Tommy Wieringa, “Joe Speedboat”

Bello! Quando qualcosa si merita un apprezzamento, è bene manifestarlo subito… Tommy Wieringa è uno dei più noti scrittori nederlandesi, e questo suo Joe Speedboat credo sia al momento l’unica opera pubblicata in Italia: merito ancora una volta della “venerabile” Iperborea (con traduzione dal nederlandese e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo), che regala dunque al pubblico italiano una storia tanto leggera quanto ricca di numerose sfaccettature tematiche, in grado di piacere di sicuro a tanti. A Lomark, anonimo paesino di provincia (ovvero di tutte le “province” di questa parte del mondo) il giovane Fransje è destinato ad una vita vuota e spenta, condannato com’è alla sedia a rotelle da un grave incidente che lo paralizza del tutto, eccetto che per un braccio; ma a smuovere la sua piatta esistenza quotidiana (e quella simile del paese e dei suoi ordinari abitanti) c’è Joe Speedboat, vulcanico coetaneo che una ne fa e mille ne pensa (a partire dal proprio nome, cambiato per sentirsi libero da ogni legame pur anche anagrafico), come a inseguire una vita che corre verso sempre nuovi orizzonti per lasciarsi alle spalle quelli limitati del piccolo villaggio, e alla quale è necessario stare dietro, per continuare a dirsi “vivi”… Wieringa compone un originale “romanzo di formazione” (come recita anche la presentazione dell’editore) seguendo i due e gli altri loro amici nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta, nel quale la leggerezza e la fluidità dello stile sembrano quelle dell’acqua dei fiumi e delle golene che circondano il paese, ma anche del tempo che corre avanti, appunto, e non aspetta – non aspetta soprattutto chi ricerca una qualche emersione dalla monotonia quotidiana d’intorno; eppure, il brio che le avventure dei protagonisti (spesso bizzarre e inverosimili) mette lungo tutta la vicenda non riesce mai a mettere da parte un certo senso tragico che la stessa ha, principalmente rappresentato dalla terribile condizione di disabilità dell’io narrante, dunque Fransje, nel quale risulta inevitabile identificarsi… Una tragicità quasi ineluttabile, forse genetica per certe parti del nostro mondo – per le quali Lomark è metafora assoluta – che sicuramente può regalare momenti di gioia, di riscatto apparente, di fuga, anche, verso qualcosa di nuovo e di diverso, ma che tende irrimediabilmente a farsi zavorra, a trascinare indietro, a richiudere il cancellino del recinto dal quale si è usciti – o fuggiti…

Tommy Wieringa

Eppure, chiuderselo alle spalle per sempre, quel cancellino, e riuscire a fuggire, è forse più difficile a dirsi che a farsi, e la fervida fantasia e attività di Joe lo dimostra, anche accettando la propria realtà e cercando quindi di ricavare da essa ogni possibile buon frutto. Wieringa ci dice che basta poco per fare qualcosa di buono e mostrarsi realmente “vivi”, e non meramente viventi; basta poco per deviare verso l’alto una quotidianità altrimenti “orizzontale” quando non discendente, e basta poco per realizzare sogni e aspirazioni che sovente – come sostengo io – restano tali soltanto perché non si ha (o non si vuole avere) il pur minimo coraggio e la forza di volontà di metterli in atto…
Joe Speedboat è un bel romanzo insomma – come detto – e certamente consigliabile. Nella sua gradevole lettura ci si divertirà, ci si emozionerà, commuoverà o si rifletterà: in ogni caso, piacerà a molti…

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