René Barjavel, “La Notte dei Tempi”

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Negli ultimi tempi vi è stata una riscoperta, da parte di alcune case editrici, di certi classici della fantascienza “alta” (ovvero non quella tutta spazio-laser-alieni malefici e cose simili, certo non mediocre ma meno portata a raggiungere un vero e proprio senso letterario): è stato il caso di Minimum Fax e L’Uomo che cadde sulla Terra di Walter Tevis, o Marcos Y Marcos con Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Strugatzki, ed anche Nord ci mette del suo con La Notte dei Tempi di Renè Barjavel, romanzo pubblicato in origine nel 1969 che ebbe in patria un notevole successo.
La Notte dei Tempi è per buona parte un’altra opera di quella che io definisco “fantascienza possibile”, ovvero una storia “fantastica” solo perché non ancora avvenuta, e che potrebbe avvenire benissimo domani mattina – anche se, a differenza delle altre due opere sopra citate, si spinge in talune parti più verso una SF classica; la storia si pregia di svolgersi sul territorio più alieno (ancora oggi) del pianeta, dunque sfondo più “facile” per storie poste oltre la realtà: l’Antartide, nella quale in team internazionale di scienziati si troverà di fronte ad una scoperta che potrebbe cambiare la storia e il destino del mondo e dell’umanità… Naturalmente non svelo la trama, la quale – preciso subito – è chiara, ben scritta, e nel susseguirsi degli eventi che la animano, piuttosto intrigante; Barjavel, più che scrittore, è stato soprattutto sceneggiatore per il cinema e la TV (fu anche collaboratore della serie di Don Camillo), e La Notte dei Tempi lo rivela piuttosto palesemente: infatti il romanzo venne inizialmente ideata per il cinema, tuttavia mai realizzata per i costi troppo ingenti che la pellicola avrebbe richiesto, e dunque trasformata in opera editoriale. Non so se questo possa essere considerato un “difetto”, ma sicuramente si ha l’impressione che certe parti dello scritto, se supportate da immagini, risulterebbero meglio comprensibili e più logiche con le precedenti e le successive; non che la trama non possegga linearità , semmai (ribadisco, solo in certe parti) manca un poco di “consistenza”. Barjavel inoltre sceglie di aprire il romanzo dalla sua fine, dall’ultimissimo atto della vicenda narrata: soluzione spesso in uso da tanti scrittori, ma in un’opera per la quale il finale è senza dubbio il clou assoluto, ciò verso cui l’attenzione del lettore tende sempre più con interesse man mano che le pagine lette scorrano, tale scelta mi sembra privi il corpus narrativo generale di una parte del suo fascino – s’intenda, Barjavel non rivela subito come la vicenda si conclude, ma ne fa intuire il contesto…
Di contro, il soggetto de La Notte dei Tempi, è assai potente: l’idea antartica in particolare è stata più volte sfruttata in seguito soprattutto dalla cinematografia, ma più in generale il suo canovaccio basilare mi ha ricordato (almeno personalmente) altre realizzazioni, in primis – e soprattutto per la prima parte del romanzo – il bellissimo sceneggiato televisivo RAI A come Andromeda, cronologicamente successivo (1972) a La Notte dei Tempi ma basato su un romanzo antecedente (1962). Inoltre Barjavel dimostra una notevole inventiva preconizzatrice, ideando cose sicuramente di là da venire nel 1968 (anno in cui è stata concepita l’opera) ma poi realizzatesi: cito ad esempio, la rete che collegherà tutti i computer del mondo per far interagire i loro programmi e aiutare gli scienziati antartici a risolvere un certo enigma: e che cos’è questa, se non una visione di internet fatta quasi trent’anni prima?
Per finire, mi è sembrata interessante anche la “struttura” morale che sottostà al romanzo e dalla cui narrazione Barjavel fa’ scaturire e determinare, nonostante non sia così originale – ma probabilmente lo era ben più all’epoca della stesura originaria: a volerne tracciare un senso “finale”, sembra che l’autore voglia sottolineare la congenita perdita di memoria del genere umano, che da millenni permette alla nostra civiltà di continuare a commettere gli stessi errori di sempre, nonostante basterebbe, appunto, dare una anche minima attenzione alla storia per rilevare quegli errori e saperli evitare… Ma non vado oltre, perché tali saggezze dovrebbero essere cosa ovvia e risaputa (per delle creature intelligenti quanto gli uomini professano a sé stessi d’essere) e ovviamente non svelare indirettamente la vicenda del romanzo, il quale non è un capolavoro (o qualcosa di molto vicino a essere tale) come L’Uomo che cadde sulla Terra, e non ha la visionaria originalità di Picnic sul ciglio della strada: è un bel romanzo, ben scritto e piuttosto interessante, che piacerà molto agli appassionati del genere, a chi piacciono le storie ricche di suspense, e forse un po’ meno a chi abitualmente legge tutt’altri generi letterari.

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