Archivi del giorno: 4 novembre, 2008

Radio Thule nr.3-08/09 in download: “Le nozze di cotone di Renzo & Lucio”

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Radio Thule, anno V, nr.3, 03 Novembre 2008:
LE NOZZE DI COTONE DI RENZO & LUCIO
Ovvero: “Renzo & Lucio”, il gruppo GLBTS di Lecco, dopo 1 anno quasi esatto e dopo aver compiuto il 1° anno di età torna ospite a Radio Thule: 12 e più mesi vissuti intensamente, tra molteplici attività, riconoscimenti, inevitabili polemiche e la ricerca di uno “status” proprio nella società lecchese… Con quali risultati concreti? E quali prospettive future?

In studio: Mauro Pirovano e Sergio Brambilla, presidente e vice del direttivo di “Renzo & Lucio”.

…Il tutto come sempre, in perfetto stile Radio Thule: con chiarezza, semplicità, una buona dose di necessaria ironia, e la consueta selezione musicale di alta qualità. Inoltre, per i nostalgici, c’è sempre la “tradizionale” replica della puntata su RCI Radio ogni domenica alle ore 13.00!

N.B.: prossimo appuntamento con Radio Thule, lunedì 17 Novembre 2008.

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PROMEMORIA…:

copertina_libero_piccola

Libero
il nuovo romanzo di Luca Rota
(Giraldi Editore)
sta arrivando…
…presto, in tutte le librerie…

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Alberto Benini, “Casimiro Ferrari, l’ultimo Re della Patagonia”

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Il mondo dell’alpinismo, inutile dirlo, è affascinante già di suo per le grandi imprese che ne contraddistinguono la storia, e che hanno da sempre rappresentato vere e proprie sfide ai limiti umani, vinte da intrepidi scalatori non solo per sé stessi ma, in un certo senso, a nome dell’umanità intera. Tuttavia, se possibile, c’è una peculiarità in più che rende quel mondo probabilmente unico nel panorama complessivo delle attività umane, oltre, appunto, il senso fisico/atletico e tecnico della salita e della conquista di una vetta, ed è il fatto di essere spesso animato da personaggi incredibili, dotati non solo di forza fisica eccezionale ma anche di pari spirito ed energia vitale, e dal carisma supremo – evidente riflesso sulla figura e sulla personalità di una tempra interiore fuori dal comune, proprio grazie alla quale hanno saputo compiere quelle imprese per cui hanno raggiunto la più o meno grande fama: veri e propri studenti-modello di quella “scuola di vita” che da più parti è ritenuta la montagna, ed esempi che certo farebbero assai bene alla società contemporanea ben più di tanti altri più famosi, mediaticamente, tanto quanto ben poco (o per nulla, anzi) meritevoli di tale notorietà…
E tra alpinisti ormai celebri come star del cinema e/o assurti al rango di vere e proprie icone – Messner, Bonatti, Cassin, solo per fare qualche nome – ve ne sono altri la cui fama non ha oltrepassato di molto i confini del mondo alpinistico, pur a fronte di imprese a dir poco eccezionali, e di sicuro uno di questi è stato Casimiro Ferrari (1940-2001), forse il più grande alpinista italiano, se non del mondo, della generazione di mezzo tra quella di Bonatti e l’era moderna/contemporanea di Messner, alla cui vita purtroppo interrotta da un male incurabile Alberto Benini dedica Casimiro Ferrari, l’ultimo Re di Patagonia, edito da Baldini Castoldi Dalai, completa e strutturata biografia di un “personaggio” nel senso più pieno del termine, lecchese di nascita e di vita e patagonico d’adozione, da cui il sottotitolo del volume – e l’appellativo di “re di Patagonia” non appaia esagerato e limitato alle sole sue conquiste alpinistiche: per “Miro” (questo il suo nomignolo) addirittura si schierava il picchetto d’onore dell’ambasciata italiana in Argentina, quand’egli vi fosse in visita per qualche esigenza burocratica, e per l’intera vastità patagonica il suo nome era sinonimo di leggenda, per gli indigeni e per i forestieri…
Del libro di Benini non c’è molto da dire: come ogni biografia il merito della sua qualità l’autore non può che dividerlo con il personaggio oggetto della stessa, e qui il “personaggio”, lo ribadisco, era tale in senso assai grande: uomo dalla tempra di acciaio e dalle capacità fisiche oltre ogni media umana, autore di scalate sovente considerate da tutti gli altri alpinisti “impossibili” e diventato celebre soprattutto per l’ascensione del 1974 al Cerro Torre con la spedizione dei Ragni di Lecco (ma molte altre furono le sue conquiste, anche più ardite di quella), era altrettanto celebre tra i conoscenti per il suo terribile carattere, e per le sfuriate con le quali animava inesorabilmente ogni spedizione di cui era il leader (uno degli episodi più significativi di tale peculiarità è a pagina 151, nel racconto della tentata salita del Cerro Don Bosco: “Il tentativo viene ricordato soprattutto per una leggendaria sfuriata di Casimiro in una notte di vento a raffiche che spezzano letteralmente i paletti della tenda. Mentre i compagni si afferrano alla paleria, cercando di limitare i danni, un urlo primordiale sovrasta il rumore della tempesta, preceduto da una colorita evocazione al padre celeste: “Mi volete lasciar dormire in pace o no?” Come potesse dormire in tale situazione un essere umano, se lo domandano ancora tutti. Ma la risposta forse non è poi così difficile ed è contenuta in un’altra domanda: era un essere umano Casimiro, o un pezzo di montagna primigenia, capitato fra gli uomini per caso?”); di contro, paradossalmente antitetici e altrettanto memorabili erano i suoi gesti di generosità e altruismo, talmente sensibili da lasciare spesso basiti i destinatari (a pag.195 è raccontato di quando Casimiro andò a prendere all’aeroporto una cordata di scalatori svizzeri, offrendosi di trasportarli col pick-up e ospitarli nella sua fattoria durante uno dei terribili inverni patagonici, con il pick-up che per la troppa neve ad un tratto si blocca e il gruppo è costretto a raggiungere la fattoria a piedi nel bel mezzo della gelidissima notte, il che procurerà a Miro un malore quale prologo di una brutta polmonite, che accelererà in modo fatale il decorso del suo male nel fisico ormai troppo debilitato). Casimiro Ferrari visse la sua vita in maniera piena, totale, come solo uno spirito profondamente libero può fare, e forse con ancora maggiore forza dopo che, all’età di 44 anni, gli fu diagnosticato un tumore allo stomaco e non più di tre/sei mesi di vita: visse ancora 17 anni dopo quell’evento, a sufficienza da compiere ancora grandi imprese alpinistiche e per coronare il suo più grande sogno, vivere in Patagonia, la terra che lo aveva reso una leggenda e nella quale ritrovava la dimensione più consona a quel proprio spirito irrefrenabilmente libero… Alberto Benini non fa’ altro che seguire il percorso cronologico della vita di Ferrari, arricchendolo di molti aneddoti paralleli e/o convergenti, forse in certi passaggi con una eccessiva sovrapposizione di tempi, che può rendere un poco meno scorrevole la lettura, ma in generale con un linguaggio sempre comprensibile e coinvolgente, mai enfatico e invece pacato, cordialmente oggettivo, affabile, per ciò capace di illuminare Ferrari di una luce non certo troppo sfolgorante e abbagliante, ma viceversa soffusa e penetrante, oltre la durissima scorza di un tale uomo e verso il suo nucleo più intimo e genuino… Un bel libro, insomma, che per sua natura, purtroppo, non attirerà l’attenzione dei disinteressati alle cose di montagna e d’alpinismo: ed è un vero peccato, perché – lo ripeto, merita il libro e merita il personaggio.
Un ultimo appunto, personale: ho avuto la fortuna di avvicinare Casimiro Ferrari, ormai più di dieci anni fa, durante una serata di alpinismo non troppo affollata a Lecco e in una delle rare presenze del Miro nella città natale e fuori dalla “sua” Patagonia… Probabilmente già minato in maniera seria dal male che lo affliggeva, tuttavia allegro, ridanciano, con la sua tipica accento lecchese doc, non dava certo nella figura l’impressione di essere una specie di super-uomo; ma un qualcosa di lui, una sorta di aura certamente generata anche dalla sua leggenda ma non solo, lasciava intendere allo scrivente e a chiunque altro di essere di fronte ad un individuo fuori dal comune, rendendo quel pur fuggevole incontro qualcosa di emozionante e indimenticabile…

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