Irvine Welsh, “Ecstasy”

ecstasy

“Violento, incalzante, cupo, irridente”: basterebbero questi quattro epiteti del collega Nick Hornby per descrivere in modo già abbastanza chiaro Irvine Welsh; se si aggiungesse pure “scurrile” la chiarezza diverrebbe pressoché completa… L’autore dell’ormai “generazionale” Trainspotting raccoglie in questo Ecstasy tre romanzi brevi (o racconti lunghi – la diatriba è sempre aperta: oltre quale numero di pagina avviene la mutazione da racconto a romanzo?…) nei quali, come è facilmente intuibile, la droga più estasiante che ci sia la fa’ da padrone, conducendo la vita e le vicende di quella “solita” parte oscura della società contemporanea della quale Welsh si è fatto cantore, tra rave parties, violenza giovanile, hooligans calcistici, perversioni sessuali assortite e quant’altro possa tracciare i confini di un (apparente) vero e proprio inferno, nel quale i condannati a starci ci stanno ben volentieri e, anzi, una tale “condanna” se la sono cercata e ne vanno fieri…
Tuttavia Welsh, allo scrivente, pare denotare nella propria narrativa un quid “moralista” che me lo fa accostare, sotto molti punti di vista, ad un altro e ben più celeberrimo cantore della parte oscura della realtà, De Sade. Lungi dall’essere quel demone perverso che il bigottismo imperante nelle “buone società” moderne (e in certe contemporanee, ahinoi…) descrisse, personalmente concordo con quegli studiosi che lo ritengono invece un grande moralista – e qui il termine deve avere un’accezione del tutto positiva e filantropica – cioè un attento, profondo e sagace ricercatore di un’etica umana pure in quelle azioni che, di primo acchito, sembrerebbero esserne totalmente prive, e semmai violentemente contrarie. Welsh probabilmente non raggiunge la profondità socio-filosofica di De Sade, o forse nemmeno tenta di conseguirla; ma la presenza costante, nei racconti di Ecstasy, di un “lieto fine”, cioè di un qualcosa che, in un certo senso, redimerà l’esistenza e lo sbando dei protagonisti degli stessi, mi fornisce l’impulso alla considerazione di cui sopra… E’ una “morale” buona, non certo figlia dell’ipocrisia benpensante e conformista (quella che, appunto, degenera la morale sinonimo di etica in moralismo, tanto più bieco quanto più sostenuto e imposto in totale, tremendo constrasto con le azioni di chi lo impone: il buon vecchio predicare bene e razzolare male…), attraverso la quale Welsh sembra volerci dire che sì, anche nella parte più cupa e abbandonata a sé stessa della nostra società c’è qualcosa di buono, e a volte lo sprofondare nell’abisso più nero aiuta certi personaggi a finalmente trovarlo anche per sé (e in sé) stessi, forse più che nella parte luminosa e “a vista” della società, per la quale il ritenersi e istituirsi come “già buoni” per luogo comune (che diventa “diritto acquisito” in automatico), è invece il trampolino di lancio dal quale tuffarsi dentro abissi per certi versi ancora più neri… In queste tematiche trovo una considerabile affinità tra Irvine Welsh e Chuck Palahniuk, con la differenza che i personaggi del secondo hanno di solito meno speranze e opportunitù di salvezza di quelli del primo…
Bello, dunque, questo Ecstasy: intenso, assillante, intrigante, divertente in alcune parti e inquietante in altre; forse – unico potenziale difetto rilevabile – un pochino ripetitivo nel riproporre gli stilemi narrativi e tematici che (soprattutto con Trainspotting, appunto), hanno imposto le opere dello scrittore scozzese; ma Irvine Welsh sa sempre prendere il lettore e trascinarlo nel suo mondo corrotto, senza dubbio, e una tale esperienza non è poi terrificante – anzi, consigliabile e utile! E a riprova di ciò, infatti, ho già un’altra opera di Welsh in lista d’attesa per una prossima lettura…

Irvine Welsh sul web: http://www.irvinewelsh.net/

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