Colonne d’Ercole, “Sputi – Storie di disprezzo”

copertina_sputi

Colonne d’Ercole è una dinamica compagnia letteraria con base suppergiù bolognese, già ospite più volte di Cronache da Thule – e con il blog avente in comune un’evidente passione per la mitologia geografica, visto il riferimento nel nome a due dei più affascinanti luoghi del mito letterario europeo… Sputi – Storie di disprezzo (Bacchilega Editore) è il debutto editoriale della compagnia, 20 racconti di lunghezza varia uniti dal quel filo rosso già ben delineato nel titolo dell’opera, ovvero 20 punti di vista differenti di un elemento ben presente e assai caratterizzante la società contemporanea: il disprezzo, cioè la condizione di disagio, spesso estrema, di chi è posto quasi sempre suo malgrado ai margini di quella società la cui “emancipazione”, paradossalmente, pare ottenere l’effetto opposto a quello che sovente sbandiera come propria virtù, cioè la più democratica ed equa uguaglianza tra gli individui facenti parte di essa… “Disprezzo”, o emarginazione, dunque: termini spesso usati a sproposito soprattutto dai media, a volte spettacolarizzati per ragioni di un’audience sempre bramosa di facili emozioni, anche crude, dure, fa nulla se quasi sempre artificiose ma – è la cosa più importante – sempre che siano a carico d’altri, che di esse si sia soltanto spettatori: la primaria forma di disprezzo questa, appunto… Temevo, prima di cominciare la lettura del volume, che anche Sputi potesse cadere nel suddetto tranello di matrice mediatica nazional-popolare, e invece se ne sta ben al di fuori con grande onore, anzi mostrandosi in fondo meno crudo di quanto il titolo stesso farebbe pensare e più – per così dire – introspettivo nella forma e nell’analisi di quei disprezzi che sono soggetto dei suoi racconti; inoltre, l’eterogeneità degli stili di scrittura, pur presente e in certi casi evidente, non è mai troppo disturbante per il corpus di sensazioni che la lettura del libro genera, spesso anche in modo fremente dacché alcuni “disprezzi” narrati nei racconti sono certo arma di tortura per “emarginati”, per sventurati o derelitti che il solito orrendo perbenismo della società benpensante con la puzza sotto il naso – che è uno dei prodotti del vivere contemporaneo – usa al fine di disdegnare per difendersi, in un certo senso, dalla sua stessa debolezza, dal suo gonfiarsi il petto dei propri agi sovente per nascondere dietro tutte le sue mancanze, ovvero per tenere il più lontano da sé il timore, e il rischio, di finire proprio come quegli emarginati oggetto del disprezzo (e credo che, soprattutto di questi tempi, tale evidenza sia piuttosto palese…). Dunque il disprezzato non è solo il poveraccio, lo sfortunato, il senza-futuro, ma potrebbe essere anche la persona che abbiamo accanto, potremmo essere alla fine noi stessi, risucchiati e schiacciati dal bieco meccanismo ideologico troppe volte posto alla base del benessere sociale diffuso al giorno d’oggi. Tuttavia Sputi non vuole decretare sentenze o condanne, forse non sembra nemmeno voler puntare troppo nettamente il classico dito accusatore contro chicchessia – nonostante la narrazione di alcuni racconti pare lo faccia in modo indubitabile; piuttosto, l’impressione personale è che voglia disegnare un panorama, uno sfondo da sovrapporre a quello offerto dalla già citata società benpensante, grazie al quale si possano finalmente osservare realtà altrimenti nascoste, indefinite o indeterminate ad hoc, a beneficio di chiunque non sappia/non voglia vederle…
Posto tale obiettivo, i venti racconti di Sputi, come dicevo, offrono una buona varietà di stili, soggetti e storie, nessuno risultando noioso o non gradevole alla lettura – ed è già questo un bel risultato; vi sono alcune banalità di troppo e/o, in alcuni casi, un certo eccessivo sfruttamento, pur attraverso dovuta rielaborazione, di luoghi comuni già piuttosto abusati; di contro, vi sono alcune eccellenze (Alter Ego di Giorgio Ottaviani, Non dire Gatto di Diego Chillo, La Gloria della Scacchiera di Jadel Andreetto, firma “in comune” con il collettivo di scrittura Kai Zen) che spiccano su una media, lo ripeto, accettabilmente buona – ed è inutile dire che, in un’opera così poliedrica per sua natura e sua forma, ognuno potrà trovare i propri apici di gradimento nonché buoni spunti di piacere letterario e, lo spero, di meditazione.
Concludendo, è d’obbligo rinnovare l’invito anche alla visita del sito di Colonne d’Ercole, per approfondire meglio la conoscenza di una così interessante realtà letteraria e, nel caso, per trovarvi il modo di interagire con essa.

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