Archivi del mese: settembre 2006

Sul ciglio del burrone

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, e così via… Anche perché il vero sordo, il vero cieco, meritano solidarietà ed aiuto, quelli che lo sono per propria (ottusa) volontà meritano ben altro… Tuttavia, quanti sordi che non vogliono sentire, ciechi che non vogliono vedere, muti che non vogliono parlare, comandano e/o hanno potere sulla nostra civiltà?
Quanto è successo, o sta succedendo, tra Joseph Ratzinger e le sue parole sull’Islam, e i leader integralisti islamici, in sé, farebbe quasi ridere: entrambi fanno quello che possono fare, esprimere la propria idea, ed entrambi usufruiscono di questo diritto di libertà nel peggior modo possibile – peraltro entrambi, con ciò che rappresentano, risultano alquanto antitetici ad un concetto virtuoso (e buono per l’umanità) di “libertà”… E tutti gli altri? Belli impegnati nel bailamme delle “dichiarazioni” di parte – Ratzinger ha ragione, Ratzinger ha torto – l’Islam ha ragione o ha torto, Ratzinger chieda scusa – no, non la chieda – la nostra religione è migliore – no, è migliore la nostra – e via di questo uniforme, conforme, piattissimo, insulso, deprimente passo… Non uno, non uno – tra quelli “che contano”, intendo, quelli che dovrebbero dire qualcosa, e se “uno” c’è è praticamente invisibile e inudibile – non uno, dicevo, che ponga il dubbio: ma il guaio è nell’effetto, o nella causa? Quanto succede è colpa di “parole” o semmai di ciò di cui le parole si fanno effigie? Insomma: la colpa non è forse della religione? Ovvero, di quelle religioni conformate al fine di diventare strumenti di potere, che non centrano più nulla, ma proprio nulla, con la fede, tanto da distorcerla per appoggiarvi sopra non più il riconoscimento di un bisogno o impulso spirituale, ma soltanto l’incastellatura di un potere inevitabilmente integralista – e ripeto, inevitabilmente: in fondo non lo sentenzio io, ma è la storia che lo fa’, e nettamente! Non uno che ponga l’altro dubbio: come possono “dialogare” delle religioni – dei poteri religiosi – che hanno come loro fine assoluto l’evangelizzazione (l’assoggettamento) del mondo intero al volere del proprio dio? Basta constatare come entrambe non perdano occasione di condannare il relativismo, fonte (a loro dire) di ateismo o agnosticismo… Ambedue affermano che il loro dio è lo stesso, che esiste un solo dio: certo, tuttavia non si può negare che la teologia speculativa ha fatto spesso (o sempre…) a pugni con la realtà storica, e sia pur unico quel dio, la convivenza tra le religioni è potuta avvenire solo in quella ristretta parte di mondo nel quale la religione è stata svuotata della propria pretesa temporale, ovvero dove la moderna visione illuminista ha saputo far evolvere la società: in più semplici parole, dove la civiltà non era soggiogata ad un’unica ideologia religiosa, ed è stata (ri)costruita sul principio della laicità, e del superiore e universale diritto alla libertà – di pensiero, di parola, di vita e quant’altro. Non uno, non uno, che azioni il campanello d’allarme: attenzione, di queste cose avremmo già la soluzione, la laicità, ma viceversa per queste cose proprio la laicità rischia di venir soffocata, così soffocando l’intera società, rendendola meno libera, sempre meno libera, infine schiava delle ideologie religiose – e non uno, a quanto pare, che abbia memoria storica, o che rilegga la storia e si renda conto delle verità che essa contiene… La mancanza di memoria verso le realtà più negative della storia determina che esse riemergano dal loro passato, ovvero che il presente arretri a quel buio passato al posto di progredire verso un futuro sempre migliore…
Se ci sarà dialogo, tra queste religioni, avrà il solo fine di difendere, preservare e se possibile accrescere il proprio potere; per tale fatto, prima o poi, lo scontro diverrà inevitabile, anche pur con un dialogo precedente e, appunto, solo di maniera. Ogni possibilità di scontro, che significherà soprattutto un danno alla libertà del nostro mondo, può essere potenzialmente evitata solo cavando dalla generale stortura ideologica religiosa la sua peggiore devianza (Oskar Panizza docet!), ovvero l’uso di “dio” non solo per la cura delle anime ma anche, e soprattutto – anzi, unicamente, ce lo insegna la storia! – per arrogarsi un potere dominante, e un diritto di assoggettamento sugli individui. Lo ha capito bene Ratzinger, che nell’affermare che l’Islam avrebbe paura di un occidente senza dio, ha in realtà rivelato una sua paura, che come capo della chiesa cattolica lo accomuna a tutte le altre religioni di potere ed alle rispettive leadership: quelle che sanno che un dio “vero”, un dio spirituale, un dio veramente di fede per chi voglia aver fede e non più un dio materiale, tanto terreno quanto lo sono le ambizioni degli uomini, le priverebbe all’istante di qualsiasi pretesa dominante, di potere, di assoggettamento, di imposizione del proprio dogma, dunque della loro peculiare illiberalità. Una tale libera civiltà garantirebbe una reale e unica in valore libertà di religione, cioè non permetterebbe a nessuna ideologia religiosa di poter dominare sulle altre: ovvero, quanto di peggiore e sciagurato sarebbe per esse! A meno che non si voglia continuare a credere e sostenere che tali religioni (di potere, intendo sempre) non perseguano altro che la “cura delle anime” dei propri fedeli! – il che sarebbe come sostenere che costruire armi serve solamente per impiegare una parte del ferro che viene prodotto dalle miniere!
Ma, come dicevo, e per l’appunto, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere… Ora, il sordo che non vuol sentire e il cieco che non vuol vedere sono giunti sul ciglio del burrone, senza rendersene conto perché non vogliono rendersene conto: o finalmente se ne rendono conto – e sturano le orecchie, e riaprono gli occhi, e tornano a dire ciò che va’ detto – o la caduta sarà inevitabile, e sarà una caduta di massa, estremamente rovinosa perché rischierà di trascinarsi dietro, per inerzia, anche quei pochi che occhi, orecchie e bocca hanno sempre tenuto e continuano a tenere ben aperte e acutamente attive…

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Un consiglio vivissimo

Non sapete quanto mi faccia piacere constatare che ancora, al mondo, c’è gente che pensa, e pensando osserva il mondo, e osservandolo coglie le essenze della sua realtà, così formulando delle impressioni su di essa che, infine, non posso che sentire spesso comuni alle mie e quindi corrisponderle… Tale lieta constatazione mi viene donata dal regista catanese Massimiliano Perrotta, che si diletta anche nella scrittura teatrale e saggistica, con ciò producendo, come sua ultima opera di tale natura, Cornelia Battistini o del Fighettismo, un libricino di 32 pagine diviso a metà, appunto, tra un monologo teatrale e un minisaggio che si potrebbe definire sociologico con venature filosofiche – della cui ricezione ringrazio l’amico Marco Castelli, attore in Roma e usuale collaboratore artistico di Perrotta.
L’autore pensa, come detto, e pensa con così illuminata razionalità da riuscire a condensare in un semplice, in fondo banale concetto, espresso dal termine “fighettismo”, quella che in buona sostanza è la reale consistenza della società contemporanea: una società – un mondo – che conserva in sé ancora elementi di preziosa umanità in forma di peculiarità antropologiche, in fondo, come ad esempio l’amore, ma i cui individui non ne sanno più cogliere l’importanza antropologica basilare (e tutto il resto), superficializzandone alla massima potenza il senso, svuotandolo di ogni valore, trattandolo come un oggetto da usare a proprio piacimento e poi, quando non serva più al proprio più superficiale e materiale interesse, da gettare via… Cornelia Battistini racconta di questo, nel proprio monologo; ma ancora, e fortunatamente, mantiene la capacità di rendersi conto, seppur in ritardo, di quanto sopra, e da tale “punto basso” decide di rialzarsi, di tornare a salire ovvero di riprendersi la propria vita, quella vera, quella che sprofonda nell’ego primario dell’individuo. “Fare i conti con me stessa diventò inevitabile (…) Non ero che una fighetta, una che ostentava disincanto a causa della sua paura di vivere; una che della vita ne sapeva meno di niente, ma non lo sapeva”. Così Cornelia; ma quanti, viceversa, non possiedono più la capacità di rialzarsi, e rendersi veramente conto della propria vita?
“Fighettismo”, dunque, chiama Perrotta questo modus vivendi così diffuso oggi nella società, e non occorrono che pochi istanti di osservazione intorno per capire come quel termine sia assolutamente attinente alla realtà che ci circonda, nato “negli spot pubblicitari e in alcuni film d’intrattenimento”, ovvero dal nulla: il nulla del nulla! Il paradosso è evidente, soprattutto riguardo a quell’elemento che, a mio parere, da sempre (e lo sarà sempre) è fondamentale per qualsiasi società civile che si voglia considerare evoluta e che voglia continuare ad evolvere: la libertà. Giustamente Perrotta sostiene che “dovremmo tutti intraprendere una battaglia libertaria per il pluralismo dei modelli culturali”; di contro, per il fighetto “sbruffone, edonista, compiaciuto, (…) il limite non deve esistere”: ovvero, la libertà (o meglio una pseudo-libertà) intesa nell’accezione più vacua e stupida, dunque nociva per la società come un virus! “La peste del nostro tempo”: ha ben ragione Perrotta a definire così il fighettismo! Una ideologia senza idee dacché contro ogni idea, meramente materiale; una statua d’oro ma totalmente vuota all’interno, tant’è che non ci vorrebbe nulla per accartocciarla su sé stessa ed eliminarla, e invece quel luccicore dorato ha abbagliato tante persone, che così ne hanno fatto la propria immagine, il proprio stile di vita. E proprio come un virus, una peste, il fighettismo ammorba la società, la indebolisce, la sfianca ma contemporaneamente non le permette di rendersi conto della malattia: è un tumore che dona ilarità!
Come dicevo, chiunque sappia ancora conservare sagacità e acume critico nel proprio sguardo sul mondo non può che trovarsi d’accordo con Perrotta: egli, invero, non fa’ che cogliere un’evidenza, una di quelle assai pericolose proprio perché ben visibili tanto quanto ben trascurate; non credo, come sostiene Perrotta, che il fighettismo si sia diffuso per via della scristianizzazione della società, ma penso semmai che sia proprio un retaggio della cristianità, ovvero della società passata plasmata dagli stretti recinti dell’ideologia religiosa cristiana, una reazione contraria causata dalla stessa fonte che ne impediva la generazione – in entrambi i casi, nella società cristiana (cristianizzata) e nella società fighetta, lo ribadisco, manca una reale libertà dello spirito, cioè una effettiva possibilità di evoluzione sociale – e mi sembra che questa evenienza venga colta anche da Perrotta: “Riuscirono ad espugnare (i fighetti) anche l’industria culturale: spettò a loro scegliere gli eletti e i dannati all’oblio”, niente di meno di ciò che hanno sempre fatto le ideologie religiose di potere, come quella cristiana.
Ma eccoci alla parte finale del libricino, un vero e proprio piccolo manifesto d’azione per riaprire gli occhi, affinare nuovamente lo sguardo, ricominciare ad agire per far sì che il fighettismo, questa peste terribile, non superi il punto di non ritorno, non raggiunga l’inevitabile letalità per la nostra società: scelgo, tra gli altri “inviti” ad agire, tutti preziosi: “Bisognerebbe convincere gli artisti che c’è ancora tutto da dire, che il lavoro è ancora tutto da fare, che è tempo di uscire dalla notte postmoderna…”. Non solo valga per gli artisti, tutto ciò! Tutti noi dobbiamo capire che c’è ancora tanto da fare, che sempre ci dovrà essere tanto da fare, perché una società in evoluzione è tale se ha movimento in sé, se ha azione, se è viva! “Da dove si comincia?” si chiede Perrotta… Beh, un buon inizio, certamente stimolante, è la lettura di questo Cornelia Battistini o del Fighettismo, edito da La Cantinella, € 5,00: richiedetelo direttamente all’autore, visitando il sito www.massimilianoperrotta.it… E’ un consiglio vivissimo, perché – come dicevo – fa’ sempre bene, ed è contagioso, leggere buoni pensieri di questi tempi…

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La scatola cinese

Mentre una delegazione governativa italiana è in Cina per fare come all’asilo i bambini nei confronti del compagno più grosso e forte – ovvero cercare in tutti i modi di farselo amico, per non trovarselo altrimenti automaticamente nemico, e diventando così i suoi valletti – da tempo mi sto chiedendo cosa pensare, personalmente, della Cina, se pensarne bene o male, e per conseguenza cosa ne dovrebbe pensare il mondo… Posto che l’evidenza primaria dei fatti mi fornisce già una risposta piuttosto incontrovertibile – e mi riferisco al sistema grandemente illiberale, dittatoriale e molto spesso persecutorio verso i non allineati al pensiero imposto, cosa che è del tutto inaccettabile oggi per qualsiasi piccolo o grande paese del pianeta, provo a mettere da parte questa grave realtà e considerare il resto. Da un lato la Cina, nella condizione in cui si trova di entità economica dal PIL più alto del mondo, potrebbe essere potenzialmente una fucina di tecnologie innovative che cambierebbero il mondo: ricordo ad esempio un progetto di una università cinese (Shangai, credo) di un auto che funziona con la cosiddetta energia di punto zero, cioè – in parole molto povere – con il nulla, l’energia ricavata dal vuoto, dunque con inquinamento zero; ha soldi da spendere e si può permettere di spenderli anche in sperimentazioni ardite, che tutti gli altri paesi del mondo scientificamente avanzati considererebbero facilmente soldi persi… Di contro, restando più o meno nel discorso con un esempio relativo, la Cina è l’entità più inquinante del pianeta ovvero quella più pericolosa per l’equilibrio ambientale dello stesso: basta vedere le foto satellitari su internet della nube di smog che sovrasta il territorio cinese ormai costantemente, o constatare i danni arrecati all’ambiente per la costruzione di dighe, complessi industriali e quant’altro di edificato col solo fine economico, e senza alcun criterio ecologico… Non si può dimenticare il Tibet – che troppi invece dimenticano; tuttavia la tecnologia a basso costo cinese, ora anche di bassa qualità, migliorerà sempre più, e certi elettrodomestici “di marca” che oggi da noi costano un occhio della testa, potranno arrivare dalla Cina a prezzi nettamente inferiori pur con pari (o migliore) qualità… Di certo già ora la Cina rappresenta potenzialmente la nazione-guida del pianeta, come vi è sempre stato nella storia, fosse l’Impero Romano, Britannico, gli Stati Uniti o chi altri; altrettanto potenzialmente, se si ipotizzasse uno stato cinese aggressivo, con la propria consistenza demografica, potrebbe conquistare il mondo in breve tempo…
Cosa pensare (e fare) dunque? Beh, certo non genuflettersi tout court come sembra che molti (soprattutto in ambito governativo/industriale, e ciò è piuttosto grave) vogliano fare… Per mio conto, sto bene attento a non acquistare beni di provenienza cinese, dacché nessuno mi può dare la certezza che tali beni non siano prodotti attraverso assoggettamenti, soprusi e magari torture (che possono essere non solo fisiche, naturalmente…), in una dimensione, dunque, nella quale il lavoro sia soltanto mezzo di coercizione e controllo sociale e non di evoluzione civile; per contro, se la Cina dovesse porre fine a tale metodo di governo illiberale, con tutto ciò che comporta (e non centra che sia comunista, non è questo il punto: la libertà di un individuo è un diritto a destra e a sinistra, in tutto il mondo) basando su una avanzata civiltà di diritto la propria evoluzione generale, non potrò che guardare con ammirazione e speranza alla Cina… Ma lo ammetto: non sono così ottimista su questa seconda ipotesi, sulla quale aleggia – nella mia mente – l’ombra scurissima di un’alleanza tra Cina e nazioni arabe, magari islamiche e fondamentaliste (ma ben fornite di petrolio), contro lo stupido Occidente incapace di difendere il proprio mercato e di saperlo “alimentare” senza la dipendenza petrolifera – la qual intesa, stando le cose come stanno oggi, metterebbe facilmente in ginocchio la nostra parte di mondo, con buona pace dei politici-valletti che s’affrettano a dimostrare quanto ci tengono ad essere amici del “drago cinese”…
Questo è quanto, dal mio punto di vista – ricordando a “quelli di dovere” che per chiedere più libertà in Cina non si deve perdere la nostra, e purtroppo la plutocrazia che domina il mondo non è certo amica della libertà…

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