Archivi del mese: marzo 2007

Erlend Loe, “Naif.Super”

Nel mio viaggio di esplorazione della letteratura nordeuropea, mi imbatto in quest’opera di uno dei più apprezzati giovani autori norvegesi, pubblicato in Italia sia da Iperborea che da Feltrinelli… Gli scandinavi, l’ho già denotato in altri frangenti, hanno uno stile di scrittura geograficamente piuttosto uniforme e assolutamente particolare: come se fossero fatti degli stessi elementi del clima e dell’ambiente naturale che li circonda, scrivono le loro storie in maniera per così dire fredda, narrando di mortali tragedie o di divertenti facezie nello stesso identico modo, come fossero nella sostanza la stessa cosa… Sembra si mantengano superiori alle eventualità “pratiche” della vita, come se di esse non interessi la materia ma l’essenza, e che in fondo solo questa percepiscano come elemento da considerare, ricordare, fare esperienza e strumento per la propria vita e per gli obiettivi che in essa ci si pone… Naif.Super non sfugge da questo stereotipo letterario-geografico (sì, perché usare il termine “stereotipo” è qui funzionale a quanto sto scrivendo ma in effetti fuorviante, se lo si coglie nel suo senso “normale”): è la storia di un venticinquenne che, improvvisamente in crisi con sé stesso e la propria esistenza, cerca di capire come fare a ritrovare il bandolo della matassa vitale; dunque una trama non così originale, che Erlend Loe svolge nello stile sopra detto (che viceversa è originale, appunto!), che può risultare in molti tratti disorientante perché banale, a volte frivolo, infantile, fin troppo spensierato (è da notare che Loe è anche un affermato, e non casuale, autore di libri per ragazzi)… Ma è proprio ricercando e ritrovando le cose più semplici della vita, e cercando di comprenderle pur nella loro semplicità, che il protagonista del romanzo raggiunge e coglie anche quelle più profonde, in tal modo ricostruendo quel senso della vita apparentemente smarrito. Tuttavia, ribadisco, un buon aggettivo per descrivere il libro è “leggero”: è veramente tale, in moltissimi sensi – nella storia e nei suoi eventi, nella scrittura e nello stile, nella corposità letteraria… – però tale leggerezza, come dicevo peculiare nella letteratura nordeuropea e direttamente figlia di quello stile autoctono di cui sopra dicevo, diviene invero – scorrendo il romanzo e giungendo alla fine – la via per arrivare in profondità nelle cose, e ritrovare un senso anche “pesante” che la semplice lettura forse non avrebbe mai riscontrato. Da notare infine che delle peculiarità letterarie scandinave manca sostanzialmente solo la presenza possente del paesaggio naturale, ma in questo caso la storia narrata non la richiede così pressantemente…
E’ un libro consigliabile, ricordando ancora che per alcuni potrebbe risultare un libro leggero ovvero flebile – nello spessore letterario – quindi banale: a mio parere non lo è quanto sembra, tendendo nella sostanza ad essere l’opposto della forma con cui si presenta – senza certo essere Dostojevski o cose affini, anzi! – ma per chi ricerca un qualcosa di particolare e insolito da leggere, in tal senso qui può trovare un libro gradevole.

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Fisiognomica

La Fisiognomica è una pseudoscienza, una disciplina ovvero non basata su un metodo scientifico e la cui verifica non possa essere organizzata in base ad un metodo sperimentale – ed io non sarò certo quello che metterà in discussione una tale evidenza…
Tuttavia…
Caso “Vallettopoli” (esempio qui citato e preso a riferimento, ma invero per pura casualità temporale): indiziati principali, il signor Fabrizio Corona e il signor Lele (Gabriele?)(No, Dario! Ringrazio Ferd per l’informazione > vedi commenti) Mora (si noti il tatto che pongo in tale scritto, anche per le ragioni sopra indicate e che reggeranno il seguito dello stesso). Bene, se ne osservi la figura, il volto, le espressioni, gli atteggiamenti, i modi di fare…
Ora, sarà – e ribadisco nuovamente tutta l’opinabilità di questi miei pensieri – ma certi individui a mio parere portano veramente impressa nella propria presenza la verità effettiva su sé stessi e sulla propria esistenza, ovvero su quanto e come in essa operano… Fateci caso (e qui non voglio riferirmi a nessuno in particolare, sia ben chiaro) ma inciucioni, papponi, puttane e puttanieri, arraffoni, ipocriti, corruttori e corrotti (nei corpi e nelle anime) sovente di pubblica fama, MAI che abbiano sembianze da persone “normali” – e con ciò non intendo conformi/conformiste, ma “regolari” nel loro essere coerentemente e lealmente sé stesse, e dimostrarlo con palese evidenza! Mai insomma che si sia mai visto in giro un magnaccia che, nella figura, ricordi un professore di meccanica quantistica!… Sarà, appunto, ma…!…
A dire il vero, a questo punto sono tentassimo di proporvi una sperimentazione di questa “teoria” fisionomica sui tanti figuri delle categorie sociali/pubbliche più in evidenza dalle nostre parti, ma mi trattengo… (…Ma vi immaginate che divertimento sarebbe?!… Politici, attori e attrici, VIP d’ogni sorta… Ah, oops!… Avevo dichiarato di trattenermi!!!…).
Insomma, se la fisiognomica non può godere di un supporto probatorio sperimentale, potrebbe trovare un’alleata nella saggezza popolare… Bröte ghégne, ad esempio, si dice dalle mie parti, quando uno sconosciuto che vi si para davanti già dal volto, dall’espressione, dall’atteggiamento, lascia presagire un qualcosa di negativo… E, chissà perché, una tale metodo così empiricamente vago tanto spesso ci azzecca… Ripeto, ancora: da qui all’essere discepoli di Cesare Lombroso e/o in tal modo sputare sentenze all’istante su chiunque ce ne corre; ma forse, prenderlo come un suggerimento, una indicazione… Un’imbeccata…
Come dite? Che a valutare le categorie “in vista” intorno a noi di bröte ghégne ci sarebbe pieno?… Aehm, beh… Che dire… L’abito non fa’ il monaco, ma in fondo il monaco può fare l’abito! (e alla monaca poi glielo toglie, giusto per trastullarsi un po’, fare qualche foto osé e ricavarci qualche soldino)…

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Reinhold Messner (con Thomas Hüetlin), “La Mia Vita al Limite”

Pre-scriptum: su invito di alcuni (fin troppo gentili) lettori del blog, i quali conoscono il mio gran impegno di lettore e la mole di letture che riesco ad affrontare, inizio con questo post la pubblicazione delle recensioni degli ultimi volumi letti in ordine di tempo, i cui titoli titoleranno anche i post stessi. Senza alcuna pretesa di critica qualitativa, questi post – che formeranno la categoria “Di buone letture” – vogliono soltanto cercare di rendere contagioso l’impegno sopra citato, dacché di questi tempi e da queste parti, visto l’andazzo più volte evidenziato da sondaggi e statistiche, leggere (e farlo molto e con cura) è quanto di più genuinamente alternativo e anticonformista vi sia…

Reinhold Messner è un personaggio alquanto “forte” e particolare, per tanti motivi. Ritenuto da molti il migliore alpinista di sempre, primo uomo a raggiungere tutte le vette del pianeta superiori a 8000 metri e per ciò ammantatosi di un’aura leggendaria e quasi superomistica (in senso veramente nietzschiano), è stato in realtà il primo e più efficace sportivo (non da sport di massa, s’intende) a sapersi costruire un’immagine e venderla, non certo in senso bassamente commerciale tuttavia in modo da non restare confinato nel semplice e ristretto mondo alpinistico, diventando col tempo una specie di icona del nostro tempo, conosciuta nel suo valore pubblico anche da chi di alpinismo e montagne non ci capisce nulla. Questa sua autobiografia – in forma di intervista con il giornalista tedesco Thomas Hüetlin – tratteggia un Messner che, se possibile, supera la percezione del personaggio che mediaticamente ci si è potuti costruire negli anni, lasciando sovente spiazzati nonostante certe sue peculiarità siano prevedibili e comprensibili – anche per convenzione: “montanaro” in modo profondo, rude, scontroso, facilmente irascibile, egoista (tutte cose che egli stesso riconosce) ma anche capace di grandi sacrifici, di impulsi idealistici per la propria gente (nonostante neghi di essere un idealista classico), dotato di un fisico fuori dal comune, di una mente fredda, e soprattutto di una presenza di spirito possente e di una volontà a dir poco ferrea; tuttavia fondamentalmente anarchico, libero e difficilmente frenabile quando si ponga un certo obiettivo – e ciò anche a scapito di chi accetti di seguirlo, subendone conseguenze anche spiacevoli – Messner in questo volume racconta di sé stesso dentro e fuori, senza nascondersi, a volte contraddicendosi, lasciando intendere al lettore che, se non avesse dedicato la propria vita e tutta l’energia in corpo all’avventura, si sarebbe potuto bruciare molto prima e in modo forse drammatico. La sua è stata una vita volontariamente e necessariamente sempre tenuta sul filo del rasoio, per l’incapacità altrimenti di considerarla “buona” – una visione dell’esistenza che condannerebbe alla nullità molti comuni mortali; il suo alpinismo è stato una questione di vita o di morte, non nel senso che egli sfidasse apertamente la morte, ma che per sentire il pulsare della vita alla morte doveva starsene il più vicino possibile… Ciò ha causato anche gravi danni – la morte del fratello Gunther al Nanga Parbat è stata anche colpa sua, e lo ammette – ma solo con un tale “stile di vita” egli ha saputo raggiungere i grandi traguardi conquistati – nello sport, nella politica (come europarlamentare), nella società e nella cultura (con i suoi “Messner Mountain Museum”), dimostrando in fondo che una vita estrema in senso generale, affinché non si trasformi in tragedia, deve essere vissuta da persone estreme, nel corpo, nella mente e nello spirito; e, dal punto di vista messneriano, ciò significa essere veramente vivi, ovvero pienamente consapevoli della propria vita ed esistenza e delle potenzialità di essa, mettendosi continuamente in gioco e puntando sempre all’assoluto. In effetti, tutte cose che ben pochi oggi, nella nostra opulenta, viziata e (intellettualmente) sedentaria società, sanno fare…
Bel libro, singolare da leggere, a volte affascinante, a volte spiazzante; alla fine la sua lettura potrà portare a giudizi totalmente contrari: chi riterrà Messner un folle, chi lo riterrà un genio, e forse una tale potenziale indeterminatezza è proprio ciò che egli vuole per sé, come salvaguardia della propria irrefrenabile e naturale libertà.

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Un grande musicista…

P.S. (pre-scriptum): Si invia una sincera raccomandazione alla razza aliena che a breve inizierà l’annientamento del genere umano per palese, secolare, irrimediabile inettitudine di vita, a salvaguardare alcuni esponenti della stessa umanità, assolutamente meritevoli di continuare quanto di buono la loro esistenza ha finora presentato. Uno di essi è Claudio Parodi, la cui relativa raccomandazione gode della seguente motivazione:
Ho avuto la piacevole fortuna di chiacchierare, qualche giorno fa, con Claudio Parodi, il cui nome alla maggioranza di Voi suonerà quasi certamente sconosciuto. Claudio Parodi è un musicista sperimentale, avanguardista, innovatore, non convenzionale… – ma a parte tali “etichette”, è a mio parere un grande musicista. E stop.
Ci siamo conosciuti – grazie al comune amico Tiziano Milani, altro gran musicista – qualche giorno prima che iniziasse l’annuale farsa pseudo-musicale sanremese, per un particolare caso opposta a Parodi – ma qui intendo geograficamente, visto che lui è di Chiavari, levante ligure, e Sanremo è sul ponente, cioè dall’altra parte – e durante la lunga chiacchierata, nella quale si è parlato di tutto e di più, ma tutto sommato tenendo sempre al centro il concetto più puro di musica, quello artistico, non mi ci è voluto molto per stabilire che, se gli “artisti musicali” che pochi giorni dopo si sarebbero esibiti a Sanremo avessero la millesima parte della cultura musicale (e non) che Claudio mi ha ampiamente dimostrato, probabilmente quel festival potrebbe essere un poco meno farsesco di quanto ogni anno palesa d’essere – ed ecco ora che Chiavari è opposto a Sanremo non solo geograficamente!… (e asserisco ciò con tutto il rispetto umano per chi lo organizza e chi vi partecipa, mentre quello artistico è tutt’altra cosa…).
Da poco è uscito il suo ultimo lavoro, Horizontal Mover (Homage To Alvin Lucier), per l’etichetta australiana Extreme Records: utilizzando come sorgente originale un brano di Tiziano Milani (la cui traccia originale viene successivamente omessa), per dodici volte Parodi diffonde la musica in una stanza in cui viene variata la disposizioni dei diffusori ed il numero di risonatori, ottenendo un unico brano di oltre 58 minuti nel quale la traccia originaria assume una propria vita sonora, continuamente modificandosi, destrutturandosi e ristrutturandosi (qui trovate una recensione del CD dalla webzine Sands-zine): semplicemente geniale! Difficile, certo, ma geniale – e in fondo difficile perché siamo stati abituati a concepire (ed ascoltare) la “musica” così come viene “concepita” a/per Sanremo; tuttavia è grazie ad artisti come Claudio Parodi (e Tiziano Milani e gli altri affini: ce ne sono di ottimi, in Italia, ma totalmente soffocati dalla nullità musicale imperante) è grazie a Claudio e quelli come lui, dicevo, se la musica può ancora evolvere, andare avanti e innovarsi senza rinchiudersi nel proprio bozzolo canzonettaro da hit-parade, soffocando e quindi avviandosi ad una lenta e inevitabile morte luccicante di strass e miserrima d’arte…
Conoscetelo, Claudio Parodi: ne vale la pena – anche se poi Vi toccherà mettere un annuncio sui maggiori quotidiani per offrire un posto di lavoro nella Vostra miniera di ferro, o nella risaia di famiglia nel vercellese o nel campo di pomodori lucano, a molti di quei pretesi “artisti musicali” da classifica, che infine Vi sembreranno soltanto dei poveri, insensati e inutili inquinatori vocali (sempre con tutto il rispetto di questo mondo – ma chissà che qualcuno non accetti un tale impiego, vistosi smascherato!…).

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