Douglas Adams, “Addio, e grazie per tutto il pesce”

Quarto “capitolo” della più folle saga fantascientifica che la letteratura possa vantare (dopo la celeberrima Guida Galattica per Autostoppisti e i seguenti Ristorante al termine dell’Universo e La Vita, l’Universo e tutto quantoguarda qui i post relativi sul blog) e per la quale lo scrivente ha eletto Douglas Adams al rango di maestro del più geniale, raffinato e irresistibile humor, Addio, e grazie per tutto il pesce (sempre Mondadori, con traduzione di Laura Serra) rappresenta in realtà una certa digressione al di fuori della incredibile rotta cosmica percorsa dalla serie, come una sorta di “parentesi” aperta dall’autore nel mezzo del bizzarro fluire degli eventi vissuti dai vari protagonisti della saga – la quale peraltro, come già rimarcato, ha la caratteristica di calmarsi lungo i capitoli successivi al primo, insuperabile come vulcanicità narrativa…
In Addio, e grazie… la storia si focalizza su Arthur Dent, il protagonista terrestre della serie, lasciando quasi in disparte gli altri personaggi – eccetto l’alieno Ford Prefect, amico fraterno di Arthur, ed a parte la “comparsata” finale del mitico Marvin, l’androide paranoico – ma soprattutto la narrazione si basa su alcune domande che nei precedenti volumi affiorano solo marginalmente nella vicenda: qual’è il messaggio finale di Dio alle sue creature? Perchè i delfini sono scomparsi all’improvviso dal pianeta Terra? E soprattutto – visto che lì Arthur ritorna dopo otto anni di viaggi galattici (e grazie ad un autostop spaziale): la Terra è veramente stata distrutta dai malefici Vogon per fare posto ad un’autostrada iperspaziale, oppure no?
Con tutto ciò, la vicenda narrata da Addio, e grazie… è meno folle e scoppiettante del solito, anzi quasi seriosa in certi tratti, nei quali il notevole quid surreale fondamentale della serie non è dato dalle dosi massicce di umorismo ma più dalle riflessioni di Arthur (peraltro “impegnato” in una storia d’amore con una ragazza che pare sapere cose non nuove per lo stesso Arthur) sulle suddette questioni. Certo non mancano parti tipicamente Adamsiane – vedi il bizzarro capitolo 21, ad esempio – tuttavia, lo ribadisco, Addio, e grazie… sfugge abbastanza dalla dimensione creata dal suo stesso autore e non solo per meri motivi letterari – come ad esempio Wikipedia riporta. Per questo il finale non è definibile come propriamente tale, forse perchè la storia non ha invero nemmeno un vero e proprio “inizio”, e tale peculiarità sembra sostenuta dallo stesso Adams, che chiosa l’epilogo del libro scrivendo: “C’era un senso in questa storia, un senso che però al momento sfugge alla mente del cronista”. Una “parentesi” nella narrazione solita, come appunto ho scritto in principio, che si chiude senza aggiungere granché al senso generale della serie ma senza dubbio riuscendo ad accrescere le “aspettative” dei lettori per il quinto capitolo della serie, e in ogni caso rappresentando sempre una lettura bizzarra, gustosissima e divertente, seppur meno immediata delle precedenti – ma dal genio umoristico di Douglas Adams ci si deve aspettare di tutto, dunque anche questo…

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