Francisco Coloane, “Terra del Fuoco”

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Rieccomi in viaggio “alla fine del mondo”, ovvero in quelle terre dell’estremo Sud australe che, più di altre sul pianeta, hanno sempre fornito all’immaginario collettivo la suggestione di essere alla fine di ogni cosa terrestre (forse solo, e per diretta controparte, alcune terre del Nord Europa – Islanda, Svalbard… – forniscono una simile idea): Patagonia e Terra del Fuoco, zone fin dal nome rivestite dal più immaginifico mito, e nelle quali già mi sono fatto accompagnare da Luis Sepulveda con il suo Patagonia Express, parte di una trilogia letteraria “patagonica” insieme a Bruce Chatwin (di cui scriverò a breve) e a Francisco Coloane, da molti ritenuto lo scrittore patagonico, colui che più degli altri ha saputo mettere su carta l’autentico spirito di quelle terre – proprio Luis Sepulveda ha voluto rimarcare questa “supremazia”, con un affettuoso omaggio a Coloane nell’ultimo capitolo di Patagonia Express – e Terra del Fuoco è a sua volta ritenuta una delle opere più pregne di quello spirito, e della capacità di Coloane di fissarlo con le parole sulla carta…
Francisco Coloane divenne scrittore per tipica e “inevitabile” sorte, dopo una vita avventurosa e ricca di esperienze delle più diverse e difficili (vita “inevitabilmente” letteraria, appunto), e questa sua esistenza così conforme ai luoghi in cui è avvenuta traspare assolutamente in Terra del Fuoco: come il sud australe americano è duro, freddo, climaticamente scontroso, pressoché arido di agi tipicamente “urbani”, luogo in cui la Natura la vince ancora sull’uomo forgiandone e inasprendone il carattere e determinando vite necessariamente basate su un forte istinto di sopravvivenza (nella socialità e solidarietà quotidiana come nello scontro per la prevalenza del più forte/resistente), così la scrittura di Coloane ha ben poco di “letterario”, di estetico e colto, restando ben attaccata alla dura terra patagonica con una narrazione priva di orpelli, piuttosto fredda, spesso insensibile, nella quale la descrizione di personaggi ed eventi è strettamente correlata alla descrizione del territorio e dei paesaggi – ma, lo ribadisco, descrizione mai estetizzante, mai trascinata da suggestioni emotive che la più spettacolare Natura sempre sucita… Coloane, originario di Chiloé, isola della Patagonia cilena, sembra volerci dire che la pur strabiliante bellezza di quelle terre australi, con le loro vette andine lucenti di nevi eterne, i ghiacciai, i grandi laghi, i fiordi, il labirinto di isole e canali, invero nasconde – ed anzi, dimostra spesso e volentieri – una durezza climatica e un’ira naturale terribili, che inesorabilmente penetra fin nel profondo di ogni animo umano condizionandone l’esistenza quotidiana e la visione della realtà di quel mondo… Quelle dei personaggi che animano i racconti di Terra del Fuoco veramente sembrano spesso delle vite “estreme”, ovvero in eterno precario equilibrio su un filo sottile la cui percorrenza (e resistenza su di esso) può anche dare fortuna e ricchezza, ma dal quale cadere è assai facile; eppure, se anche molti di quei personaggi sognano di andarsene a Nord, verso civiltà e terre più accoglienti e umane, tanti altri in Patagonia e in Terra del Fuoco vi giungono e vi restano, vi resistono, vi sopravvivono, attratti da quel fascino misterioso e ancestrale che dona l’essere in un luogo appunto estremo, oltre il quale non vi è più nulla di vivibile, come pionieri lì insediati in nome dell’intera umanità che conservano in spirito la speranza, pur minima, che anche in quelle terre così dure si possa creare qualcosa di buono, si possa scendere a patti con l’irascibile Natura e ricercare con essa un’alleanza proficua, che certamente (pur, ripeto, nella sua inclemenza) la sublime bellezza dei luoghi in fondo agevola, può agevolare…
Sono racconti, dicevo, quelli che compongono Terra del Fuoco: ma più che storie brevi con trame ben delineate, sono cronache di momenti di vita australe, peraltro piuttosto particolari e insolite, nelle quali il lettore non deve certo aspettarsi il finale a sorpresa, la definizione di ogni cosa o simili peculiarità tipicamente letterarie: no, il senso letterario è sparso nell’insieme dello scritto, è fatto dalla scrittura, dalla narrazione e dagli eventi narrati ma anche dagli elementi del paesaggio, dalle immagini di esso che la mente crea, dalle percezioni “materiali” su come può essere il viverci e l’affrontare le sue difficoltà, e in generale da quell’atmosfera un po’ surreale che pervade quei luoghi, ricca del fascino, del mistero e del mito di terre che, sotto molti punti di vista, sono un pianeta (alieno) nel pianeta…
Con tutto ciò, per concludere (e anche se non è corretto fare confronti e similitudini, tanto meno qui), potrei dire che chi cerca, di e su quelle terre australi, una lettura per la mente, potrà preferire Sepulveda, mentre chi cerca una lettura più fisica, più corporale, troverà di che soddisfarsi con Coloane – ma, ricordo, tra breve scriverò anche di Chatwin…

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