Chuck Palahniuk, “Diary”

Diary

“Inquietante”: se dovessi, su due piedi, condensare nel primo aggettivo che mi balzasse in mente Diary di Chuck Palahniuk (Mondadori, traduzione di Matteo Colombo), beh, credo proprio sarebbe quello sopra scritto… Con un attimo in più di tempo, tuttavia, potrei aggiungere grottesco, paradossale, gotico, visionario… Diary è la storia di una donna che, con il marito in coma vegetativo per un presunto tentato suicidio, resta preda di un ossessionante destino – quello di dover diventare una pittrice celebre – dal quale prima cerca disperatamente di sfuggire, poi non riesce a far altro che assecondare; il tutto sullo sfondo di un luogo, un particolare ambito entro il quale tutta la storia si svolge che Palahniuk traccia con memorabile costruzione letteraria: è l’isola di Waytansea (nome che, se pronunciato con regolare dizione anglofona, rivela una specie di criptico messaggio: wait and see, aspetta e vedrai…), località metaforica alla massima potenza, ritratto condensato ed esacerbato della parte “peggiore” della società americana, che da apparente paradiso nella prima parte del libro diventa pagina dopo pagina una sorta di girone infernale ricolmo di personaggi bizzarri e malvagi, ipocriti e reazionari, il cui solo intento è quello di preservare quella “purezza” originaria dell’isola la cui essenza, sotto molti punti di vista, potrebbe rimembrare certe altre tremende “purezze” che hanno contribuito a macchiare la storia umana di indicibili efferatezze… In questa prigione dalle sbarre dorate si ritrova ingabbiata Misty Marie, la protagonista del romanzo, che decide di tenere un diario giornaliero degli eventi sull’isola per quando – speranza vana – il marito si potrà risvegliare dal suo stato vegetativo: un intento che tuttavia rischierà di ritorcerlesi contro, e in un modo alquanto drammatico…
Per un buon terzo delle sue pagine, Diary palesa alla lettura una certa tensione, una trepidazione – o, come detto, quella suddetta inquietudine – che tuttavia rimane latente, a colorare lo sfondo della vicenda d’un grigio via via sempre più scuro, finché in crescendo lungo la restante parte del volume il grottesco prende il sopravvento, attraverso uno stile che Palahniuk padroneggia ottimamente: se notevole è il tratteggio di Waytansea Island, altrettanto rilevante è quello dei personaggi principali del romanzo nonché la costruzione della trama e degli eventi che la caratterizzano, il cui accadimento ad un certo punto diventa quasi incalzante – soprattutto in confronto alla suddetta “calma apparente” della prima parte del romanzo… Lo scrittore americano si dimostra un grande manipolatore di realtà e fantasia, di surreale e di quotidiano, di bizzarria e di normalità, che riesce a intrecciare spesso anche strettamente tanto da rendere la lettura intrigante e insieme sfuggente, quasi enigmatica. Ciò può forse lasciare in alcuni lettori qualche perplessità – il finale, ad esempio, sembra quasi fin troppo “semplice”, posto quanto si è letto prima… – ma di contro, da Diary, esce con forza una chiara visione critica della società americana nella sua parte più conservatrice e reazionaria, che pretende di imporre le proprie regole su ogni cosa e di accusare/condannare chiunque non le accetti, se non cercando di imporgliele comunque con la forza e la sopraffazione; una parte sociale totalmente avulsa dal più ovvio progresso della civiltà umana, ma che viceversa si arroga il diritto di esserne la guida indiscutibile – una guida invero ipocrita, infida, corrotta e corrompente l’esistenza di chi non riesce subito a contrastarla, proprio come avviene a Misty Marie Wilmot, la protagonista…
Niente da dire: Chuck Palahniuk è a mio modo di vedere uno dei migliori e più efficaci scrittori americani contemporanei, capace di definire un certo proprio stile personale pur lavorando su “registri” diversi – Soffocare, precedente sua opera letta, è certo diverso in molte cose da Diary); non posso che consigliare parecchio la lettura di Diary, certo che la sua lettura risulterà tanto facile nel “gesto” quanto sicuramente difficile se non indigesta e/o caustica a molti – ma vale la pena affrontare il rischio…

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2 commenti

Archiviato in Di buone letture

2 risposte a “Chuck Palahniuk, “Diary”

  1. Francesco

    L’ho letto e devo dire che l’ho trovato bruttino, inquietante sicuramente, ma non ho trovato modo di appassionarmici, tant’è che più volte mi sono detto “non lo finisco”. Ma siccome non mi piace lasciare le cose a metà, l’ho letto (a fatica) tutto.

  2. chiara

    a me è piaciuto molto e m’ha preso tanto quanto soffocare. Magari anche perchè era da parecchio che non leggevo niente di lui. Bizzarro, visionario e naturalmente inquietante.

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