Aldo Busi, “Suicidi Dovuti”

Un Aldo Busi ai suoi massimi livelli letterari costruisce un romanzo assolutamente intrigante, probabilmente il suo migliore con Vita Standard di un Venditore Provvisorio di Collant, ma con una incesellatura narrativa anche superiore. Attorno alla vita di Giuseppe Pigliacelo detto Pino, individuo più che medio che riesce a fallire in tutto meno che nel farsi accusare di cose tremende e mai compiute e in ciò, dunque, trovando il solo valore della propria esistenza, ruota invero il fallimento ormai congenito di un’intera società, che tuttavia, a differenza del protagonista, non solo non si rende conto della propria decadenza ma anzi si eleva a monumento massimo di giusta moralità e rettitudine: una società che, con la propria così profonda corruzione di valori, non può ammettere una comune e condivisa bontà vitale ma deve obbligatoriamente contemplare dei “buoni” e dei “cattivi” con reciproca sussistenza, cosicché ci sia sempre qualcuno che si possa ergere ad una qualche posizione di preminenza sociale – coi soldi, col potere politico, con la tonaca, con i convenzionali conformismi e perbenismi diffusi – e di lassù possa sempre puntare il dito accusatore verso qualcuno, a prescindere che colpa vi sia o meno e semmai solo per rivendicare nuovamente quella propria pretesa preminenza. Suicidi Dovuti risulta perciò un formidabile atto d’accusa verso il bieco moralismo e l’ipocrisia che regge molte delle convenzioni sociali su cui si basa il nostro mondo, inserito con grande armonia letteraria in una storia già bella di per sé da leggere, ricca di moto narrativo e tracciata qui, per ovvie ragioni di contesto, con meno cesello stilistico del solito Busi ma con intonsa fluidità e lusinga interpretativa. Molto consigliabile, soprattutto per chi non conosca l’opera di Aldo Busi e se ne voglia far conquistare.

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