Valentina Pattavina, “La Libraia di Orvieto” (Fanucci Editore)

Mi è capitato più volte di leggere note, opinioni, dissertazioni di diversi commentatori letterari nelle quali, a proposito di quello o quell’altro autore, lo si “eleggeva” a meritevole erede della tradizione del “romanzo italiano”, successore dei vari Chiara, Soldati, Arpino e così via… Tali ricordi mi si sono illuminati nella mente fin dalle prime pagine di La Libraia di Orvieto, debutto di Valentina Pattavina nella narrativa con l’egida di Fanucci Editore – debutto qui ma non nell’editoria, visto che la Pattavina è autrice, ad esempio, di ottimi saggi su alcuni dei grandi personaggi del cinema italiano, tra i quali Totò e Tognazzi – con il quale mi è parso che la scrittrice siciliana voglia portare la propria “candidatura” a quel titolo “ereditario” sopra citato… In verità questa è solo una mia illazione, non so se la Pattavina abbia realmente pensato, nel mentre che scriveva il romanzo, di promuovere una cosa del genere; di certo, tuttavia, l’ambito scenografico sul quale la storia di La Libraia di Orvieto si dipana pare veramente richiamare gli stilemi del romanzo italiano classico del Novecento: la provincia e la sua quotidianità, i suoi personaggi ordinari, una comunità sociale tranquilla e genuina, paesaggi solari e quasi bucolici e poi, appena dietro questo ritratto così placidamente “normale”, ombrose devianze di varia specie, spesso più tenebrose di quanto una scena di segno opposto potrebbe riservare…
Così Matilde Ferraris, giovane donna in fuga da un passato familiare difficile e in cerca di una vita migliore, approda a Orvieto, solo 120 chilometri da Roma ma già tutt’altra aria, e infatti qui viene non solo ben accolta dalla tipica cordialità paesana che la cittadina ancora offre, ma realizza anche un suo piccolo sogno diventando libraria in una libreria antiquaria condotta da un simpatico e arzillo professore ultrasettantenne… Ma, appunto, dietro questa apparente soavità quotidiana si celano non poche ombre, in particolare un delitto mai svelato e una verità che gli eventi narrati e il rimorso da essi scaturente ripulisce dalla polvere sotto la quale quella stessa soavità paesana l’aveva ormai nascosta, palesando ancora una volta come ben poco della natura umana possa essere colto dall’ordinario sguardo sociale, quello stesso che genera voci di popolo, opinioni diffuse e luoghi comuni…
In sé la trama di La Libraia di Orvieto non è così originale, questo è evidente, ma in effetti Valentina Pattavina cerca proprio di partire dalla normalità delle cose che una cittadina di provincia sicuramente offre più d’una grande città per tratteggiare una storia leggera ovvero delicata, con la quale sovrapporre la vicenda personale della protagonista con quella delle indagini sul delitto e con le suggestioni ambientali del paesaggio orvietano, tuttavia senza che il primo elemento inglobi troppo profondamente gli altri due. Matilde, la protagonista, resta sempre un piccolo passo al di fuori di quell’ambiente, conservando un sguardo critico sulle cose che la narrazione in prima persona riproduce bene, e che soltanto le piccole/grandi inquietudini che ognuno prova a volte rende un po’ meno razionale. E se la ricerca di Matilde d’una esistenza quotidiana più tranquilla e lineare del triste passato – di una vita ideale, potrei dire – pare avere una soluzione tra le vie e i palazzi medievali di Orvieto, con quanto le tocca scoprire sulla sua gente e sui segreti che nasconde l’autrice le fa mettere in evidenza come spesso non sia tutto oro quello che luccica, ovvero come l’animo umano non sia un elemento meramente “unidimensionale” ma polimorfico, con tante delle sue facce il cui controllo sovente sfugge anche a chi ne è proprietario, e ciò proprio in quegli ambiti dove ancora chi vuole scappare dagli artigli della società ipermediatica può farlo – la provincia italiana appunto, contemporanea ed evoluta anch’essa sotto molti aspetti eppure non abbastanza da svincolarsi a sufficienza dal proprio atavico background rurale. Il tutto, la Pattavina lo narra con stile delicato, come già detto, che dona una lettura assolutamente lineare e gradevole anche grazie alla relativa brevità dei capitoli che formano lo scritto, intervallati da brevi citazioni letterarie che nell’intento di essere suggestivi prologhi ai capitoli stessi, in certi casi risultano un poco ostiche e difficili da assimilare… Stile delicato dicevo, forse fin troppo, dacché resta l’impressione che la narrazione non riesca a scendere più di quel tanto nel profondo – tematico, sociologico, antropologico, filosofico, e più in generale letterario – degli eventi che racconta, come se restasse sospesa appena sopra i tetti delle case e i selciati delle vie nelle quali i protagonisti si muovono senza scendere giù a scivolare più radente tra i muri, nelle porte, dentro le finestre, tra le gambe e attorno ai corpi dell’umanità narrata. Di contro – effetto opposto, se così lo si può definire, della stessa peculiarità stilistica – la scrittura della Pattavina è veramente gradevole da leggere, e riesce a regalare quel piacere di lettura genuino e concreto che forse non trascina e sconvolge ma certamente coinvolge, in ciò (che l’autrice lo volesse o meno, ribadisco) effettivamente percorrendo il solco stilistico tipico del romanzo italiano/all’italiana e facendolo con lodevole merito – in attesa, lo affermo fin d’ora, di una prossima nuova opera che, se la scrittrice siciliana saprà continuare l’intrapreso percorso letterario con considerabile progresso, non potrà che essere qualcosa di notevole.

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