Roberto Trussardi, “La Taverna del Diavolo”

E’ un debutto di spessore sotto molti punti di vista, questo di Roberto Trussardi, avvocato bergamasco che “rilega” in un bel volume edito da Stampa Alternativa la vicenda di Simone Pianetti, anarchico di origini brembane che in un solo giorno, il 14 Luglio 1914, uccise sette compaesani colpevoli di averlo additato come un demonio proprio per quelle idee sovversive e/o alternative alla rigidissima ordinarietà quotidiana delle valli bergamasche, così rovinandogli totalmente la vita e spingendolo, appunto, alla più efferata delle rivalse.
La storia è reale, accaduta, sovente dura e violenta, cruda, seppur attenuata in molte sue parti in fumosi ricordi popolari già vicini ad un embrione di leggenda, dunque la “romanzatura” compiuta su di essa da Trussardi non può certo risultare forzata; di contro, la stessa storia pare veramente un copione cinematografico, per la sua complessità e la ricchezza di eventi: Pianetti, volenteroso di sfuggire alla povertà e alla monotonia, soprattutto intellettuale, della sua pur amata Valle Brembana, emigra in America, dove casualmente entra in contatto con gli ambienti anarchici italo-americani e in particolare con un personaggio che segnerà la sua vita e quella dell’intera Europa: Gaetano Bresci, assassino del re Umberto I nel Luglio 1900. Ma Pittsburgh, la città nella quale si installa, pullula di altri italiani, mafiosi, con i quali rapidamente Pianetti entra in conflitto; dunque torna in Italia, nella sua valle natia, nella quale tenta di ricostruirsi una vita cercando di mantenere le proprie convinzioni ideologiche e politiche, il che lo porterà in breve a scontrarsi con una società d’intorno di matrice ancora medievale, dominata dal clero locale e dunque superstiziosa, reazionaria contro qualsiasi afflato di novità e modernità, ipocrita nei suoi “potenti” indigeni, che in una escalation di eventi e di violenza “morale” verso Pianetti, ne scatenerà la suddetta tremenda violenza omicida.
Trussardi ha compiuto un ottimo lavoro di ricostruzione della vita di Pianetti, come detto senza lasciarsi prendere eccessivamente la mano da un qualche eventuale impulso a romanzarla troppo, a parte che per quelle situazioni in cui deve essere stato indispensabile un “intervento letterario” diretto dei protagonisti, delle loro parole e delle azioni meno conosciute; altrettanto rischioso poteva essere il pericolo di scivolare in una sorta di esaltazione di Pianetti, in fondo un difensore – certo, a suo modo, ovvero in maniera non sempre così condivisibile, ma la buona volontà di fondo c’era… – di basilari diritti di libertà e divenuto invece, e suo malgrado, un assassino, cioè uno dei peggiori nemici della libertà individuale, rischio che Trussardi ha saputo evitare abbastanza bene (ma d’altronde, un certo moto di simpatia verso il Pianetti non può non nascere nel lettore, nel considerare la malvagità e la bieca falsità dei suoi nemici, romanzata quanto si vuole ma certamente tipica di certi ambienti reazionari ancora oggi presenti in quella parte di società meno emancipata e civica – che non è detto sia soltanto nascosta in profonde vallate montane o in simili luoghi isolati dalla contemporaneità…); qualche nota è anche da riferire sullo stile narrativo, molto classico e semplice quindi ben comprensibile, forse fin troppo scevro da raffinatezze prettamente “letterarie” il che potrebbe superficializzare un poco il senso e l’essenza della storia – peraltro non è certo un volume come La Taverna del Diavolo quello in cui si ricerca lo stile e l’arte della scrittura…
Tuttavia, a mio parere, il punto di forza dell’opera di Trussardi – che non so quanto ricercato espressamente o generato “automaticamente” per pregio intrinseco della vicenda storica narrata – è l’offrire al lettore non solo e non tanto la vicenda di un particolare personaggio, buona o cattiva che sia, ma anche uno sguardo indiretto, appunto, ma non per questo meno vivido e interessante su un’epoca piuttosto importante per la storia moderna: cioè quel periodo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento nel quale, forse definitivamente, si concluse il passaggio dal Medio Evo, ovvero da quanto ancora rimaneva di esso, all’epoca moderna e contemporanea che ad oggi ancora viviamo, grazie anche all’improvvisa accelerazione del progresso umano e, a ruota, di tutto quanto di esso riceveva pregi e difetti, a partire dalla società e dalla civiltà umana: un’accelerazione che finì, come la storia insegna, per sfuggire di mano all’uomo, provocando la prima terribile Guerra Mondiale, fors’anche per la confusione ideologica che dominava nelle società ancora non del tutto moderne, cioè ancora un poco medievali, appunto… Nuove ideologie politiche, vecchi conservatorismi, spinte rivoluzionarie di matrici opposte e reiterati immobilismi statali di apparati governativi ancora troppo legati a stili di potere ormai superati, e tutto ciò che faceva attrito reciproco, con inevitabili perdite di controllo, scaramucce non solo verbali, collisioni e scontri, nel mentre che, comunque, la civiltà avanzava sull’onda del progresso e di invenzioni assolutamente rivoluzionarie; e su tale sfondo si inscenano i primi anni di vita della ancora neonata Italia Unita, durante i quali purtroppo non avvenne ciò che doveva avvenire e di cui un nuovo stato, appunto, abbisognava: la generazione di una altrettanto nuova società civile, che fosse effettiva espressione dell’entità statale e che ne rappresentasse la realtà, la quotidianità, in modo proprio, personale… Una monarchia mai veramente pregna di valore politico e sostanzialmente smidollata, una nazione assolutamente fittizia, dalla storia e dalla cultura disuguale, una Breccia di Porta Pia che solo a parole permise di definire il nuovo stato italiano “laico”: insomma, una situazione statale zoppa fin dalla sua nascita – e i danni di tale zoppaggine, ormai incancrenita nel tessuto “istituzionale” italiano e che ancora nessuno pare voler guarire, li abbiamo ora tutti sotto gli occhi – situazione della quale un uomo come Simone Pianetti e la sua vicenda umana appaiono, a mio modo di vedere, simboli paradigmatici e significativi del senso effettivo di essa. Peraltro il “dopo-Pianetti” nel sentire comune, e la stessa espressione tipica in uso nelle zone ove egli agì, cioè “fare come Pianetti” per indicare una reazione estrema e accalorata, denota l’assunzione ormai, nell’immaginario collettivo e con accezione non certo negativa del personaggio, e di ciò che, violenza inaccettabile a parte, in fondo rappresentò.
Ecco, questo fa de La Taverna del Diavolo un’opera di indubbio interesse; chi invece si voglia fermare (magari non per superficialità, anche solo per scelta) alla sola considerazione della vicenda del Pianetti, dunque ad una lettura sic et simpliciter, potrebbe riscontrare una qualche difficoltà nell’apprezzarne pienamente la validità: lo ribadisco, l’essere un reality novel, ovvero una storia vera parzialmente riscritta in forma di romanzo, conferisce ad essa un valore documentario (in senso di attributo) a scapito del puro grado romanzesco, ma la capacità della vicenda narrata di non presentare solo sé stessa sulle pagine del volume ma anche molto altro rende la lettura, a mio parere, assai consigliabile.

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2 commenti

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2 risposte a “Roberto Trussardi, “La Taverna del Diavolo”

  1. Pingback: Radio Thule # 4-08/09 in download: “La Taverna del Diavolo - I sette omicidi dell’anarchico Simone Pianetti”, a colloquio con l’autore Roberto Trussardi « Luca Rota Blog

  2. Mariateresa

    Ho letto il libro nell’autunno del 2008. Lavoravo in biblioteca e me lo sono trovato tra le mani, uno tra i tanti nuovi arrivi. Che dire? Una pagina affascinante e poco conosciuta della nostra storia e molto ben raccontata (o “romanzata” come leggevo in un sito, ma il termine ha solo valenza positiva). Conoscevo il Bresci, il Passannante (tra l’altro, è delle mie terre), ma non Simone Pianetti, quindi, oltre ai complimenta, all’autore va anche il mio ringraziamento per aver allargato le mie conoscenze.

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