Ernest Hemingway, “Fiesta (The Sun also Rises)”

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Ed eccomi ora ad uno dei templi sacri della letteratura americana contemporanea, l’imprescindibile Ernest Hemingway, e al suo primo, vero, grande successo, da cui ebbe inizio la luminosa parabola che ne ha reso immortale il nome – almeno per quei tanti che ne decretarono la fama imperitura. Fiesta è un bel romanzo, non c’è che dire: narrazione mai noiosa, dialoghi mai vacui e inutili ai fini della storia narrata, personaggi ben delineati, e quella prima, importante presenza della corrida spagnola e della sua essenza che appassionò tanto Hemingway da farne un celebre cantore (soprattutto in Death in the Afternoon, ovvio), e attorno ai cui eventi – della Fiesta de San Firmin a Pamplona, in questo caso – ruota la parte sostanziale (e conclusiva) della vicenda narrata. Una cosa colpisce parecchio, di Fiesta: l’assoluta modernità della storia e dei suoi personaggi; siamo nel 1925 con la narrazione, ma potremmo tranquillamente essere al giorno d’oggi, per quanto l’intreccio dei vissuti dei protagonisti, soprattutto dal punto di vista sociale e “morale”, risulta attuale, per come la vicenda della bella e attraente Lady Brett, che rifiuta l’amore ordinario del protagonista Jack inseguendo storie amorose “insensate”, dunque sempre destinate alla sconfitta, rispecchia metaforicamente un certo sbando – non solo sentimentale, naturalmente – di una certa società, che continua ad inseguire ologrammi di sé stessa senza dunque mai ritrovarsi, e senza più trovare un punto fermo, solido, concreto, razionale, da cui ripartire per riguadagnare nuovamente un senso compiuto. Ma Lady Brett si rende conto del suo sbando, e tuttavia non ne sa uscire, o non ne vuole uscire: come nella Fiesta, nella quale tutti sanno che ci può scappare il morto (e sovente ci scappa), dove tanto sangue viene sparso e tanta cruenza viene donata al pubblico piacere, ma così dev’essere, e così è, e non resta che adeguarcisi – proprio come Jack, profondamente innamorato di Brett ma che non può far altro che adeguarsi alla di lei scelta così illogica, assecondandola. Ottimo romanzo, lo ribadisco: ben scritto e costruito, tanto più che la storia, in sé, non sarebbe niente di eccezionale, ma Hemingway sa renderla amabile; non riesco ancora a parlare di arte letteraria – ancora una volta, con la letteratura americana – perché Fiesta non possiede quella profondità essenziale e quel valore letterario per i quali si possa parlare di “arte”, ma certamente capisco bene come, da Fiesta in poi, Hemingway abbia influenzato così tanti scrittori, nella letteratura, nel modo di scriverla e nel modo di viverla. Molto consigliabile.

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