Daniele Borghi, “L’altra vita di Emma”

Ricordate Un giorno di ordinaria follia? In quel celebre e bel film del 1993 diretto da Joel Schumacher, Michael Douglas interpretava William Foster, un perfetto uomo medio che, assillato e depresso da piccoli/grandi problemi quotidiani, familiari in principio e poi “sociali”, perdeva la testa trasformandosi in uno spietato assassino… Con tutti i distinguo del caso, la protagonista del nuovo romanzo di Daniele Borghi, L’altra vita di Emma (Fernandel) è una sorta di William Foster in gonnella: donna di mezz’età, si muove ormai come un’estranea in un mondo quotidiano che le soffoca la vitalità tra un matrimonio ormai esaurito nel suo senso classico e una monotonia giornaliera popolata da persone false e ostili…
Daniele Borghi sceglie di raccontare una storia assolutamente ordinaria di un individuo perfettamente comune: Emma è una donna che potrebbe essere tante donne e ugualmente tanti uomini, ovvero molti soggetti facilmente ritrovabili nella nostra società contemporanea, nella quale pare veramente ormai realizzato quel motteggio che titola una delle opere più famose di Popper, “Tutta la vita è un risolvere problemi”, ed è di assoluta evidenza come tanti abbiano scelto di non risolverli, i propri problemi pur minimi che possano essere, e di farsi trascinare dalla corrente della vita e del tempo come barche alla deriva… Emma invece già reagisce con la mente alla sua situazione – Borghi ne tratteggia l’elucubrare mentale nella prima parte del libro in maniera fin troppo particolareggiata ai fini del brio della narrazione, ma utile a generare una specie di sensazione di disagio simile a quella vissuta dalla protagonista; quindi decide di agire anche concretamente, quando l’ennesimo insopportabile evento le libera definitivamente l’istinto, e insieme squarcia il grigiore opprimente della sua vita lasciando intravedere una via di fuga… In realtà le note in quarta di copertina non mi trovano d’accordo: lì si dice che Emma è molto stanca, ma in realtà, a mio parere, Emma è in uno stato di stand-by, con il quale riesce a conservare un’energia vitale pronta all’uso appena una possibilità di farlo possa palesarsi. La stanchezza sarebbe il primo stato della noia e della conseguente apatia – ciò di cui io credo soffrano, vedi sopra, molti nella nostra quotidianità; Emma invece è pronta a scattare, a schizzare via, e se è ferma è solo perché sta cercando il momento migliore per farlo…
Borghi, peraltro, sembra basarsi anche su questa impulsività latente della sua protagonista per puntare lo sguardo letterario verso il lettore, ciò anche grazie ad un espediente di notevole effetto: la scrittura in seconda persona, che genera un intrigante cortocircuito tra soggetto narrante, personaggio narrato e lettore che si ritrova trascinato nella narrazione e nella personificazione del personaggio stesso. Per questo l’apparente banalità della storia che il libro racconta riesce a resistere a eventuali cadute d’interesse, diventando un potenziale specchio nel quale, come si diceva anche prima, molti si potrebbero ritrovare; di contro, è opportuno augurarsi che quei tanti che vedranno in Emma un probabile alter ego alle proprie quotidiane frustrazioni non finiscano per agire concretamente come lei… Perché nella seconda parte del libro prende forma e sostanza l’altra vita di Emma, la serie di eventi (molto “forti” appunto, ma naturalmente non si anticipa nulla, qui) attraverso cui la protagonista cercherà l’indispensabile rivalsa, non solo dalle persone vicine di presenza però non più di spirito ma in generale dall’intera propria precedente esistenza. Questa seconda parte, e il finale piuttosto inverosimile, è a ben vedere la parte più “romanzesca” del libro: per certi versi Emma cerca e trova una “redenzione” quasi comminando a sé stessa l’identica rivalsa che ha destinato ai suoi “nemici” – in un modo che probabilmente assai pochi avrebbero il coraggio di fare nella realtà (ma, appunto, qui Borghi separa la storia dalla più ordinaria verosimiglianza per conferirle maggiore fantasia letteraria, e conseguente maggiore brio narrativo) e che, in parte, giustifica gli atti dei quali Emma si è resa protagonista…
Resta una domanda, in verità: e se dei fatti che frustrano Emma e “oscurano” la sua quotidianità fosse lei stessa, anche solo in parte, la causa? A volte, la ribellione alla conformità del presente è in realtà una rivolta contro sé stessi, contro la propria incapacità a vedere le giuste direzioni vitali e/o l’inettitudine dell’imboccare troppo spesso quelle sbagliate… Borghi, raccontandoci L’altra vita di Emma, forse finisce non soltanto per narrare la ribellione di una persona qualunque alla propria vita qualunque (e a qualunque problema la deprima) ma anche (indirettamente?) per mettere in guardia il lettore sul non raggiungere quel punto, sul dover reagire prima – prima che l’individuo superi quella linea oltre la quale, all’urbanità che dovrebbe contraddistinguere la specie umana, si sostituisca la regressione a istinti ben più primitivi e selvatici…

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