Fausto Curi, “La Poesia Italiana d’Avanguardia”

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L’attuale mio lavoro su un progetto di poesia sperimentale/avanguardista (errato accostare i due termini, ma lo faccio qui solo per una immediata e pur superficiale comprensione) mi ha “imposto” il gradito dovere di leggere uno dei testi fondamentali sulla produzione poetica italiana di ricerca del Novecento, La Poesia Italiana d’Avanguardia di Fausto Curi, editato nel 2001 da Liguori Editore: un testo certamente “tecnico” e specifico, del quale tuttavia voglio scrivere appunto per l’importanza che riveste nella saggistica di settore e per l’interesse dell’appassionato di poesia e di letteratura in generale, anche solo per chi ne voglia approfondire certa parte di storia, di tecnica, di senso. Fausto Curi, professore di letteratura italiana moderna e contemporanea nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, è sicuramente uno dei maggiori conoscitori della letteratura italiana novecentesca, soprattutto sul lato poetico, e testimoniano ciò i tanti testi pubblicati al proposito; trattare di avanguardie, e farlo compiutamente, non è mai semplice, posta la fondante anarchia che quasi sempre le caratterizza in ogni loro aspetto, e in questo suo La Poesia Italiana d’Avanguardia Curi cerca di tracciare per la prima volta una rotta da seguire attraverso l’avanguardia poetica italiana, dalle sue origine storiche e filologiche passando per le prime avanguardie – e, ovviamente la maggiore e più fondamentale, il Futurismo – incontrandone gli esponenti più importanti per giungere alle neoavanguardie nate intorno e dopo il famoso Gruppo 63.
Un volume appunto prezioso e necessario per l’approfondimento della relativa conoscenza letteraria; dalla sua lettura – che è bene dire, è piuttosto ostica per chi non abbia un minimo di infarinatura sull’argomento – emergono alcuni punti fermi lungo il percorso della poesia italiana d’avanguardia: l’importanza della base argomentale filosofica, soprattutto otto/novecentesca, tra Kant e Adorno, e di quella letteraria coeva soprattutto francese/francofona, tra Baudelaire, Mallarmé e Rimbaud; il valore storico del Futurismo come primo grande “movimento” artistico unitario di natura evoluta – nonostante Curi non mostri di apprezzare granché il suo leader, Marinetti; la centralità della figura di Edoardo Sanguineti, e del suo Laborintus, come elementi maggiori nel risveglio delle neoavanguardie del secondo Novecento; il generale accostamento, più o meno ricercato/voluto e ottenuto, tra avanguardie e ideologia politica di sinistra, e più specificatamente di matrice marxista, che tuttavia cozza sovente, e a volte con violenza, con quella citata natura fondamentalmente anarchica e ribelle a ogni “etichetta” che l’avanguardia ha sempre covato dentro di sé. Infatti, proprio a differenziarsi da uno dei fini principali di qualsiasi ideologia politica, cioè il conservarsi e proliferare nel tempo, “(…) l’avanguardia non annovera fra i propri fini quello di assicurare la prosecuzione di ciò che ha prodotto” (pag.111), anche perché “(…) le tecniche inusitate che l’avanguardia di volta in volta inaugura non producono una novità feconda di ulteriori conquiste ma annullano la possibilità di qualsivoglia sviluppo stilistico” (pag.110). Ecco perché le avanguardie non sono mai state contrassegnate, nel loro nascere e sussistere, da un percorso unico, cronologico e letterario: sono piuttosto anarchiche arabe fenici, nascono, proliferano, compiono il proprio percorso vitale e muoiono, e dalle loro ceneri, poco o tanto tempo dopo, si reincarnano con tutt’altra forma, senso e modus vivendi, tuttavia sapendo che tale rinascita non sarebbe forse mai accaduta se non ci fosse stata prima una relativa morte… Questa evidenza Curi la spiega anche con il raffronto tra sperimentazione e avanguardia (e spiego anche perché erravo nell’accostamento dei due termini all’inizio del post), dacché la prima è ritenuta di verso sostanzialmente negativo, pessimistico, frutto della frustrazione dell’autore per le strutture della realtà in corso verso le quali, più che cercare di sfuggirvi, egli combatte dal loro interno, mentre la seconda “si accompagna sempre a una ferma fiducia nelle possibilità offerte da una nuova visione del mondo e quindi da una nuova poetica e da nuovi strumenti tecnici” (pag.78).
Ribadisco, un volume veramente interessante e di molteplice valore, la cui lettura appunto non semplicissima è comunque impreziosita da una fornita appendice di documenti e di testi editi e inediti, alcuni dei quali veramente gustosi e intriganti.

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2 risposte a “Fausto Curi, “La Poesia Italiana d’Avanguardia”

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