Norman Nawrocki, “L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret”

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Un bel tipo, questo Norman Nawrocki, essere “multiforme” – musicista, discografico, poeta, performer, cabarettista, non ultimo scrittore, ma soprattutto – per identificarlo come certamente meglio egli preferirebbe – anarchico, al punto da aver redatto il proprio primo scritto, intitolato programmaticamente Why i am an anarchist, a 14 anni!… L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret, (titolo molto bello e suggestivo!) è il volume edito in Italia (al momento l’unico, se non erro, degli 8 pubblicati dall’artista canadese, con traduzione di Giampiero Cordisco) dalla case editrice Il Sirente, notevole realtà editoriale “alternativa” (lo scrivo con l’accezione migliore possibile) capace di presentare opere particolari e originali; e appunto tale è l’opera di Nawrocki, sorta di diario di viaggio/scorribanda musicale dell’autore con la propria band Rhythm Activism, collettivo musicale underground di base a Montreal, attivo dal 1985 e autore di un rock ‘n’ roll cabaret politicamente radicale, impegnato in un tour europeo per locali d’ogni sorta e massacrante tanto da toccare nove diversi stati in sole sette settimane…

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Ma L’Anarchico… non si esaurisce soltanto tra gli appunti di viaggio di Nawrocki circa le avventure più o meno ortodosse della band; in effetti il libro si presenta come una sorta di collage di tre diversi livelli di scrittura: oltre al citato diario di viaggio, dotato ovviamente di un proprio senso cronologico, Nawrocki riporta le lettere dello zio Harry, del quale il padre dell’autore ha preso ogni contatto diretto da prima della seconda guerra mondiale e che il padre stesso chiede a Nawrocki di ricercare, giusto in occasione del viaggio europeo con la band – lettere che nel loro complesso tracciano una storia autonoma che si intreccia geograficamente con il diario di viaggio dei Rhythm Activism, oltre che tematicamente; tematiche che sono poi quelle che gli stessi brani/testi della band trattano, politicamente impegnati e radicali come detto, e che si possono ritrovare anche nel terzo livello di scrittura del libro, un compendio di brevi racconti disseminati tra gli altri capitoli, dotati di propria indipendenza letteraria ma comunque connessi con le altre parti, anche in questo caso, attraverso riferimenti geografici e temporali – racconti in certi casi un poco scialbi, in altri casi veramente belli e coinvolgenti (Il clown, il violinista, il padre, ad esempio, oppure La pompa, il burattino, il piano per citarne un altro…). Nel complesso, dunque, L’Anarchico… è come se raccogliesse in sé tre diversi volumetti, tutti mirati a illustrare la filosofia di fondo di Nawrocki e della sua band, e l’impegno a diffondere, sostenere e mettere alla prova le proprie idee politiche attraverso una forma d’arte che possa essere capace di smuovere un poco le coscienze, e quanto meno tentare di cambiare certe cose non troppo eque del mondo contemporaneo.
Norman Nawrocki, come detto, non è in primis uno scrittore, ma di certo scrive molto bene, con stile tanto semplice quanto profondo e articolato; forse il libro non riesce nemmeno a mettere in luce tutta la particolarità del personaggio, e tutto l’attivismo politico (e intellettuale) di uno stampo anarchico che non mi ha trovato sempre in accordo con il suo pensiero – Nawrocki più classicamente comunitario e bakuniniano, lo scrivente essenzialmente individualista e di genesi stirneriana (con sviluppi personali, vedi L’Utopia Possibile) – ma che risulta notevole per qualità e in certi casi anche per profondità critico-filosofica (seppur mai troppo seriosa e impegnata/impegnativa), ciò anche per la sensibilità e la carica di umanità che contraddistinguono le sue azioni (sottolineata dalle vicende relative alla ricerca dello zio Harry e del rapporto col padre, ma non solo), le quali in alcuni frangenti sembrano quasi avulse dall’accezione comune che al movimento anarchico si conferisce; nella narrazione è come se Nawrocki, per suprema modestia e/o umiltà, preferisse nascondersi, o meglio amalgamarsi, con le vicende della band e del viaggio, quando invece se si visita il sito web dell’artista, salta fuori in tutta la sua dirompenza ciò che Nawrocki è e fa.
In ogni caso è il libro è gradevole, forse giocoforza mirato (limitato) ai cultori dell’arte e delle idee alla base del personaggio e degli eventi relativi, e sicuramente il suo valore può essere adeguatamente accresciuto dalla conoscenza non solo letteraria ma anche musicale, video e artistica in genere (oltre che, per gli interessati, politica) di Norman Nawrocki, della quale una buona introduzione la si può avere già dalle pagine dedicate al libro e all’autore da Il Sirente. Per conto mio, ora, dopo averlo letto, sono curioso di ascoltarlo, questo bizzarro violinista raffinatamente anarco-punk canadese tanto alternativo quanto intelligente.

> Clicca qui per visitare il ricchissimo web site di Norman Nawrocki

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