nella stessa città (mentre in Norvegia sono già più presenti, ma poco di più); l’incredibile numero di ciclisti/biciclette in circolazione a Copenhagen (e, in tutta la Scandinavia, la costante presenza di piste ciclabili); la nuova, e in parte ancora in costruzione, rete viabilistica principale di Oslo, quasi totalmente sotterranea/sottomarina così da svuotare il centro del pur scarso traffico e pedonalizzarlo totalmente; l’evidente nazionalismo dei norvegesi, nei cui giardini di casa si vedono spesso (diciamo una media di 2 case su 3) pennoni con bandiera nazionale sventolante; la dedizione professionale degli autisti di bus norvegesi, che pur di non far giungere il proprio pullman di linea in ritardo, lo guidano come fosse una Formula 1 a Monza; la notte fonda d’agosto di Ålesund dal colore del cielo blu tenue, assai lontano dal nero cupo delle notti italiane (già qui fino a metà Luglio la notte è chiara…); la passione scandinava per le statue dedicate a personaggi più o meno famosi: ve ne sono ovunque per le città (soprattutto in Norvegia), non solo classicamente in centro alle piazze ma sparse per vie, slarghi, angoli di strade e marciapiedi vari; l’incredibile visione dall’aereo della costa norvegese, assurdamente disintegrata in un numero incalcolabile di isole, isolette, isolucce, penisole, fiordi, insenature e frastagliamenti vari e assortiti, come se Odino avesse voluto la propria terra assolutamente libera e affrancata da qualsiasi regola e razionalità d’altre latitudini inferiori, anche geomorfologicamente; la diffusione del web e la potenza della banda larga in tutta la Scandinavia; l’assoluta assenza di un ingorgo di traffico sulle strade scandinave; l’assoluta, e ribadisco assoluta, assenza di buche o di asfalto anche solo sconnesso lungo le strade scandinave; i pavimenti dei terminal dell’aeroporto Kastrup di Copenhagen, in parquet di wengè (!!!); il multiforme e irresistibile magnetismo di questo stupendo Nord che ti rende il corpo talmente ferroso da attrarti, come possente calamita, sì che sia praticamente impossibile esserci stato e non tornarci, prima o poi…

N.B: Uno speciale grazie a: Cristiano Viaggi/Trans Nordic Tours, Rusconi Viaggi, Davide Contu Salis, Ken the norwegian driver, Óðinn.

N.B.: l’intero racconto di viaggio, con maggior profusione di fotografie, è pubblicato (e consultabile/scaricabile in formato pdf) nel sito www.lucarota.it.

Impressioni di viaggio in Scandinavia - pt.3 Settembre 8, 2007

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Appunti colti nel girovagare per le terre iperboree in un propizio mese di Agosto.
Parte 3: tra fiordi e Troll

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E via, lungo lo sconfinato paesaggio norvegese, verso orizzonti all’apparenza irraggiungibili, tra immancabili e impenetrabili foreste, praterie, campi coltivati sempre di meno più ci si dirige a Nord, laghi di varia grandezza e struggente bellezza – si costeggia il Mjøsa, il più grande di Norvegia, ma ce ne sono a disposizione 450.000 (quattrocentocinquantamila!) sul territorio norvegese… – e villaggi d’ogni specie, fino a Lillehammer, cittadina olimpica (nel 1992) anch’essa dominata dai monumenti ad un proprio dio del salto con gli sci – ovvero, dai trampolini olimpici la cui visita è d’obbligo, anche per il panorama che da essi si gode sulla vallata “montana” (ma siamo a 150 metri sul livello del mare!). Altra domanda spontanea: ma come ha fatto un paesello così piccolo ad organizzare e sopportare un evento di portata planetaria come le Olimpiadi Invernali? Dove l’ha messa tutta la gente che vi sarà giunta per gareggiare o per assistere alle competizioni? Tolta la simpatica via centrale, con negozietti e ristorantini minuscoli (ma che vendono frutti di bosco appena colti e assai deliziosi) non c’è molto altro… O i locali (e chi per loro) sono stati superefficienti nell’organizzare il tutto, oppure qualche divinità pagana è intervenuta a dar magica man forte… Oltre, la strada nazionale penetra sempre più tra i maggiori massicci montuosi norvegesi che, nonostante le temperature si mantengano ben poco iperboree, scintillano ancora di perduranti coltri nevose; si sosta ad una tipica e mirabile chiesa in legno (la prima di tante che si incontrano per tutta la Norvegia, tutte uguali l’una all’altra e tutte similmente belle, anche per come preservano nel proprio corpo legnoso tornito e cesellato, tra i simboli religiosi cristiani imposti, la presenza delle antiche, originarie credenze pagane) e si dorme sopra Otta, in un delizioso albergo di montagna posto a poco meno di 1.000 metri (cioè, per il posto, a quota parecchio elevata) su di un altopiano a ridosso del Parco Nazionale di Rondane, sul quale i boschi di conifere cominciano a diradarsi per lasciare spazio ad una sorta di tundra d’alta quota, appunto, che sulle Alpi si potrebbe trovare sopra i 2.500 metri. A destra e a manca laghetti a go-go, la neve qui è poco che si è sciolta: il panorama è eccezionale, sembra che da una di quelle vallate che sbucano dalla sequela interminabile di spoglie cime montuose possa spuntare, da un momento all’altro, un’armata di guerrieri sovrumani degna della più bizzarra saga fantasy… Già, perché a Otta la valle si divide, e a sinistra la strada prende a salire verso la regione eletta di presenza dei famosi, misteriosi, tremendi troll

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Ehm… Non so se di troll si tratti, ma l’essere che mi illustra le peculiarità della chiesa in legno di Lom, una delle più belle di Norvegia, nonostante venga “certificato” come donna lascia qualche sospetto sul che abbia effettivamente nel proprio patrimonio cromosomico tracce di geni non umani… Ma la spiegazione è esauriente e affascinante (in un inglese dall’accento oxfordiano) e la chiesa più pagana che cristiana, coi suoi colmi a testa di drago, col suo consueto cimitero intorno dalle tante basse lapidi (non ho visto neanche un monumento funerario come i nostri, in Scandinavia, e tanto meno una cappella: qui, invece, bisogna spantegare il proprio spesso immeritato status sociale anche dopo defunti: che funereo segno di stupidità!…), la cittadina fatta di tante case in legno - molte col tetto in erba, come antica tradizione vichinga – che si nascondono tra la vegetazione arborea, la meteo della giornata con nubi basse che avvolgono i fianchi montuosi intorno e nascondono le cime, regalano una suggestiva sospensione dello spazio e del tempo, smarrendo entrambi i propri limiti ovvero la certezza di poterli cogliere… Curiosità: i WC adiacenti alla chiesa e a disposizione dei turisti chiedono 5 corone per il loro utilizzo (poco più di € 0,60), ma rilasciano regolare scontrino, perbacco!!! Tuttavia, quella meteo maestosamente uggiosa lascerà di lì a poco il posto al cielo sereno… La strada sale di quota, le immense foreste di conifere interrotte soltanto da impetuosi e spumeggianti torrenti da rafting estremo lasciano il posto ad un paesaggio d’alta quota (ma, ripuntualizzo, siamo appena oltre i 500 metri!) tanto brullo quanto affascinante, e sempre più potente avvicinandosi alle vette montuose, facenti tutte parte del massiccio dello Jotunheimen, il più alto ed esteso delle alpi scandinave: valli di forma glaciale ad U quasi “accademica” per quanto è perfetta, lingue di neve accanto alla strada che anticipano l’incombenza, appena poco sopra, dei ghiacciai i cui seracchi scintillano al Sole, le calotte nevose tutt’intorno che si riflettono nei cupi laghi del fondovalle, il cielo sempre più intensamente azzurro… E ovunque, sparsi tra i prati o sui grandi massi lisciati dal ghiaccio recente, centinaia e centinaia di ometti in pietra di ogni taglia: i troll, racconta la leggenda, se vengono sorpresi dalla luce del Sole si pietrificano… Siamo nella “loro” terra, appunto, ed è divertente e suggestivo credere che tutti quegli esili cumuli di sassi di vaga forma umana non siano stati fatti dai turisti che nel corso degli anni sono transitati da queste parti; si percepisce in effetti un non so che di soprannaturale quassù, di misterioso o di sfuggente, ma forse è solo la Natura che si presenta in un’immagine così sublime e superiore a qualsiasi previsione… Ma ecco, la strada dai 1.000 metri di quota raggiunti precipita in stretti tornati nella successiva vallata, finché appare, quasi all’improvviso dopo una curva destrorsa, una delle più celebri cartoline di Norvegia: il villaggio di Geiranger in riva all’ansa finale del proprio fiordo, tra boschi verdissimi, cascate e cime innevate che si gettano a strapiombo direttamente nell’acqua! Obbligatoria mitragliata di fotografie – fanne almeno 10 tutte uguali e in più posizioni, metti che nove per qualsiasi motivo non vengano! – e sosta nell’invero modesto villaggio che viene invaso ad intermittenza da orde temporanee di turisti – ovvero ogni qualvolta giunga nel fiordo e getti l’ancora una nave da crociera… Appare anche il mitico Hurtigruten, il postale dei fiordi che in circa 15 giorni risale l’intera costa norvegese, doppiando Capo Nord fino alla frontiera con la Russia (esperienza di viaggio super!). Poi si risale di nuovo fino a quasi 900 metri, altro percorso a tornanti stretti dal nome programmatico (“strada delle aquile”) ma che non è che un allenamento per la vera strada norvegese, la Trollstigen o “sentiero dei troll”, 11 tornanti tra rocce a picco e altissime cascate sui quali, ad ogni apice di curva, sembra di dover precipitare fino al fondo della valle, laggiù in basso, tanto lontana… In tanti – cioè quelli che possono – ringraziano di non dover guidare, scossi da vertigini o paura del vuoto; invero sulle nostre Alpi c’è anche di peggio in quanto a strade rabbrividenti, ma l’ambiente qui è talmente impressionante e - come dicevo - possente da amplificare la semplice emozione dell’esserci e poterne cogliere la visione d’insieme… Giù in picchiata, dunque, e rotta verso Ålesund, mentre il paesaggio diventa talmente bello da struggere l’animo; la città costiera mantiene e supera le promesse di piccolo e prezioso gioiello urbano norvegese, con le sue architetture art decò protese sulla penisola e le isolette sulle quali il centro è disteso. Anche qui si fa assai vivido un autentico senso di “Nord”: il circolo polare artico è ancora lontano ma non come prima, e il panorama della città che si coglie verso il tramonto dal Fjellstua, il colle che la sovrasta, è a dir poco emozionante…
(Continua…)