Göran Tunström, “Uomini famosi che sono stati a Sunne”

Da parecchio ormai mi interesso di letteratura nordico/scandinava: non so se per tale passione mi debba considerare “di parte”, sta di fatto che nel panorama letterario iperboreo ho trovato fino ad oggi veramente molte eccellenze… Göran Tunström è sicuramente una di esse, uno dei più celebri e apprezzati autori di Svezia, e questo suo Uomini famosi che sono stati a Sunne, ultimo romanzo edito prima della morte – Iperborea ovviamente, con traduzione dallo svedese e postfazione di Maria Cristina Lombardi – un’opera tanto particolare quanto interessante, che peraltro gli valse l’Augustpriset, il più prestigioso ed ambito premio letterario svedese…
Pienamente nel solco del tipico stile letterario scandinavo, fatto soprattutto di urbanità narrativa e atmosfera limpida come il cielo nordico – anche nei momenti più tragici che lassù uno scrittore possa trovarsi a descrivere – Uomini famosi che sono stati a Sunne è un libro che mi viene di definire “avvolgente”: ma non come potrebbe avvolgere un abbraccio, dunque anche con una certa veemenza, semmai come ci avvolgerebbe il tepore di un tardo pomeriggio primaverile seduti sulle rive di un placido lago, col sole che tramontando ne incupisce le acque… Un lago come quello sulle cui sponde sorge Sunne, villaggio natale di Tunström nel quale egli ambienta la storia dell’opera: Stellan Jonsson, bottegaio del villaggio, viene incaricato di stendere un libro nel quale descrivere le più famose personalità che abbiano mai visitato Sunne; poi il progetto tramonta, ma Stellan continua in quel suo incarico, finendo per tracciare la storia di alcuni degli abitanti più interessanti – o meno anonimi – del villaggio, come nostrani archetipi di un’esistenza di provincia in una località potenzialmente simile a tante altre del mondo, ove ogni singola vita, pur nella sua apparente anonimia, cela non solo qualcosa di interessante ma, soprattutto, qualcosa di profondo, spesso di difficile, a volte di tragico… Così, la vita quotidiana di Stellan si interseca più volte con quella dei suoi concittadini di cui sceglie di raccontare, in una narrazione nella quale tuttavia egli infine si ritrova parte integrante e per certi versi fondamentale, in un intreccio in primo luogo sociale ma anche sociologico e psicologico che lega tutti i personaggi in una unica, sostanziale sorte: la ricerca di sé stessi, o della pace con sé stessi ovvero la ricerca di un senso alla propria vita – sorte inevitabilmente e ineluttabilmente ostacolata da quella “parte oscura” della quotidianità che chiunque, poco o tanto, si porta dietro e con la quale deve fare i conti.
Mirabile è la capacità di Tunström di costruire i personaggi della storia – “a tutto tondo” si potrebbe convenzionalmente dire, ma sarebbe altamente riduttivo – attraverso un accurato tratteggio socio-psicologico di ognuno di essi, più che figurativo; questo anche grazie all’espediente di non fare di Stellan Jonsson l’unica voce narrante ma coinvolgendo in tale compito quasi tutti gli altri personaggi, direttamente oppure attraverso – ad esempio – le pagine dei diari personali, come per Cederblom, il pastore del paese in crisi di fede, o i ricordi di giovinezza di Oldin, l’astronauta che ha camminato sulla Luna e che lassù, nel cosmo, ha lasciato (o smarrito) la fiducia nella bontà degli uomini della Terra… Spezzettando la narrazione in tanti capitoli più o meno brevi, riuniti dentro altri che ne raggruppano i temi, Tunström costruisce un micromondo veramente completo nella propria capacità di compendiare l’intero spettro emozionale dell’ordinaria esistenza umana; di sicuro Uomini famosi che sono stati a Sunne manca di quella verve narrativa (tipicamente mediterranea, per certi versi) che potrebbe rendere più gustosa la lettura al grande pubblico; tuttavia accompagna con delicato e schietto realismo il lettore a conoscere i suoi personaggi e le vicende umane di cui sono protagonisti proprio come se lo stesso si ritrovasse a vivere a Sunne, in una casa sulla via principale in modo da poter osservare la quotidianità dei suoi abitanti, e lo avvolge – appunto – nella tranquilla atmosfera del villaggio così particolare tanto quanto così potenzialmente simile a quella in cui ogni lettore potrebbe vivere, con le sue immagini idilliache, i suoi momenti di gioia e serenità e, di contro, i momenti difficili, le malinconie, e le tristezze che sono inevitabilmente parte delle giornate ogni essere umano che viva in maniera consapevole la propria quotidianità. Tunström sembra volerci dire che è in quella quotidiana normalità che chiunque deve ricercare sé stesso e il senso della propria vita, non certo in altre cose esteriori ed estranee, e che in tale ricerca ognuno dovrà saper tracciare un proprio cammino e caratterizzandolo con le proprie azioni, nella consapevolezza che ogni piccola o grande felicità si rispecchia in modo ineluttabile in altrettanti piccoli o grandi dolori. Libro molto bello, e caldamente consigliabile.

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