Ancora sulla questione del crocefisso nei luoghi pubblici: due ulteriori e interessanti contributi

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(Immagine tratta da http://www.altrestorie.org/news.php?extend.1772.27)

Mentre il dibattito intorno alla questione della sentenza della Corte di Giustizia Europea sulla presenza del crocefisso in scuole e luoghi pubblici continua ancora sui media a livelli pietosamente bassi e culturalmente futili (lo si è già rimarcato, qui, questo fatto), Cronache da Thule ospita due ulteriori contributi in merito, certamente di livello ben superiore: L’esperienza di Dio non è monopolio delle religioni, di Patrizia Gioia – che il blog ricava dal sempre ottimo sito dell’Associazione Culturale MilanoCosa – prende le mosse dal pensiero di Raimon Panikkar, teologo cattolico “illuminato” spesso in contrasto con il Vaticano; il professor Giovanni Salesi, docente presso la Facoltà di Ingegneria e SILSIS dell’Università Statale di Bergamo, offre invece una riflessione tanto semplice ed evidente quanto sostanziale e scientificamente innegabile.
Cronache da Thule ringrazia sentitamente entrambi.

L’esperienza di Dio non è monopolio delle religioni
di Patrizia Gioia

Partendo da questo illuminante pensiero di Raimon Panikkar, potremo, se davvero ci fermiamo a pensare con la testa ed il cuore, rispondere personalmente, prima di tutto a noi stessi, a questa domanda che ha scatenato drammatiche battaglie da più parti: che ne facciamo del Crocefisso?
Da anni “coltivo”, dentro me e fuori di me, questa difficilissima terra dove il dialogo interculturale e interreligioso è sempre più necessario e dove il pensiero di Panikkar è di vitale guida per il mio cammino. Il punto più difficile da accettare è quello di non temere di smarrirci nell’altro, perché è solo perdendo la nostra identità e, se serve anche la nostra fede, che davvero incontreremo l’altro da noi e noi stessi più in profondità. È la paura che ci rende aggrappati a sterili certezze, certezze che non esistono e che, sciogliendole, ci aprono alla meraviglia della differenza. Riconoscere che non ci sono universali culturali, anche se ci sono invarianti umane è il passo che ci apre all’incontro e non allo scontro.
Il rispetto culturale esige – scrive Panikkar – che rispettiamo i modi di vivere su cui non siamo d’accordo, o anche quelli che consideriamo nocivi. Possiamo essere costretti ad arrivare fino a combattere altre culture, ma non possiamo innalzare la nostra al rango di paradigma universale per giudicare le altre.
Quando ieri ho sentito un alto prelato dire che il Crocefisso è un simbolo universale, mi sono chiesta, con tutto il rispetto dovuto, quanto questo essere umano fosse davvero in verità con sé stesso. Davvero “credeva” a quel che diceva? Come non comprendere che il Crocefisso è simbolo per una parte del mondo e per altre parti no? Perché imporre il nostro simbolo a chi non lo può comprendere? Non è forse questo “non comprendere” che ci fa ergere difese e offendere e, spesso anche oltraggiare, il simbolo dell’altro “diverso” da noi?
L’interculturalità riconosce che il monoculturalismo è letale e il multiculturalismo impossibile. Il monoculturalismo asfissia le altre culture opprimendole. Il multiculturalismo ci conduce a una guerra di culture o ci condanna a un “apartheid” culturale che alla lunga diventa a sua volta soffocante“. (Panikkar).
Questa dell’interculturalità e interreligiosità è una nuova terra su cui stiamo camminando da tempo, moltissimi sono i trabocchetti, le erte salite, le vertiginose discese, i “cul de sac”, i miraggi, le scorciatoie, i precipizi, ma molte sono le “guide” che “profeticamente” ci indicano la giusta nuova via. Se davvero siamo uomini di buona volontà seguiremo le loro tracce, non per copiarli, ma per rischiare la nostra vera vita e le nostre risposte…
(per leggere l’intero articolo cliccate qui).
* * *
C’è un argomento, per quanto ovvio, che non si è sentito profferire
da parte di nessun commentatore laico nei giorni seguenti alla sentenza di Strasburgo. Vale a dire che se c’e’ un posto dove il crocifisso, come simbolo per eccellenza di una religione, e ancor di piu’ di quella cattolica, NON puo’ stare, e’ proprio in un luogo pubblico per l’erogazione del sapere come la Scuola.
Perche’ il sapere scolastico e’ soprattutto sapere scientifico (e’ tutto scienza: anche le lingue, non solo matematica, fisica e chimica): e la Religione e’ la negazione della Scienza, la sua eterna mortale nemica.
Dogma religioso e verità scientifica oggettiva provata nei laboratori, prodigi soprannaturali e risultati sperimentali, necessariamente si escludono a vicenda: la moltiplicazione dei pani e dei pesci o la resurrezione dei morti sono vietate dalle leggi della Fisica, la Beata Verginità della Madonna dalle leggi della Biologia, e via di questo passo. D’altra parte, da Giordano Bruno a Galileo Galilei e oltre, ben conosciamo la repressione cattolica del libero pensiero razionale. E, di fatto, durante tutte le fasi storiche di crescita ed evoluzione del sapere scientifico abbiamo sempre assistito all’inevitabile conflitto tra scoperta scientifica e dogma religioso: dalla falsità dell’intera Fisica e Cosmologia della Scolastica, al ruolo della casualità quantistica nell’origine, nel presente, e nel futuro dell’Universo; dall’evoluzionismo darwiniano, alla struttura genetico-molecolare della vita, al rapporto mente-cervello, alle teorie psicanalitiche, etc. etc.
Sulle pareti di una scuola ci possono dunque pertinentemente stare i ritratti di Dante o di Galileo o di Darwin o di Einstein, o tutto quello che volete, persino una foto di Marzullo: ma le uniche cose proibite sono proprio crocifissi o mezzelune islamiche, forti simboli della negazione della razionalita’ e dell’autonomia del pensiero, e quindi altamente diseducativi, corrompenti e disorientanti per gli alunni di ogni ordine e grado.

Giovanni Salesi
Fisica Generale I e II
Laboratorio I e II di Fisica
Storia delle Idee Fisiche
Facolta’ di Ingegneria e SILSIS
Universita’ Statale di Bergamo

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