Arto Paasilinna, “I Veleni della Dolce Linnea”

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Il “solito” Paasilinna, verrebbe da scrivere, concludendo qui la recensione in modo peraltro piuttosto significativo… Ma l’aggettivo solito spesso si veste di una accezione piuttosto negativa, indicando qualcosa che resta sempre uguale a sé stesso, dunque che facilmente induce monotonia, se non noia… Ma Arto Paasilinna, il più noto e probabilmente il più emblematico esponente della letteratura nordeuropea contemporanea, il termine “noia” l’ha da tempo espulso dal proprio universo letterario, e lo dimostra bene anche in questa personale ennesima lettura di un suo romanzo, I Veleni della Dolce Linnea, al solito edito da Iperborea (con traduzione di Helinä Kangas e Antonio Maiorca e postfazione di Goffredo Fofi): è la storia di una dolce e arzilla vecchietta che vorrebbe vivere in tutta tranquillità nella sua casetta di campagna gli ultimi anni di vita, ma che si ritrova perseguitata da tre sbandati guidati da un nipote nullafacente e lestofante, i quali ogni mese le sottraggono la pensione e le devastano casa… Ma a tutto c’è un limite, e anche una docilissima ultraottantenne, se costretta da circostanze infauste, può far risorgere da dentro di sé un istinto di sopravvivenza degno d’un soldato di prima linea (guarda caso è vedova d’un colonnello eroe di guerra) e trasformarsi in una spietata vendicatrice…
Il “solito” Paasilinna, si diceva: più volte ho scritto nel blog (e già l’ho nuovamente ribadito poco sopra) di come lo scrittore finnico sia probabilmente l’autore più rappresentativo dello stile letterario nordeuropeo/scandinavo, uno stile sempre pacato, tranquillo, distaccato dalle suggestioni degli eventi narrati – si potrebbe dire, non a caso, freddo, se non fosse che la grande inventiva, il costante quid di surrealtà e l’altrettanto costante ironia, spesso scanzonata ma a volte anche malinconica, inevitabilmente finiscono per coinvolgere il lettore nella storia narrata come (e forse più) di quello che sanno fare altri stili letterari ben più mirabolanti. Paasilinna, appunto, è maestro nel miscelare tutti questi elementi e utilizzarne l’impasto per modellare storie che solo all’apparenza potrebbero apparire “solite”, ma che in realtà vagano in un vastissimo orizzonte letterario ampio almeno quanto le altrettanto vaste distese iperboree, dalle fredde e burrascose acque del Mare del Nord e del Mar Baltico fino ai panorami senza fine delle terre oltre il circolo polare artico, passando attraverso tutti gli strati coi quali è costituito quel pezzo di pianeta – sociali, culturali, naturali, antropologici e via dicendo – con uno sguardo sulle cose che più vispo non si più, e il cui apparente disincanto, poggiato sulla suddetta vivace ironia, è in realtà il mezzo più efficace per penetrare a fondo nelle realtà osservate e per descriverle, senza venirne troppo coinvolti, anche emotivamente…
Ne I Veleni della Dolce Linnea, tuttavia, ho certamente ritrovato il solito Paasilinna, e una delle sue consuete storie divertenti, strampalate, surreali e strabordanti di fantasia, ma ho anche riscontrato, forse più acutamente che in altri suoi romanzi, una maggiore messa a fuoco su alcuni dei problemi che la società finlandese contemporanea presenta, oltre al mero rapporto/contrasto tra diverse generazioni che il romanzo offre in primis; Paasilinna parla – naturalmente a suo modo – di disagio giovanile, di emarginazione sociale, di prostituzione, droga e AIDS – di cose, insomma, che si direbbero avulse: 1) da una società alquanto avanzata come quella nordica, e 2) da un romanzo comunque comico/ironico quale è I Veleni della Dolce Linnea… Pare che lo scrittore finnico voglia rimarcare una cosa tanto ovvia quanto poco compresa e/o comprensibile, ovvero che non esiste il paradiso in terra, e che la vita spesso imbocca strade assai tortuose il cui percorso esige un impegno fuori dall’ordinario – un impegno, però, per il quale si possono trovare preziosa energia e carica vitale dall’ironia e dalla fantasia, ovvero da una mente attiva, vivace e pensante quale è quella dell’individuo libero – dacché, alla fine, anche ne I Veleni della Dolce Linnea come in ogni romanzo di Paasilinna, è la libertà la stella che illumina il (suo) mondo letterario: libertà di affrancarsi dai problemi della vita, libertà di essere sé stessi e di riaffermarlo nelle proprie azioni, libertà di vivere in armonia con la realtà quotidiana…
Come al solito (!), un Paasilinna consigliabilissimo; magari, un neofita dell’autore finlandese potrebbe più facilmente diventarne fan leggendo le sue opere più spassose (L’Anno della Lepre o Lo Smemorato di Tapiola, per citare due titoli – vedi recensioni nel blog…), d’altro canto non ho ancora trovato nessuno che di Paasilinna e dei suoi libri ne abbia parlato negativamente…

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