“Sterminato Tibet; Tibet sterminato”, una illuminante testimonianza di Luigi Zanzi sulla questione tibetana

Più volte questo blog si è occupato della “questione Tibet”, fin da quanto la crisi è scoppiata in tutta la sua violenza fisica e geopolitica, nelle strade di Lhasa e in tutte quelle del pianeta ove sono nate manifestazioni a sostegno della causa tibetana. Tuttavia, ciò che ha generato nello scrivente una adeguata consapevolezza sulla questione, e la volontà di non restare più apatico di fronte alle pallide, lacunose e insufficienti informazioni fornite dai media nazionali, è stata invero la lettura, avvenuta qualche settimana prima, di una testimonianza/saggio pubblicata sul numero di Novembre/Dicembre 2007 de La Rivista, bimensile del Club Alpino Italiano, a firma del professor Luigi Zanzi, uno dei più importanti studiosi di cultura alpina italiani: lettura veramente illuminante, per come, più di tanti altri articoli televisivi o giornalistici apparsi sui media negli ultimi tempi, sappia fornire una pur concisa tanto quanto esauriente disamina della situazione del popolo tibetano, della sua quotidianità, della cultura, e delle minacce alle quali viene sottoposto dal regime cinese. Subito ho maturato il desiderio di contribuire a fornire allo scritto anche la mia eco, ovvero del blog, e sono ben felice e onorato che il professor Zanzi, con squisita cordialità, abbia acconsentito alla pubblicazione che qui ora propongo direttamente dalle pagine della succitata Rivista (in formato pdf, 1,7 Mb circa):

“Sterminato Tibet; Tibet sterminato”, di Luigi Zanzi (La Rivista del CAI, Novembre/Dicembre 2007)

Di seguito, approfittando della gentilezza del professor Zanzi e del relativo invio, pubblico l’appello a favore della causa tibetana rivolto dallo stesso a tutti i Club Alpini europei, istituzioni naturalmente centrali per qualsiasi iniziativa rivolta alla salvaguardia di una parte di un mondo e di un popolo “montani” nel senso più pieno e profondo di tale termine:

I Club Alpini d’Europa, facendosi interpreti di un’opinione diffusa tra centinaia di migliaia di proprî iscritti, si uniscono nel rivolgere al Club Alpino Cinese l’invito a farsi interprete, presso il Governo della Repubblica Popolare Cinese, di una richiesta, a nome degli alpinisti di tutto il mondo, affinché, pur compatibilmente con le proprie ragioni di controllo strategico del territorio, vengano rispettate le popolazioni nomadi d’alta quota nelle loro costumanze e nelle loro tradizioni culturali, che vengono riconosciute valori irrinunciabili per la cultura alpinistica di tutta l’umanità.
In particolare, si chiede che i nomadi tibetani vengano lasciati liberi di seguire, secondo le proprie secolari usanze, i proprî percorsi e le proprie tecniche di conduzione degli animali (principalmente yak e capre), senza essere sottoposti a obblighi stanziali o a forzose pratiche di vita che non possono reggere nell’ambiente d’alta quota in cui vivono.
Con i metodi attualmente perseguiti, tali popolazioni nomadi stanno per estinguersi: sarebbe una perdita irreparabile per la cultura alpinistica dell’umanità.
Occorre, invece, che si porti rispetto alla libertà di movimento di tali nomadi nelle loro terre, alla loro cultura pastorale, alla loro spiritualità che ha sempre trovato sostegno vivo nelle istituzioni monastiche d’alta quota (che sono, pertanto, da tutelare anch’esse come radici imprescindibili della vita culturale delle montagne del Tibet).
Occorre, inoltre, affidare a tali popolazioni la cura di quei paesi che tutt’ora possano costituire le sole basi per spedizioni alpinistiche d’alta quota e che attualmente sono stravolti in stato di degrado proprio da forzosi tentativi di artificiose installazioni di strutture artificiali (di ferro, di vetro, di plastica, ecc.) che sfigurano il paesaggio tibetano e che, essendo inadatte ad essere abitate dai contadini d’alta quota, versano in uno stato miserevole di abbandono e di sporcizia.
I Club Alpini d’Europa si dichiarano disponibili a concordare un piano di volontariato di aiuto a sostegno dei pastori nomadi tibetani d’alta quota
“.

Non sembra al momento che, a fronte delle consuete belle parole e buone intenzioni, il mondo dimostri la volontà di agire veramente in difesa non solo del Tibet, ma di qualsiasi altra parte di mondo e di umanità ingiustamente oppressa; tuttavia, da questo blog, veramente mi auguro che, come lo è stato per me, lo scritto di Luigi Zanzi sia illuminante anche per altri, altresì perché, come scrive Zanzi in chiusura dello stesso scritto: “Tali proteste si devono fare, infatti, non già perché si è sicuri del loro accoglimento, ma perché non se ne può fare a meno per una ragione di dignità, cioè se si vuole ancora portare rispetto a sé stessi.”.
Da par mio, per l’ennesima volta: Free Tibet!

P.S.: le immagini che corredano il presente post sono a loro volta tratte dal saggio del professor Zanzi sopra “linkato”.

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