Archivi del mese: giugno 2007

Luis Sepùlveda, “Patagonia Express”

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E’ da un po’ che ho in mente di leggere la più classica e celebre trilogia di scrittori patagonici, ovvero Coloane, Chatwin e Sepùlveda. Non ho ancora avuto la fortuna di visitare la Patagonia, la conosco abbastanza in chiave alpinistica e ho qualche conoscente che vi è stato; ma è inutile rimarcare che, anche senza questi elementi, la Patagonia è uno di quei (rari) luoghi del mondo “integri”, ancora incontaminati, selvaggi, duri, di confine, nei quali la civiltà umana non è ancora riuscita a imporsi – e a intaccarne la purezza primordiale… Soprattutto, la Patagonia è uno di quei pochi luoghi rimasti sul pianeta dove l’essere vivente deve aver costantemente presente il valore della propria vita, deve continuamente ricercare la migliore e più proficua armonia con l’ambiente in cui vive sapendo che, a differenza del mondo antropizzato, avrà meno possibilità di cavarsi da un eventuale impiccio – materiale o spirituale…
In Patagonia Express – la prima delle opere che ho letto – Sepùlveda sembra voler rimarcare la reale sussistenza della trilogia patagonica di cui ho scritto, proprio omaggiando, all’inizio e alla fine dell’opera, Chatwin e Coloane, ovvero chi ha contribuito alla conoscenza di massa di quella terra, e chi in effetti e primariamente vi ha dato corposità letteraria. Nel mezzo, si può leggere un libro diviso in brevi capitoli che Sepùlveda ci fa intendere scritti su un bloc-notes (una “moleskine” peraltro consegnatagli da Chatwin, palese passaggio di consegne tra narratori dello stesso mondo) ricco di poetica e di suggestioni, soprattutto umane: già, perché l’impressione che ho avuto è che in Patagonia Express la terra patagonica vi sia ma non in modo così preponderante (per fare un raffronto geograficamente antitetico, mi sembra in tal senso vi sia più Natura scandinava nei libri di Paasilinna, ad esempio) e invero Sepùlveda osservi la “Patagonia” attraverso percezioni più semplici e in primis incontrando e stando accanto ai personaggi che la popolano e vi trascorrono vite sovente fuori dall’ordinario, per scelta o per necessità. Emerge il ritratto di una comunità umana di frontiera, appunto, al margine della civiltà ma per ciò non certo emarginata dal corso della vita del pianeta, ed anzi in un certo senso capace, più che quella di altri paesi più avanzati, di recuperare e conservare una propria consapevolezza quotidiana, una più sentita percezione di sé nell’ambiente vissuto, in una sorta di riscoperta di un modus vivendi forse più primitivo, meno tecnologico, ma di contro più umano, nell’accezione più antropologica di tale aggettivo.
Ho letto di molti che, leggendo Patagonia Express come altre opere simili, hanno sentito l’irresistibile voglia di recarsi in Patagonia, e comprendo come letture del genere abbiano la forza di suscitare così forti suggestioni in chi le affronta; tuttavia, credo non sia così giusto leggere tali opere in pratica auspicando, ancor prima di cominciarle, che un qualche impulso del genere possa manifestarsi… Patagonia Express va’ più a fondo di una mera suggestione geografica: è un affresco lieve, leggero, di una terra, della sua gente ma non solo, anche di una certa aria, di una particolare atmosfera, di un pensiero, un’idea e di alcuni ideali, di un certo tempo e di un certo spazio che Sepùlveda ha colto per sé stesso ed ha trasmesso affinché anche altri sapessero quanto egli ha colto. Per ciò probabilmente a qualcuno (ben pochi, invero) il libro non è piaciuto, aspettandosi questi trasposta su carta la potenza del vento patagonico, la durezza delle vette e dei ghiacciai, la violenza dell’oceano e il “machismo” degli individui che in tutto ciò vivono… No, io vi ho trovato l’opposto, come detto, e per tale fatto non posso non dire che Patagonia Express è un libro delizioso, assai consigliabile e soprattutto a chi stia viaggiando – ma, attenzione, ovunque lo stia facendo, che sia in Patagonia o su un treno tra due città di quest’altra parte pretenziosamente “avanzata” del mondo.

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La carica dei Don Chisciotte

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(immagine tratta da http://www.queendido.org)

Di questi tempi pare che il derelitto popolo della Repubblica Vaticaliana si stia svegliando, stia aprendo gli occhi sulla realtà di quei poteri che lo comandano e, non si può non ammetterlo, sovente lo soggiogano, nel mentre che gli stessi lasciano sprofondare l’altrettanto derelitta istituzione statale in un baratro di discredito e di vergogna degno dei più tapini stati del terzo e quarto mondo… Escono libri in proposito, i media ne parlano – pur come ne possono parlare i media italiani, cioè come parlerebbero dell’ultima giornata di campionato di calcio o del nuovo amore della tal soubrette – e gli stessi potenti colpiti da tale mormorio d’ira si mettono sulla difensiva – ovvero fanno un passo indietro, un po’ fuori dalla luce, distribuiscono gesti dell’ombrello a destra e a manca, comunque sicuri della loro intoccabilità…
Bene, la civiltà, l’onestà, la rettitudine sociale ed etica, l’evoluzione generale non possono che giovarne, così come di ciò può rallegrarsi l’individuo che nello stato di fatto italiota generale si sente estremamente a disagio e riesce ancora, miracolosamente, a conservare la speranza che qualcosa possa cambiare… Ma quella sveglia che sembra ridestare molti, soprattutto nella mente, nel pensiero e nella consapevolezza, avrà un seguito virtuoso? Riuscirà ad assestare qualche bella mazzata alle fondamenta della viscida fortezza del potere? O il tutto si risolverà (ancora una volta!) in un lamentìo generale che svanirà alla prima partita della nazionale di calcio – o ad un altro evento/fregnaccia del genere?…
Io, che mica tanto tempo fa dicevo di essere “il più pessimista degli ottimisti”, ora ahimè non riesco a non essere pessimista tout court, tendente ad esserlo sempre più e così soffocando quell’ottimismo che comunque difendo a spada tratta da me stesso e dai miei realistici timori: così, ho paura di vedere, attraverso la sveglia generale di cui ho detto, non una moltitudine consapevole di voler e poter cambiare lo stato di fatto, ma una ciurma di Don Chisciotte non tanto pazzi quanto più rincogl… Insomma, rintronati da quello stesso stato di fatto imperante in Italia, che si scaglieranno contro tanti vuoti giganti/mulini a vento, alla ricerca di rivalse da quattro soldi che non otterranno nulla se non il far credere ad essi di aver fatto qualcosa, e per ciò sentirsi bravi, belli, forti, e in pace (?) con sé stessi… I veri giganti oppressori, da commedianti quali sono, faranno qualche smorfia per dar l’impressione di essersi impauriti, se ne andranno a dormire tra i propri soliti guanciali soffici e dorati e l’indomani ricominceranno il tutto, naturalmente uguale a prima…
E’ questo in mio timor che auspico, fortisssssssssimamente auspico non si possa avverare: ma ahinoi tutti, siamo in Italia, una nazione così arretrata da farsi comandare ancora da una casta religiosa…
Ma se quell’ottimismo in me non è, nonostante tutto, ancora morto, è perché qualche via d’uscita ancora la intravedo (sempre che non abbia raggiunto ormai stati mentali allucinatori) e, senza voler fare quello che s’impettisce e dichiara “io l’avevo detto!” – perché non ho alcun valido motivo per farlo, ed inoltre non è educato – vi vorrei invitare a leggere quanto scrivevo ormai quasi 5 anni fa (ottobre 2002) circa una di quelle possibili vie d’uscita, che ora vedo citata e proposta da sempre più persone nei vari siti e blog che ho occasione di visitare: un brano che trovate nel sito del sottoscritto e che ho intitolato:
Legittimità e delegittimazione dello stato
Sono passati cinque anni, appunto, forse certe parti dello scritto risentiranno di tale età: ma credo che il senso e il valore di esso restano assolutamente validi – e non per merito suo, ma per demerito della realtà di cui in esso si ragiona.
Dategli un occhio: se lo fate, grazie di cuore, buona lettura e: meditate, gente, meditate – e agite, finalmente!

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Ray Bradbury, “Cronache Marziane”

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Lo so, è facile – dirà qualcuno – scrivere di un’opera che molti considerano un capolavoro, uno dei grandi classici della letteratura mondiale moderna… E’ vero, come è vero che scrivere di un libro di così grande e contemporaneo valore rappresenta un esercizio assolutamente virtuoso: è auspicabile che la memoria pubblica su di esso non scemi mai, e scriverne non può che far bene ad essa, ed a mantenere ben illuminato quel suo valore così importante…
Cronache Marziane dunque, ovvero una delle poche opere di fantascienza ad aver superato ampiamente il limite del proprio genere, per spandere la propria importanza letteraria ben oltre, raggiungendo addirittura ambiti sociologici ed anche filosofici – al pari, ad esempio, de L’Uomo che cadde sulla Terra di Walter Tevis. Ma mi viene da chiedere: è “fantascienza”, questa? La cronaca a significativi episodi ed in ordine cronologico della conquista umana di Marte narrata nel libro lo è certamente, dal punto di vista prettamente concreto: ad oggi l’uomo sul pianeta rosso non vi è ancora giunto… Tuttavia la lettura e il senso dell’opera di Bradbury mostra subito, e in maniera assai evidente, come Marte non sia invero un nuovo pianeta ma semmai un’altra versione dello stesso pianeta dal quale i conquistatori arrivano: dunque una lettura altamente metaforica della vicenda narrata, la quale regge una visione dell’agire umano altrettanto evidente, ovvero l’uomo come un virus, l’incapacità del genere umano di guarire dai propri difetti anzi riproponendoli costantemente – nonostante ne conosca la letalità, l’inguaribile antropocentrismo legato ad una inevitabile ignoranza, ad una inettitudine cronica nel sentirsi parte dell’Universo per vedersi di esso invece, costantemente, come il dominatore, l’assoggettatore… L’uomo giunge su Marte – un mondo nuovo, il luogo per una potenziale nuova era, una nuova vita – e cosa fa? Vi ricostruisce pari pari le città terrestri, l’identica architettura, l’identica struttura urbana, l’identica dimensione, insomma, in cui preservare la propria solita, ordinaria esistenza, nel trionfo generale di un conservatorismo squallido e triste… I marziani lo sanno, capiscono tutto ciò, cercano in tutti i modi di respingere l’invasione; non riuscendovi, si spostano ad un livello vitale superiore, interagendo con i nuovi abitanti umani solo furtivamente e univocamente, intuendone i pensieri, le volontà attraverso la telepatia e agendo di conseguenza: come a voler palesare il fatto che sono loro a dover scendere al livello degli uomini, dacché non può avvenire il contrario… Paradossalmente, una guerra atomica totale nel frattempo scoppiata sulla Terra, la distruggerà in gran parte ma salverà Marte, in un finale inquietante, evocativo ma anche, fortunatamente, aperto ad un nuovo futuro – quel nuovo futuro verso il quale i coloni giunti dalla Terra nella migrazione di massa non hanno saputo dirigersi…
Un senso profondo, dunque, e ricco di infinite sfaccettature che ogni lettore potrà autonomamente cogliere e interpretare sul filo rosso tracciato dalla narrazione. Ma è importante anche notare la notevole matrice estetica dello stile di Bradbury, sempre molto evocativo, come detto, epico, intenso, molto raffinato tanto da risultare in vari tratti anche poetico, che rende ancor più affascinante e immaginifica la lettura dell’opera e ne accresce il valore artistico e letterario; uno stile peraltro piuttosto originale per un’opera di fantascienza, grazie al quale – ed oltre a tutto quanto il resto che il lettore potrà scoprire – Cronache Marziane diviene un’opera molto molto consigliabile, bella da leggere, semplice da comprendere nei suoi significati basilari ma che permette anche, lo ribadisco, di stimolare il pensiero sui messaggi più profondi per i quali Bradbury ha voluto farne prezioso mezzo di comunicazione: una fantascienza, dunque, che ogni essere razionalista – anche il più “scientifico”, dovrebbe leggere e tenere in grande considerazione.

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Il P.I.L. italiano (il Perfetto Inetto al Lavoro)

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(immagine tratta da http://www.cyclops.it)

Il PIL dell’Italia (che a breve, ricordo, sarà Repubblica Vaticaliana) cresce, sì, ma meno delle altre nazioni europee, il cui compendio fornisce il dato ufficiale in uso in ambito CEE (ecco un articolo in merito qui). Perché?
Beh, da Thule si fornisce un’ipotesi per spiegare questa (scarsa, ancorché positiva) realtà, un’ipotesi molto semplice e provocatoria il giusto, in perfetto stile thuleano: il PIL italiano cresce meno degli altri paesi europei perché il lavoratore italiano medio lavora in modo qualitativamente peggiore dei suoi colleghi comunitari, così deprimendo il potenziale di crescita. E con “qualitativamente” non si intende la mera qualità del prodotto finito (che in massima parte dipende dalla genìa originaria di chi lo ha messo a punto), ma proprio il valore del processo di produzione, nella sua componente prettamente umana, “professionale” – un attributo ormai profondamente traviato nel suo senso primario…
Un tempo si diceva che “il lavoro nobilita l’uomo”: si sa, certe nobiltà sono state ormai meramente calpestate da convenienze contemporanee di valore assai basso, puerile, plebeo, eppure ritenute da tanti “cose importanti”, in base ad una visione egoistica e superficiale delle stesse e dell’intera questione. Troppi, oggi, utilizzano per lavorare non più la mente, la testa, ma parti del corpo assai meno solari e, appunto, nobili; troppi la mattina iniziano la giornata lavorativa con l’unico scopo non tanto di far bene il proprio lavoro quanto di tirare a sera, possibilmente senza affaticarsi eccessivamente; troppi, lavorando, hanno totalmente dimenticato che la loro opera può avere una valenza sociale, collettiva, evolutiva per la società nella quale il prodotto finito viene utilizzato o che in genere usufruisce (anche indirettamente) dell’opera stessa, e considerano soltanto che quella loro opera serve unicamente a portarsi a casa la busta paga, ovvero sovente a poterla spendere nel modo più liberamente vacuo possibile, una volta ottenuta… Troppi, con questo modus operandi diffuso, con questo menefreghismo professionale, con questo tirare a campare per obbligo e non per virtù – o quanto meno per interesse personale, passione, volontà – ingrippano il processo di produzione nazionale, il quale potrebbe rendere 100 o 200 e invece rende solo 50… Per realistica assurdità, la retribuzione nel lavoro dovrebbe soltanto essere un elemento secondario, assolutamente in secondo piano rispetto alla qualità del lavoro, all’impegno postovi, alla creatività necessaria affinché possa continuamente migliorare e – perché no – diventare nel contempo più produttivo, redditizio e piacevole! Naturalmente, e giustamente, con la paga ci si mangia: tuttavia troppi dimenticano che il loro lavoro, più è fatto bene più fa’ mangiare anche gli altri, la società, la comunità che la forma… Ovvero: il lavoro ha perso il suo basilare valore sociale, diventando come detto solo un modo di far passare il tempo guadagnandoci qualcosa; ha assunto tutta la natura rozzamente egoistica che molti singoli individui manifestano nel loro “vivere sociale” – se così lo si può ancora definire…
E’ un po’ come un’auto da corsa, che potrebbe compiere un giro in pista in un certo tempo e ad una certa velocità, se guidata con generale perizia, invece viene sempre più guidata con inettitudine, così mettendoci il doppio o il triplo del tempo, mentre tutte le altre auto (gli altri paesi europei, ad esempio) la superano come nulla fosse e se ne vanno ben più veloci…
Molta gente, se si dedicasse a – che so… – a svuotare il mare con un cucchiaino, risulterebbe molto più proficua alla società che sul proprio posto di lavoro – quantomeno sarebbe più giustificata nel tenere spento il cervello! E se tutto questo vi pare un discorso classista… – oh, no, sappiate che non lo è: l’inettitudine professionale parte dall’alto, dalle massime dirigenze, e scende fino in basso, alle più basse maestranze. Basta guardarsi intorno, od ascoltare un qualche notiziario possibilmente sincero, onesto… – anche se, così facendo, potrebbe sorgere il dubbio che questa ipotetica dappocaggine lavorativa sia così incancrenitasi, nel tessuto sociale italico, da divenirne simbolo ed emblema, massimamente raffigurato nelle alte sfere del potere politico… Ah, dubbio, dubbio, padre di ogni buona verità…
Dunque, sapete quando si dice a qualcuno di particolarmente stolto: “ma va’ a lavorare!”? Ecco, mi sa che ormai quelli ci sono andati tutti, con i sopra citati ben scarsi risultati!…

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Murakami Haruki, “Dance Dance Dance”

Costante nel mio istintivo impulso alla conoscenza di nuovi mondi letterari, vado ora alla scoperta di quello giapponese, anch’esso piuttosto sconosciuto da queste parti, se non per qualche nome che, tuttavia, mi pare abbastanza “occidentalizzato” ovvero non più così genuino nei confronti dei mondo da cui proviene… E comincio l’esplorazione scegliendo (lasciandomi consigliare dal web) con Murakami Haruki, considerato uno dei principali e più originali autori giapponesi contemporanei, nato nel 1949 e trentenne, più o meno, in quegli anno ’80 che per molti versi hanno segnato molti elementi del presente. Infatti Dance Dance Dance, una delle sue opere più note se non la più nota, è giusto ambientata nel 1983, in un Giappone che nel corso della lettura si percepisce un poco alienato dal senso della realtà, freddo (non solo per la nevicata interminabile che cade su Sapporo, una delle città in cui la vicenda si svolge) e, in un certo senso, socialmente incolore. Su questo sfondo post-moderno e vagamente dark si dipana una storia che la copertina del volume definisce un folgorante noir giapponese: ecco, cominciamo col dire che, se effettivamente di noir si tratta, l’idea che ne hanno in Giappone è quanto meno difforme rispetto a quella europea… Non conosco troppo il genere e non sono certo in grado di giudicarlo in modo “evangelico”, tuttavia non è facile trovarvi quegli elementi che ogni lettore più rapidamente identifica con il genere, invero solitamente più tenebroso, appunto, nella realtà letteraria che solitamente crea e si riflette nella mente del suo lettore… Certo, ci sono personaggi oscuri, omicidi, cadaveri, anche scheletri, ma nulla di macabro e semmai più surreale, onirico; c’è una certa suspense, e un mistero circa gli esecutori di quegli assassini, ma il tutto viene dall’autore molto rarefatto in uno stile leggero, quasi spensierato, un poco ironico (alla giapponese, però) e mixato con svariati elementi che, appunto, in un noir non ci si aspetterebbe di trovare, e che in diversi momenti della narrazione generano un senso quasi di “smarrimento” nel lettore, che facilmente in quei passaggi potrebbe chiedersi: ma che centra questo con la storia in corso? Tuttavia il filo logico c’è, e dunque la suspense che vi si avvolge ne risulta “altalenante”, a tratti intensa e a tratti quasi assente, generata da un corso degli eventi a volte ben costruito e originale, altre volte un po’ più prevedibile e banale; in ogni caso bisogna notare che il libro si mantiene sempre piacevole da leggere, semplice e ben comprensibile (su ciò certo gioca a favore la traduzione, affidata a Giorgio Amitrano), grazie alle quali doti ci si ricorda bene, quando si prende in mano il libro, di quanto si è letto fino al giorno precedente – una peculiarità in sé banale ma che ritengo fondamentale per un romanzo del genere, anche se Dance Dance Dance, lo ribadisco, offre uno corso degli eventi molto lineare, tutt’altro che intricato, che possiede il maggior punto di forza nei momenti in cui si intrecciano dimensione reale e surreale/onirica, ben congegnati e capaci di creare un fascinoso elemento misterico; di contro, una delle debolezze – a mio opinabile dire – la si ritrova ad esempio in un senso generale di inconcludenza del romanzo, che immagino voluto dall’autore, che per certi versi è comprensibilmente funzionale alla narrazione, e che voglio credere sia in stile giapponese, dunque diverso da quanto ci si potrebbe più logicamente aspettare…
Posto tutto ciò: Dance Dance Dance è un libro consigliabile? Beh, per quanto mi riguarda è stato un buon primo approccio alla narrativa contemporanea giapponese (ovvero non mi ha fatto passare la voglia di approfondirne la conoscenza letteraria), e proprio a chi voglia leggere qualcosa del genere lo potrei in primis consigliare; come dicevo, poi, sarei curioso di conoscere l’opinione sul libro dell’appassionato di noir “classici”, e infine, per tutti gli altri, sappiano che ci sono libri assai peggiori, e libri probabilmente migliori… Me ne sto nel misterico anch’io, va’!

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Al di qua del bene e del male

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(immagine tratta da http://www.press.benettongroup.com)

E così, nuovamente, dopo il pluridelitto di Erba, dopo (per certi versi) il caso-telenovela di Cogne, dopo tanti altri casi simili, pare che nuovamente a Perugia (se le indagini confermeranno quanto paventano) un mostro, autore di un efferato delitto, cambia inopinatamente faccia, prendendo quella che nessuno si aspetterebbe, o meglio che nessuno auspicherebbe di vedere su un mostro…
La modalità è simile: caso di cronaca tremendo, troppo per non essere commesso da un “mostro”, appunto… Chi è il mostro, oggi come da sempre? Il diverso, il non-normale, colui che sfugge – si potrebbe dire oggi con definizione “modaiola” – dal “politically correct”: l’extracomunitario ad esempio, magari anche clandestino… Dunque si prospetta tale soluzione, che in molti percepiscono come logica, accettabile, comprensibile nella “normalità” dello stato di fatto contemporaneo nella nostra società; ecco perciò che la morale comune si rappacifica, dimentica in parte l’efferatezza del caso, sente come se le cose si fossero rimesse al giusto posto…
Ma!… – cè il ma, lo sconvolgimento della normalità, tutto quanto perde il proprio posto in un disordine reale sfuggente, incomprensibile, inafferrabile: il “mostro” non è quel mostro, il demone è in realtà l’angelo, il bene e il male si scambiano di posto nello sbigottimento generale… Il piccolo piedistallo sul quale ci si era elevati perché creduto solido è invece assai instabile, anzi sta già crollando, portandosi appresso nella caduta tutta la “verità” messaci sopra… E la colpa, l’infamia, scagliata lontano dalla propria realtà torna indietro come un boomerang, trafiggendo spietatamente quella tranquillizzante “verità”…
Ma non pensiate che qui io voglia fare una considerazione di carattere “buonista”, che voglia così dire che l’un fatto giustifica l’altro, che non si debba fare di tutta l’erba un fascio, che ognuno ha le proprie mele marce e così via… Sono solo banalità, queste, e viceversa io qui sto costruendo una riflessione viceversa cattivista – se posso usare tale termine, rendendo il più possibile evidente la contraddizione col suo opposto sopra citato… E se l’anormalità – da cui si generano “mostri” – non fosse quella che viene creduta la normalità solo per convenienza, per conformismo o perché non si riesce a credere a qualcosa di meglio? Cos’è la “normalità”, sovente, se non quella condizione che viene creduta soltanto perché è la migliore dietro la quale nascondere le degenerazioni del “nostro” mondo?
Da sempre l’uomo – creatura intelligente per proprio inappellabile decreto – ha bisogno del diverso, dell’anormale per poter giustificare una propria pretesa normalità sì da facilmente imporla alla propria realtà: pensate a Dio, poveraccio, se non avesse Satana da combattere, da scacciare, dal quale liberare e redimere i peccatori! Ugualmente nell’anormalità viene inserita a forza la colpa che si è commesso, in modo da sentirsene liberati, ovvero indirettamente giustificati perché “qualcun altro l’ha fatto” e avendolo fatto ora è cosa ben peggiore della mia, fatta ieri, un anno fa, mille anni fa: la suggestione è da sempre una delle armi preferite dai poteri dominanti… E’ il caso di quanto oggi si pensa (giustamente, non lo nego certo) del terrorismo islamico di matrice religiosa, identificando in esso “il male supremo” e così scacciandoselo dalla memoria, cioè dimenticando che, fino a poco più di due secoli fa, le stesse efferatezze ed anzi molte altre ben peggiori le faceva la chiesa cattolica, oggi convenzionalmente vista come il “bene”… Per lo stesso principio – e per uscire dalla emblematica dimensione religiosa e citare un altro esempio – il capitalismo è degenerato al punto nel quale lo vediamo (e spesso viviamo) oggi grazie al fatto che dall’altra parte, vi era un nemico – ovviamente il comunismo – al quale imputare molte delle colpe che in realtà anche di qua si commettevano, e così sentendosi la coscienza pulita e tranquilla…
Non esistono mostri, dacché tutti si è mostri. Amici, non ci sono amici! – scriveva Nietzsche nell’Umano, troppo Umano (citando il detto attribuito ad Aristotele da Diogene Laerzio), ancora una volta intercettando l’essenza dello spirito etico dell’era moderna, ma come detto il discorso non ha tempo, e a mio parere coinvolge la stessa capacità di evoluzione razziale dell’essere umano: finché esso non saprà andare oltre ogni “normalità”, ogni conformismo ipocrita tanto quanto rassicurante entro cui continuare a coltivare la propria inguaribile idiozia – finché non saprà non essere “mostro”, assisteremo a chissà quanti casi “Perugia”, come a chissà quante altre, assai peggiori scelleratezze…

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