Claudio Morici, “Actarus, la vera storia di un pilota di robot”

Beh, con un titolo del genere, come non poteva questo libro incuriosirmi e attrarmi, a me che faccio parte di quella generazione che, trent’anni fa esatti, sospesa tra infanzia e adolescenza, sospendeva ogni attività in corso, scolastica, ludica o qualsiasi altra fosse, e si piazzava davanti alla TV per seguire l’ennesima puntata di Atlas Ufo Robot, cioè Goldrake, con lo stesso coinvolgimento o fors’anche maggiore che una massaia media oggi mette nel seguire Beautiful? Gioco forza, ognuno di noi che tifavamo per i terrestri nelle battaglie contro i malvagi di Vega si identificava in Actarus, il pilota di Goldrake, alto, bello, forte, atletico – “figo” avremmo detto, se un tale termine avesse fatto parte del nostro vocabolario di allora… – e soprattutto eroe nel senso sociologico più pieno del termine, guida ed esempio da seguire, nonché baluardo della Terra ed essere nel quale si compendia ogni buon valore dell’umanità – nonostante lo storyboard del cartoon ci riveli che Actarus è in realtà un extraterrestre, originario della stella Fleed messa a ferro e fuoco ancora una volta dai cattivoni di Vega…
L’idea che Claudio Morici– nato a Roma del 1972, psicologo, scrittore, web artist, sceneggiatore di cartoon – pone alla base di Actarus, la vera storia di un pilota di robot (Meridiano Zero) è notevole e assai particolare: prendere un mito “virtuale” della generazione dei trentacinquenni (più o meno) di oggi, o meglio prendere la sua storia conosciuta e classica e stravolgerla, per certi versi “demitizzarla” rivirtualizzando ciò che, già virtuale, nel suo diventare mediaticamente famoso e quasi “generazionale” ha acquisito buone dosi di realtà/realismo (non per nulla gli anime giapponesi, Goldrake in primis, hanno sempre goduto di scritture e sceneggiature degne di una cinematografia ben più elevata e seriosa…). Morici ci svela dunque un Actarus ben diverso da quello, come detto, divenuto mito eroico di tutto un immaginario infantile di qualche lustro addietro: altro che eroe senza macchia, combattente instancabile per la difesa della Terra affinchè non faccia la fine della sua stella natale, Actarus in realtà è stufo, piuttosto paranoico, alcolizzato (Peroni-dipendente, tocco surreale in un libro che lo è già di suo, inevitabilmente), stressato da un Alcor ex-alcolista che appena può gli spara pesanti prediche su quanto faccia male bere e da un Dottore – il capo dell’Istituto ai cui comandi combatte Goldrake – che gliene spara altre ugualmente noiose su cosa sia necessario per battere Vega e salvare la Terra, e vorrebbe tanto tornarsene su Fleed ma non gli concedono nemmeno le ferie, ovviamente per esigenze belliche… Finché conosce una ragazza, Roberta, una che oggi si può definire alternativa, pacifista, no global, in compagnia della quale sente ancora più profonda la stanchezza per la sua vita da pilota di robot e la voglia di voltare pagina e cambiare aria – anche perché, gli pare di intuire, qualcosa non va’ in quella sua realtà così nettamente manichea, con i terrestri sempre buoni, quelli di Vega inesorabilmente cattivi, e quell’atmosfera generale da reality show totalmente pre-costruito nella quale si sente immerso…
La storia che Morici (ri)scrive è bella, abbastanza compiuta, divertente, beffarda, ricca di riferimenti a certe realtà contemporanee altrettanto manichee, almeno per come i mass-media le presentano: palese è, ad esempio, il riferimento all’istituto terrestre, difensore a tutti i costi della civiltà umana, con l’America di Bush, con Vega tratteggiato come “male supremo” in maniera funzionale a giustificare ogni possibile battaglia contro i suoi robot, anche le più cruente e ricche di danni collaterali per la popolazione civile; posto quanto detto poco sopra, circa l’originalità dell’idea demitizzante alla base del libro, Morici non ha a mio parere sfruttato fino in fondo le possibilità sovversive, sarcastiche e destabilizzanti che l’idea stessa poteva offrire, “frenandosi” spesso in parti (quelle frequenti, ad esempio, dove si continua ad evidenziare la paranoia che coglie Actarus) che rischiano di togliere un poco di brio alla narrazione e, di conseguenza, al piacere della sua lettura. Anche il finale, ancorché funzionale alla storia narrata, risulta forse un poco troppo indefinito, lasciando in sospeso la stessa che poteva meritare una conclusione ugualmente destabilizzante al suo principio, ovvero a quell’idea di base già citata… Tuttavia il libro di Morici non è certo brutto, anzi, è assai piacevole, dotato di stile nel complesso non banale – come forse il tema “giovanile” farebbe pensare, e come parrebbe da alcune sue rifiniture narrative – stile dunque apprezzabile e che si lascia leggere bene; con simile banalità verrebbe da consigliarlo a lettori della generazione sopra descritta, ma a mio parere Actarus… può piacere a chiunque abbia capacità di recepire cose più fantasiose della norma, ovvero a chi voglia rilassarsi con una lettura piacevole, non impegnativa, e che non rischia di diventare un fenomeno da classifica (e sappia Morici, se mai leggerà queste parole, che tale peculiarità è per lo scrivente più una virtù che un difetto!)…

P.S.: potete leggere questa recensione, e tutte le altre relative allo stesso romanzo, anche direttamente dal sito di Meridiano Zero, qui.

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