Achille Campanile, “Celestino e la Famiglia Gentilissimi”

Leggere Achille Campanile è imprescindibile per chiunque voglia conoscere in modo considerabilmente valido la letteratura italiana, e non solo quella di natura umoristica. E se Campanile divenne noto soprattutto come grande umorista, il pensarlo e identificarlo solo in questa maniera sminuirebbe oltre ogni accettabile limite uno dei più grandi scrittori in lingua italiana del Novecento, maestro in quella particolare virtù letteraria del far ridere e al contempo far pensare – così come dovrebbe sempre essere lo humor: non un giochetto di battute fini a sé stesse, gettate lì soltanto per strappare una mera e sovente risata, ma viceversa una delle più affilate e letali armi di critica sociale (e non solo) che l’arsenale letterario presenta, efficace come forse nessun altra quando si tratti di puntare l’indice contro qualcosa che altrimenti la mente comune confonderebbe in mezzo a tutta l’altra becera normalità…
Celestino e la Famiglia Gentilissimi (BUR, con introduzione di Barbara Silvia Anglani) è un delizioso esempio di quanto appena affermato, un’opera tanto leggera e “tranquilla” all’apparenza quanto feroce e mordace appena si vada oltre la prima superficiale lettura e il sorriso che essa suscita. E’ un umorismo che si può ben definire “d’altri tempi” (uscì nel 1942), quasi da testo fumettistico nella sua forma fatta da tanti capitoletti brevi e veloci come sketch teatrali – “ideale punto d’incontro tra teatro e narrativa” come giustamente recita la quarta di copertina – nei quali si raccontano le vicende di tale Celestino Rompiscatole (!) e del suo rapporto con la famiglia Gentilissimi, nobile e agiata famiglia di antico lignaggio, certo, ma anche di gran codardia e pochezza umana, tanto da non riuscire a liberarsi del seccatore Celestino pur tentando di farlo in tutti i modi, e avendo sempre la peggio… Un tema semplice, insomma, da raccontino per ragazzi, e infatti tanto banale parrebbe ad una lettura disattenta e svolta a mente spenta: ma dietro tale semplicità si vede perfettamente, e per prima cosa, tutta la grande fantasia e l’inventiva umoristica vulcanica di Campanile; poi, appena dopo, lo sguardo invero attentissimo, sagace e sarcastico su una certa parte della società italiana (si noti che siamo nel 1942, in piena era fascista!), sulla sua pusillanimità, su certe sue peculiarità che a tutt’oggi si possono facilmente ritrovare nel cosiddetto “italiano medio” (o italiota, come avrebbe detto Gianni Brera)… Mi è parso anche di capire che Campanile, col prendere di mira una tal famiglia aristocratica con tutta la propria vuota vita di rendita, punti lo sguardo sulla decadenza di una italica alta borghesia, tutto sommato a quei tempi ancora importante nella società, probabilmente ben ammanicata col potere dittatoriale fascista, ma in realtà priva di quel nerbo necessario alla costruzione di una civiltà nazionale forte e moderna; nerbo che in fondo manca anche a Celestino, il rompiscatole di cognome e di fatto che vive a scrocco dei Gentilissimi senza pudore alcuno – e quanti simili individui si possono trovare anche oggi, nella società italiana, bravi ed efficaci parassiti attaccati saldamente al “corpo” del potere dominante?
Non si può poi dimenticare il gustoso stile di scrittura di Campanile, la sua bellezza, il continuo gioco degli equivoci, i doppi sensi, le situazioni surreali, e tutto il resto che compone il suo umorismo: d’altri tempi, certo, da apparire candido rispetto a quello contemporaneo, ma quanto in verità meno banale, più raffinato ed elegante, e mille volte più intelligente?
Una lettura caldamente consigliata, insomma! Per quanto mi riguarda continuerò con assiduità l’esplorazione della produzione di Campanile, meraviglioso esempio di autore del quale il panorama letterario italiano contemporaneo DEVE sentire la mancanza…

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