Influenza Suina, la prima “malattia mediatica” della storia: un altro interessante documento per riflettere…

Cronache da Thule si è già occupato più volte della questione Influenza H1N1, o “Influenza Suina”, cercando di stimolare la riflessione su una realtà che non pare così ben illuminata come dovrebbe essere – ancor più, quando si tratta di salute… Insomma, qui a Thule si ha l’impressione che, più che una pandemia del corpo, si stia diffondendo una pandemia della mente, per certi versi anche più pericolosa…
In questo post pubblico un ulteriore interessante documento in merito, estratto dal sito web della onlus A.N.FI.SC.
L’associazione opera nel campo del sostegno sanitario (e in particolare “ha il compito di fare corretta informazione sulle patologie, sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni promuovendo seminari, convegni e corsi di aggiornamento per i medici, oltre a diffondere le notizie attraverso i media nazionali“, come si legge nel sito) dunque ne ha ben donde di esprimere un parere qualificato sull’argomento – parere che si ritrova in accordo con le osservazioni giù pubblicate qui sul blog…
Lo scritto è a cura di Prof. C.F. Perno, Virologia, Università Tor Vergata, Roma.

LE NOSTRE DOMANDE SULL’INFLUENZA H1N1

Influenza H1N1: ormai è un termine non più circoscritto agli addetti ai lavori, ma esteso ai “media”, e comprensibile alla maggioranza della popolazione, che ha creato un sistema, non si sa se virtuoso o vizioso, di ipercomunicazione che ha coinvolto milioni di persone. L’organizzazione mondiale della Sanità’ ha caratterizzato l’epidemia influenzale come una vera pandemia, ed effettivamente non mancano gli elementi epidemiologici che autorizzino tale definizione. La situazione si presta tuttavia ad alcune riflessioni, che contribuiscono a capire un po’ meglio quale è la situazione in cui ci troviamo.

Nel mondo sono stati diagnosticati finora circa 210.000 casi di influenza cosiddetta “suina” (la gran parte dei virus influenzali umani ha origine suina, quindi la terminologia in realtà non è corretta).
Guardando la mortalità’ (circa 2000 casi nel mondo) la percezione può essere quella di una malattia alquanto pericolosa in termini di letalità’ (apparentemente un caso di morte ogni 100).
Un’attenta analisi della casistica mostra, però’, che quasi 1900 della totalità dei soggetti morti è presente nelle Americhe. La mortalità’ in Europa è di poco più’ di 80 casi su circa 50.000 diagnosticati, molto simile, se non inferiore, alla mortalità relativa all’influenza stagionale.

Gli elementi in nostro possesso sono pochi, anche perchè la scelta sanitaria è stata di interrompere il monitoraggio accurato della pandemia (la diagnostica a tappeto di tutti i pazienti con sintomatologia respiratoria è stata ristretta a solo coloro che richiedono l’ospedalizzazione, e in alcuni Paesi europei non si fa nemmeno questo). Questa scelta è ragionevolissima in termini di costi e impegno di risorse, ma ovviamente non ci permette di trarre conclusioni chiare riguardo il numero reale delle persone infettate.

Allora, ecco alcuni elementi per una riflessione:
a. Innanzitutto, è alquanto probabile che il virus abbia colpito un numero di persone di gran lunga superiore a quello attualmente segnalato. Questo perché tutti coloro che hanno avuto un’evoluzione benigna della malattia influenzale non hanno avuto bisogno nè dell’ospedalizzazione nè tanto meno sono stati raggiungi dalla diagnostica. Questo aumenta notevolmente il denominatore (numero di casi) della statistica, e riduce quindi, altrettanto enormemente, il rischio reale di mortalità’ di questa malattia.
b. La malattia ha un decorso sostanzialmente benigno, non dissimile da quello dell’influenza stagionale. Il numero più elevato (rispetto al solito) di casi nei giovani rispetto agli anziani è molto probabilmente da attribuire al fatto che questo virus è simile ad uno circolato decenni addietro, verso cui gli ultraquarantenni hanno sviluppato un’immunità che almeno parzialmente li ha protetti. Difficile pertanto affermare che questo virus colpisce prevalentemente i giovani. È più’ probabile che colpisca meno gli anziani per le stesse ragioni di cui sopra (e quindi la proporzione giovani/anziani risulta falsata).
c. Con l’eccezione di pochissimi casi, ceppi resistenti ai farmaci antinfluenzali non si sono generati, a fronte delle decine di milioni di dosi somministrate. Quei casi resistenti probabilmente sarebbero gli stessi che avremmo trovato se avessimo monitorato l’influenza stagionale con la stessa attenzione dell’influenza “suina”, per la stessa ragione per cui le probabilità di trovare un oggetto perduto sono direttamente proporzionali all’intensità’ e all’impegno della ricerca.
d. Insieme ai virus influenzali continuano a circolare tanti altri virus “respiratori” (coronavirus, rinovirus, parainfluenzavirus, adenovirus, ecc). Il virus influenzale, nel periodo stagionale, incide per una metà di tutte le infezioni respiratorie. Non sappiamo quante infezioni respiratorie “estive” sono causate da questi virus non influenzali.

Insomma, molto si sta dicendo, ma poco, in realtà, si sa davvero. La sensazione è che siamo di fronte alla prima “malattia mediatica” della storia dell’umanità’, in cui il grado di attenzione alla patologia è legato più alla comunicazione che al reale problema medico.
La cautela è sempre d’obbligo, e non sappiamo cosa accadrà nel futuro. Speriamo che questa influenza continui il suo naturale percorso, che è già pressoché terminato nella parte meridionale del globo terrestre (al termine dell’inverno australe), senza che abbia lasciato tracce particolarmente rilevanti. L’attenzione va sempre tenuta alta.
Una riflessione è però d’obbligo. In un momento di gravi carenze di risorse da dedicare alla Sanità, e di tagli dolorosi di ospedali e di prestazioni sanitarie, la scelta di dedicare risorse ingenti a patologie la cui reale pericolosità sanitaria è ancora da dimostrare richiede un’attenta ponderazione, e un impegno a mantenere alta l’attenzione sulle patologie veramente “killer” che, invece, potrebbero rimanere scoperte sia “mediaticamente” che da un punto di vista sanitario.

(A cura di Prof. C.F. Perno, Virologia, Università Tor Vergata, Roma).

N.B: clicca sull’immagine di testa del post per leggere l’articolo originale sul sito di A.N.FI.SC.

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1 Commento

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