Archivi del mese: dicembre 2006

Inquinamento vocale

Non so se sia lo scrivente che, con l’andar del tempo e dell’età, diventi sofistico; non certo credo di diventare iperuditivo, che semmai l’età dovrebbe imporre il contrario… Insomma: ho la netta impressione che, soprattutto nei locali pubblici, la gente urli sempre più! Sì, gridi, parli ad alta voce, si trastulli del baccano da essa generato, non si renda conto del fastidio che ciò arreca a coloro i quali, per fare un esempio, vorrebbero recarsi in un ristorante a cena e goderne della tranquillità, della pace e dell’intimità che l’occasione dovrebbe contemplare… Naturalmente non sto facendo riferimento a quei locali tipicamente rumorosi, per tipologia, frequentazione, specificità, ma mi pare che pure – per riprendere l’esempio appena fatto – il ristorantino da cena tranquilla e rilassante oggi annoveri tra la sua clientela dei veri e propri inquinatori vocali, gente che crede di essere allo stadio o in piazza durante un concerto e pretende che quanto lo circondi, anche il locale nel cui sta mangiando, si adegui al proprio baccano, quando civiltà, educazione buon senso, cortesia e quant’altro di simile imporrebbe l’esatto contrario… Ripeto, sarò io in errore, ma ogni qualvolta mi reco in uno di quei posti sopra detti, me ne torno a casa con il mal di testa per il fracasso del vociare, e con il mal di gola dacché, per farmi sentire dai miei commensali, mi tocca a mia volta alzare la voce ad un tono che mi pare superiore a quanto di educatamente consentito…
Ho l’impressione che quanto sopra sia un effetto collaterale del modo di vita contemporaneo, ovvero della conformazione del mondo sociale nel quale quel modo di vivere si realizza: sembra che oggi l’identificarsi nella massa, il tentare di farsi notare, di rivendicare una certa “importanza sociale” debba passare dall’urlo, debba essere necessariamente gridato, rumoroso, strepitante, perché viceversa si perderebbe tra mille altri rumori, segno inequivocabile, questo, che la “fonte di emissione” è molto debole… In fondo, nel nostro tempo, molte delle cose a cui la massa attribuisce una qualche “importanza” – che questa abbia valore o meno – non sono sostanzialmente urlate e strepitate fastidiosamente? La TV non ci sbatte in faccia tante evidenze fastidiose come rumori assordanti? Molti eventi del mondo d’intorno, anche di quello quotidiano, non risultano irritanti alla civiltà, all’educazione e al buon senso sociale come infernali baccani? L’ipocrisia che regna un po’ ovunque, e soprattutto presso chi ostenta la più sicura sincerità, non esaspera la mente razionale come una tremenda caciara fa’ con l’udito? L’urlare, il parlare ad alta voce, in fondo è una rozza ostentazione della propria presenza, è una forma di egoismo becero di chi pretende di oberare l’aria delle proprie parole (assai spesso a vanvera) a scapito di altri che, magari, potrebbero dire cose più utili e intelligenti, visto che gli “urlatori” sovente impegnano e gettano il proprio fiato in inutilità varie e assortite… E’, sotto un altro punto di vista, un comportamento infantile, del neonato che non avendo ancora i mezzi – cioè la personalità – per farsi notare, inevitabilmente si mette a piangere sonoramente: ma che questo accada ad un piccolo bambino è del tutto normale, che accada a persone adulte credo sia assai preoccupante – soprattutto per loro stesse, per la loro manifesta mancanza di personalità, di carisma, di carattere, di saper attirare l’attenzione grazie al proprio valore, virtù, peculiarità specifiche, e non perché sappiano urlare di più e più di chiunque altro!
Ripeto, nuovamente: forse sarò io che sto diventando sofistico ma, per quanto mi riguarda, a causa di siffatti personaggi così sonoramente inquinanti, credo che in alcuni locali pubblici – per riprendere l’esempio qui in uso, ma certo il tutto vale per molti luoghi purtroppo sempre più in balìa dell’inciviltà contemporanea – farò abbastanza fatica a ritornarci…

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Qualcuno tocchi Caino…

Ditemi tutto quanto volete, datemi contro come e quanto volete, ma la tragedia di lunedì 11 dicembre scorso a Erba di cui certamente avrete letto e/o sentito dai media, con 4 vittime sgozzate e bruciate e una quinta gravissima all’ospedale per mano di un pregiudicato libero grazie al “santo” indulto (non dimenticate mai chi premette tanto affinché tal infamia divenisse legge, alla quale poi dette la propria benedizione…) mi rinfocola un personale tormento, quello di non riuscire proprio – nonostante sinceri sforzi intellettuali – ad essere del tutto contrario alla pena di morte, per casi estremi. Senza mezzi termini, all’autore della strage di Erba gliela decreterei al volo, senza alcun dubbio: un “individuo” del genere (e, inutile dirlo ma lo faccio per i più sempliciotti, non centra che il soggetto sia un immigrato, non è assolutamente una faccenda di questo tipo ma semmai di palese “antiumanità”, di evidente condizione meno che bestiale). Non riesco a sostenere alcuna delle motivazioni di coloro i quali si battono – nobilmente – per l’abolizione della pena di morte del mondo, e sono profondamente convinto che la maggioranza delle esecuzioni oggi messe in atto del mondo siano una vera e propria efferatezza, soprattutto quando basate su giustificazioni politiche (i “cari” cinesi, per dirne una…); ma il concetto sempre messo in campo in questi casi, e in maniera generale, che “lo stato non ha alcun diritto di togliere la vita a chicchessia” – a parte il fatto che si scontra giornalmente, per molti stati, con mille ragioni di natura geopolitica – impatta violentemente con il quesito che viceversa io pongo costantemente: è vero quanto sopra ma, prima di esso, che diritto aveva l’assassino di togliere la vita alle sue vittime? E le vittime non erano parte integrante della comunità sociale dalla quale sono state “strappate” così brutalmente? E chi, dunque, può assumersi il diritto, previo consenso delle persone vicine alle vittime, di riequilibrare la equità vitale corrotta?… Sì, “equità vitale”, e non “giuridica”: la società è fatta di singoli individui e si sorregge sull’interazione sociale (appunto) tra di essi; chi la danneggia, “eliminando” i suoi singoli, si palesa come gravissimo elemento di detrimento per essa, soprattutto nei casi in cui il danno cagionato è di gravita estrema: e credo che per i fatti di Erba ci si trovi in questa situazione. Dal mio punto di vista cade anche l’altro concetto sostenuto dai detrattori della pena di morte, ovvero che “lo stato non deve scendere allo stesso brutale livello dell’assassino”, il quale ha in sé per certi versi la sua stessa negazione: non è lo stato che deve scendere a quel livello, è l’assassino che vi è sceso – abbandonando il proprio stato “umano”, di persona civile; e nemmeno merita parlare di “perdono”, un concetto invero nobile all’origine teoretica, ma nella realtà talmente corrotto e divenuto ipocrita, da non essere che un mero esercizio di “belle parole” per chi lo sostiene – che spesso è il primo a non osservarlo!
Tutto ciò, ribadisco mille e mille volte, con tutti i distinguo del caso, e non potendo qui approfondire e specificare meglio la questione come sarebbe necessario (mi scuso di una tale estrema esemplificazione): la pena di morte è incivile nella stragrande maggioranza dei casi, ma in alcuni è purtroppo l’unica e terminale soluzione per soggetti totalmente immeritevoli e indegni di appartenete al genere umano, per i quali diviene ingiusto anche lo spendere soldi pubblici per il loro eventuale mantenimento in un carcere: sarebbe un’autentica violazione dei diritti umani – di chi ha subìto la violenza, non certo di chi l’ha arrecata. Ripeto, ancora: me ne duole, ma nei casi estremi (e spero rarissimi), non posso essere d’accordo con i contrari alla pena di morte, che mi auguro continuino nella propria battaglia di civiltà – ovunque ve ne sia da salvaguardare. A Erba temo sia stata sgozzata anch’essa…

P.S. del 13/12/2006: è chiaro che le notizie uscite oggi sui media circa l’evoluzione dell’indagine in corso sui fatti di Erba non cambiano il senso e il valore di quanto sopra riportato. Non è in discussione chi ha commesso l’atto o il perchè e come sia stato commesso, ma l’estrema gravità dell’atto stesso, e le conseguenze che, a mio parere, deve subìre chiunque lo abbia commesso. E, mi sia consentito, non cambia nemmeno il giudizio sull’indulto, che continuo a ritenere una insensatezza giudiziaria – ancor più per come in Italia è stato generato e messo in atto.

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