Umberto Barbisan, “Il Crollo della diga di Pian del Gleno: errore tecnico?”

Una lettura “fuori norma”, per così dire, rispetto a quelle abituali le cui “recensioni” il blog presenta, ma che illumina un evento dalla fortissima suggestione per chi lo visse (i nonni della generazione a cui appartengo) e per chi lo ha conosciuto pur indirettamente, anche per vicinanza geografica: il tragico crollo della diga del Gleno, il 1° Dicembre 1923, quando il grande manufatto considerato un gioiello dell’ingegneria civile di un’Italia da poco assoggettata al rampante regime fascista si sbriciolò, rilasciando la violenza immane di 6 milioni di metri cubi d’acqua che distrussero un’intera vallata causando 356 morti “ufficiali” – dacché si ritiene che i deceduti furono molti di più, qualcuno scriverà quasi 500; un disastro che scosse profondamente l’opinione pubblica italiana, e la cui spaventosa realtà sarebbe divenuta inopinatamente premonitrice di altri simili catastrofi – Vajont in primis, ovviamente… Umberto Barbisan, docente di Tecnologia dell’Architettura e Tipologia Strutturale all’Università IUAV di Venezia, dedica al disastro del Gleno un agilissimo libretto, Il Crollo della diga di Pian del Gleno: errore tecnico?, 50 pagine in formato super-tascabile (16×14) edito da Tecnologos di Cavriana (MN), nel quale mette ordine alla cronologia dei fatti, alle azioni dei personaggi coinvolti, alle ipotesi successive generando un quadro certo sobrio, essenziale, ma di contro assolutamente adeguato a comprendere la sostanza dell’evento e a ragionarci sopra, da parte del lettore, in modo autonomo. Non è una lettura assolutamente tecnicistica ovvero di ardua comprensione, nonostante il titolo lo potrebbe far supporre e a parte qualche indispensabile dato tecnico, e questo è sicuramente un pregio che Barbisan ha saputo cogliere; inoltre, la sua essenzialità la rende costantemente appassionante, grazie anche ad un linguaggio che, appunto, punta costantemente al discernimento della cronaca dei fatti più che alla dissertazione “filosofica” su di essi. D’altronde, la storia della diga del Gleno è rimasta zoppa, e pure due volte: la prima dal momento che tutte le indagini che vennero svolte immediatamente dopo il tragico crollo ovvero negli anni successivi mai riuscirono a stabilire in modo definitivo le cause effettive di esso – seppure risalta in maniera assai evidente la generale imperizia dei lavori durante tutte le fasi di costruzione e i grossolani errori di valutazione e di esecuzione commessi, a fronte di un progetto sostanzialmente corretto ancorché molto “al limite”, forse troppo ardito per la tecnologia costruttiva del tempo; la seconda zoppaggine del crollo della diga del Gleno fu successiva e se possibile anche più tragica, dacché quanto successe purtroppo non servì a evitare altre simili tragedie, in particolare la tragedia della diga del Molare (che accadde solo 12 anni dopo!) e la già citata catastrofe del Vajont… Barbisan in effetti giunge ad una certa “conclusione” sui fatti, ovvero a stabilire che quanto meno alla base della tragedia, e quale input della causa primaria del crollo, appunto mai determinata, ci furono drammatiche seppur forse inconsapevoli leggerezze nella valutazione della realtà edificata, prima, durante e soprattutto dopo i lavori, quando il grande invaso andò a regime e la diga fornì inquietanti segni d’allarme, rimasti inascoltati o, come detto, sottovalutati – pure per inadeguatezza della scienza delle costruzioni del tempo. Purtroppo la diga del Gleno avrebbe dovuto rappresentare anche un luminoso vanto del montante regime mussoliniano e delle capacità ingegneristiche, tecnologiche e industriali italiane, il che mise a tacere sul nascere qualsiasi voce di preoccupato dissenso che si alzò riguardo la sicurezza della diga: si può quasi dire che quella diga non sarebbe potuta crollare per “decreto” emanato da uomini probabilmente illusi di saper dominare le forze della Natura, e incapaci di capire che con la Natura, quella dura e selvaggia natura di montagna che si ha nel bacino del Gleno, avrebbero dovuto collaborare…
Lo ripeto: una lettura all’apparenza di valore solo tecnico e specifico, riservata a chi del settore e ai pochi interessati alla vicenda trattata, che tuttavia potrà interessare e coinvolgere anche molti altri. Il volume, nel caso, è reperibile presso l’editore a questo indirizzo: http://www.tecnologos.it/edizioni/pubblicazione.asp?ID=63.
Per chi avesse ulteriori curiosità sulla storia del crollo della diga del Gleno, potrà probabilmente esaudirle consultando il sito http://www.scalve.it/gleno/.

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1 Commento

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Una risposta a “Umberto Barbisan, “Il Crollo della diga di Pian del Gleno: errore tecnico?”

  1. Intrigante…
    (Pensando poi che a Como sono in costruzione le nostre nuove ed ‘amatissime’ paratìe a lago…ehm… speriamo che negli ultimi cent’anni le competenze -e soprattutto le certezze – siano aumentate…!)

    Luciana – comoinpoesia.com

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