Tom Robbins, “Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi”

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Mi verrebbe quasi di cominciare questo resoconto di lettura (e di chiuderlo, sostanzialmente) di Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi (Baldini Castoldi Dalai editore) in un modo tipo “Ok, Tom Robbins, l’autore, è un pazzo!”; ma probabilmente sarei troppo tranciante, e suggestionante, visto l’accezione comune che al termine “pazzo” oggi viene conferita… Forse sarebbe se lo definissi un eccentrico? Uno strambo? Beh, sia quel che sia, capirete già che, in ogni caso, non trovo proprio di doverlo definire uno scrittore troppo “normale” – anche perchè da sempre e ai giorni nostri ancor più, se c’è un ambito in cui è praticamente impossibile trovare un qualcosa di definibile come genio o, per essere meno sublimi, almeno creatività, quello è proprio la “normalità”…
E, ribadisco, un’opera come Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi non è certo frutto di una mente conformata e conformista (altri sinonimi di “normale”…): dovevo intuirlo subito, visto che al suo cospetto ci sono arrivato, in buona sostanza, grazie alla raccomandazione letteraria di Douglas Adams… Romanzo prossimo ad essere “romanzone” (487 pagine in corpo 10, nell’edizione tascabile BCDe in mio possesso…), racconta le bizzarre vicende di tal Switters, agente CIA mooolto sui generis, forgiato dai modus operandi in uso nell’agenzia eppure in rotta con essa piuttosto drasticamente, che per colpa di un pappagallo mezzo spennato si ritrova vittima di un sortilegio formulatogli da uno sciamano amazzonico con la testa a forma di piramide – per il quale non può più poggiare i piedi in terra pena la morte immediata – e che si ritrova per strana sorte nel bel mezzo del deserto siriano ospite di un convento di stranissime suore, tanto pie quanto sconsacrate e (alcune) non poco ninfomani, ma protettrici del documento originale col testo della segretissima terza profezia mariana di Fatima; il tutto, restando in balìa di una nonna saggia tanto quanto a sua volta eccentrica nonché di una sorellastra sedicenne verso la quale il protagonista nutre un affetto che definire concupiscente è poco…
Insomma, una storia effettivamente strampalata, vero? Il romanzo sembra in fondo non avere ne capo ne coda, dacché inizia ad un “certo punto” e finisce ad un “altro certo punto” che in essi non sono che due di tanti potenzialmente infiniti punti di una qualsiasi vicenda, che Robbins infila uno dopo l’altro nel corso della narrazione in modo che parrebbe quasi casuale, ovvero senza un ago con un filo determinato (rosso) nella cruna al seguito, dunque attraverso uno stile piuttosto anarcoide e liberissimo per scelta e impudenza da “doveri” nei confronti del lettore; inoltre, nella prima metà del libro succede poco o nulla, e anche nella seconda non accade molto, almeno fino alle pagine conclusive, le quali tuttavia non hanno nemmeno un vero e proprio “finale”… A tal punto potrà osservare qualcuno: dunque una delusione, questo libro?
No! – anzi… Vi accennavo, poco sopra, alla creatività, no? Ovvero a come, in certa stramberia, vi possa essere più lucidità, inventiva, acume, che in altri più convenzionali ambiti… Bene, Tom Robbins, e Feroci invalidi…, vi potranno dare una buona dimostrazione di ciò. Robbins scrive benissimo (complimenti anche alla traduzione di Hilia Brinis), il suo stile è vario, spiritoso, acuto, surreale, pungente, in certi passaggi meravigliosamente idiota come solo i migliori scrittori possono permettersi di fare, tant’è che Robbins riesce a fare ciò che 99 scrittori in circolazione su 100, alle prese con simili imprese letterarie, non saprebbe fare: in quella citata prima metà di libro nella quale succede poco o nulla, non ci si annoia nemmeno per una mezza riga, proprio grazie allo stile, all’inventiva, al sense of humor sempre attivi e pulsanti – per cui, nella seconda e più pingue parte, Feroci invalidi… non fa che andare in crescendo… Grande inventore di situazioni strane, di personaggi improbabili, di eventi surreali, ma sempre in osservazione critica della realtà contemporanea, Robbins riesce anche (trattando la questione “terzo segreto di Fatima”) ad essere nel contempo mistico e blasfemo, a far pensare che un eventuale “dio”, se mai debba parlare, lo possa fare più come parlerebbe un pappagallo (spirito puro, lui sì…) piuttosto che un umano (tutto il contrario!), e pure a omaggiare l’Italia nell’ambientazione delle ultime pagine, a Roma… Ma anche – e qui sta a mio parere una meravigliosa peculiarità creativa che palesa una grande intelligenza e un senso morale che altri libri non potranno che invidiare, nonostante s’atteggino a “testi formativi”…) a fornire al lettore, tra una stramberia e l’altra, pillole di saggezza tanto lungimiranti da apparire quasi profetiche, se si considera che la prima uscita editoriale del romanzo è del 2000, e dunque è presumibile che Robbins lo abbia scritto antecedentemente a tale data…:
L’America è parecchio violenta e repressiva, di questi tempi. ma come direbbe il mio amico Skeeter Washington, è una violenza “vivace”, una repressione “vivace”, spesso festonata di esuberanza e di incoraggiamento. Lo creda o no, l’America è un paese molto insicuro. E’stato impaurito fino a una sorta di soggezione autoimposta prima dall’immaginaria minaccia del comunismo e poi dall’immaginaria minaccia della droga. Maestra (la nonna “eccentrica”, n.d.s.) ci definisce una “democrazia offensiva”, in cui chiunque vuole controllare chiunque. Ultimamente, perfino la tolleranza stessa è stata usurpata dai bigotti e dagli opportunisti, e trasformata in uno strumento di intimidazione, oppressione ed estorsione. Eppure gli Stati Uniti continuano a battersi il petto e a vantarsi d’essere la patria dei coraggiosi e la terra dei liberi. Se questa è impudenza bell’e buona, piuttosto che cieca ingenuità, allora non posso che farle tanto di cappello” (pag.307-308). Parole scritte, lo ripeto, pre-George W. Bush e pre-11 Settembre… Oppure ancora:
“(…) Nello stato sociale moderno, artisti, intellettuali e liberi pensatori non detenevano alcun potere politico o economico; non avevano alcuna vera presa sui cuori e sulle menti delle masse. Le società umane hanno sempre definito sé stesse attraverso il racconto, ma al giorno d’oggi sono le multinazionali a raccontare le storie dell’uomo per lui. E il messaggio, non importa quanto piacevolmente espresso, è invariabilmente lo stesso: per essere speciale, devi conformarti; per essere felice, devi consumare” (pag.462). Beh, se non sono queste parole tanto lucide quanto premonitrici, soprattutto di questi tempi!…
Dunque: ottima lettura, a mio parere assolutamente consigliabile per il multiplo godimento letterario che può regalare, soltanto necessitante da parte del lettore di una certa (e anche minima) apertura mentale con la buona possibilità che la stessa apertura si ampli ancor più… E per quanto mi riguarda, non perderò l’occasione di incontrare di nuovo Tom Robbins e la sua scrittura, prossimamente…

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2 risposte a “Tom Robbins, “Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi”

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