Archivi del mese: gennaio 2007

Tra luce e ombra

Qualche giorno addietro, per ragioni indirettamente personali, ho dovuto recarmi all’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori di Milano. E’ inutile rimarcare come questa struttura non sia il “solito” ospedale o luogo di cura, nel quale vi si può patologicamente trovare di tutto, il caso grave come la “banale” appendicite o lo sciatore con una gamba fratturata… Percorrere i suoi reparti, entrare nei locali di degenza, offre sensazioni particolari, per le quali è altrettanto inutile osservare quanto sia facile, probabilmente inevitabile, nell’esprimerle, cadere nella bassa retorica dell’ovvietà, nel caso in cui quelle sensazioni vengano confrontate con le altre che si percepiscono nel mondo “normale”… E’ facile, appunto, prendere la sofferenza spesso profonda che si vede nell’Istituto e metterla accanto alla gaiezza spesso vuota che si trova in molte delle cose quotidiane; è prevedibile che, nel vedere uomini di sessant’anni che ne dimostrano trenta di più per quanto sono debilitati dalla malattia, o giovani all’apparenza in buone condizioni che invece portano in corpo la miccia accesa di chissà quale esplosiva forma di cancro, benigna o peggio maligna – è prevedibile, dicevo, prendere questi casi e raffrontarli a tutta la massa di gente “sana” che fuori dalle mura dell’Istituto si diverte alla faccia di tutto e se ne frega di ogni cosa… Non si riesce a farne a meno, se in un luogo del genere si entra con occhio critico e perspicacia attiva: si ha l’occasione di constatare per bene come la realtà della vita, checché se ne voglia, corre sullo stretto confine tra la luce e l’ombra, nonché di dover supporre assai fortunati – ne più ne meno che fortunati – quelli che stanno dalla parte della luce a farsene beatamente illuminare… Stridono moltissimo – è vero, inevitabilmente – l’individuo sofferente costretto a letto da un male incurabile, o difficilmente curabile, nella penombra delle algide mura di un’anonima stanza di degenza, e quello che fuori dalle mura di quell’ospedale si gode la vita magari nella maniera più futile e puerile possibile, vispo della propria immacolata sanità… Eppure tra questi due margini estremi si muove la vita, e li contempla entrambi, con buona pace dello spensierato e senza la necessità di arzigogolare sopra questa evidenza chissà quali retoriche (appunto) e fors’anche moralistiche osservazioni – di quella “morale” che elegge la “compassione” a materiale simbolo di superiorità verso i deboli/debilitati, e in tale suggestione di comodo convoglia tutta la propria simulata “umanità” rivelandone la vera natura, ovvero un egoistico menefreghismo bello e buono…Solo una cosa mi viene da osservare, molto molto semplice: a prescindere ovviamente dal motivo per il quale la si potrebbe fare, una visita in un luogo come l’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori di Milano è un’esperienza – se così si può definire – che smuove lo spirito, e probabilmente, a molti, darebbe una visione più completa e profonda della vita in generale, e magari anche della propria.

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Un esempio da seguire (o l’Uomo dell’Anno 2007 – di già!…)

In questo inizio di mese di Gennaio più simile ad un fine Aprile, a cui mancano solo le margherite nei prati per diventare sinonimo di catastrofe, vorrei e dovrei parlare di clima, ma ciò significherebbe cominciare il 2007 in modo troppo pessimistico. La speranza è l’ultima a morire e non sarò certo io ad ucciderla, anche perché la lista di suoi killer è ormai sterminata, e a questo mondo ci sono ancori esempi “umani” che di quella speranza diventano mirabili difensori, in senso generale…

Uno di essi è Mark Inglis, un alpinista neozelandese che l’anno scorso è diventato la prima persona dotata di arti artificiali a scalare l’Everest, e sulla cui storia vi invito a leggere le nozioni fondamentali nella relativa voce di Wikipedia. Tra le tante osservazioni che si potrebbero fare su di lui, credo di poterne fare una che le compendia tutte: Inglis è una persona viva, una che ha saputo percepire, riconoscere e comprendere il valore prezioso della vita che ogni essere senziente deve sentire in sé, e ne ha saputo trarre la forza necessaria a compiere quanto di eccezionale egli ha fatto. Quanti individui, quanti esseri umani, sono veramente vivi, cioè vivono veramente la propria vita? E quanti, viceversa, non si limitano a far altro che “esistere”? Quanti posseggono quello spirito vitale che, se a Inglis ha permesso di compiere le proprie imprese, ad altri potrebbe permettere di fare qualcosa di buono nella propria vita, di lasciare una traccia evidente e di valore che altri potranno seguire e magari continuare in futuro? Molto spesso, per cambiare le cose di questo mondo che non vanno – il che significa, in senso più “filosofico” per farlo evolvere – basta soltanto un pizzico di presenza di spirito, di volontà di azione, di essenza umana: capire che non si è qui solamente per consumare aria respirabile e farsi belli per il sabato sera, ma per cercare di combinare qualcosa di buono per noi stessi e per il mondo che ci sta intorno… Quanta gente oggi, invece, se ne resta seduta sugli “allori” della quotidianità contemporanea senza far null’altro di quello che gli tocca obbligatoriamente fare per poi, alla prima e minima difficoltà, defilarsi o discolparsi, lagnarsene o fregarsene! Questa, per restare nel tema di questo scritto – è disabilità umana, cioè non abilità, dunque insufficienza umana: non esseri umani ma qualcosa di inferiore, di inerte, di spiritualmente esanime: giusto ciò che serve a chi vuole imporre il proprio potere per poterlo fare, e nel modo più antidemocratico possibile, alla faccia delle libertà individuali, dei diritti umani e dell’evoluzione della società!…

Mark Inglis è un esempio, appunto, di come la vita debba essere “sfruttata”, e di come (per compiere ciò) noi si possa avere una forza eccezionale, che ci può permettere di fare cose che risultano “impossibili” solo a chi non ha la volontà di volerle credere: tanti prima di Inglis, avrebbero ritenuto impossibile che un uomo con entrambe le gambe amputate al ginocchio, e dotato di due protesi artificiali, avrebbe potuto salire la montagna più alta del pianeta; probabilmente tanti ad oggi, ritengono impossibile che l’uomo, con la sua presenza sulla Terra e con la concreta realtà di essa, non stia facendo altro che contribuire pesantemente a rovinarne la vivibilità. Mark Inglis, tuttavia, ha avuto la possibilità di ottenere due nuove gambe di acciaio al posto delle sue “originali”; l’umanità viceversa non avrà la possibilità di avere un pianeta di riserva, se quello originale si rovinerà definitivamente… Egli ci dice: ci può essere una soluzione a ogni problema, basta volerla e lavorare per realizzarla. Con il futuro che abbiamo davanti, il suo è un “consiglio” quanto mai prezioso da seguire…

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