Arkadi e Boris Strugatzki, “Picnic sul ciglio della strada”

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Nonostante l’abbia scritta, non ho mai letto molta fantascienza, e in ogni caso ho sempre preferito le opere di quella fantascienza che io chiamo “possibile”, ovvero non quella estremamente spinta nel fantastico e/o iperfuturibile, ma quella che potrebbe benissimo diventare realtà domani mattina, cioè che viene definita “fantascienza” principalmente perché non è ancora accaduta… Picnic sul ciglio della strada è certamente un’opera del genere, oltreché un classico della fantascienza russa di ogni tempo. Scritto a quattro mani da due fratelli – l’uno scrittore puro, l’altro astronomo e docente universitario – Picnic… è un romanzo sorretto alla base da un’idea narrativa geniale – una “zona” dove gli extraterrestri sono atterrati e se ne sono andati, utilizzandola come una sorta di discarica di oggetti incredibili d’ogni specie, e nel cui territorio le leggi fisiche terrestri sono state totalmente stravolte – che a sua volta sostiene un concetto socio-filosofico notevole, ovvero il contatto dell’uomo con qualcosa di totalmente diverso eppure così vicino alla propria realtà (la “zona” narrata nel romanzo è appena fuori il centro di una cittadina industriale) che in fondo rappresenta anche il contatto con quanto di più diverso si ha in sé stessi, che si cerca di dimenticare perché ritenuto opposto alla propria natura ma che prima o poi bisogna affrontare dacché inevitabilmente parte della vita che si vive… Così è, infatti, il senso del lavoro degli stalker, gli uomini che sfidano quel territorio così ostile eppure così attraente per cercare e riportare gli oggetti alieni, i quali, nonostante l’alto numero di quelli che ci lasciano le penne nel tentare ciò, continuano imperterriti a penetrare nella “zona”: uno di essi è il protagonista del romanzo – anche se parlare di “un protagonista” risulta quasi improprio, vuoi perché la storia si compone di episodi legati sì dai personaggi che ne sono soggetti, e da uno più di altri (ma poco di più) tuttavia slegati temporalmente, vuoi perché in effetti è proprio “la zona” l’elemento principale del romanzo, un “non luogo” (come si direbbe nella moderna antropologia sociale) che con la sua sola presenza comanda il destino dell’intera città…
Libro molto bello, visionario pure se assai plausibile – come detto, che ha i suoi momenti clou nelle pagine finali, dove in un crescendo di tensione narrativa lo stalker entra nuovamente nella “zona” alla ricerca del più incredibile tra gli oggetti alieni, la leggendaria “sfera d’oro”, che si ritiene in grado di esaudire ogni desiderio di chi la possiede – ma ancor più diventa ricchissimo di significato non solo letterario dalle pagine 139 e seguenti (nell’edizione “Marcos Y Marcos”, luglio 2006), nelle quali il colloquio tra due dei personaggi del romanzo svela piuttosto bene il già citato senso socio-filosofico che vi sta alla base, nonché della ragione che guida gli stalker nella sfida alla “zona” e, più in generale, che guida gli uomini posti di fronte ad un qualcosa di alieno, extraterrestre o meno.
Libro veramente molto bello, lo ribadisco, e molto consigliabile, che intriga con più si aumenta il numero di pagine lette, e la cui potente vena immaginifica rende notevole anche a chi non è appassionato di fantascienza; nel genere, lo porrei appena dietro L’Uomo che cadde sulla Terra di Walter Tevis, a mio parere il non plus ultra di questo tipo di narrativa.

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