Jason Buhrmester, “La grande rapina ai Led Zeppelin” (Fanucci)

C’è una tematica particolare – chiamarlo “filone” è troppo, credo – che la letteratura ha più volte preso a soggetto delle storie narrate, con il cinema al seguito: quella dei ladri di scarso valore, per così dire (quelli generano quasi più simpatia che disdegno, per capirci) i quali un bel giorno decidono di tentare il “colpo grosso”, il furto da azzardare pur essendo al di fuori della propria portata, ma che d’altronde, per chi non ha nulla da perdere, diventa una chimera inevitabilmente attraente… Jason Buhrmester ci fornisce la sua versione di questo tema ne La grande rapina ai Led Zeppelin (Fanucci, con traduzione di Tommaso Pincio), storia – appunto – di quattro ladruncoli ventenni di bassissima lega, capaci solo di furtarelli di poca cosa finché a Patrick, uno di loro ovvero il personaggio principale e l’io narrante del romanzo, viene in mente di tentare una rapina alla più celebre rock band di quegli anni, i mitici Led Zeppelin. Colpo ben oltre le loro possibilità di squinternati ragazzotti della periferia americana dotati della stupefacente capacità di mettersi nei guai appena ve ne sia l’occasione, se non fosse per un elemento che, indirettamente ma nemmeno troppo, li lega a quel mondo dorato nel quale gli Zeppelin si muovono: la musica rock, la passione per i suoni che, in quegli anni Settanta dello scorso secolo, stavano mutando profondamente il panorama musicale mondiale, e grazie ai quali riusciranno dopo mille folli peripezie ad arrivare al cospetto dei leggendari quattro rocker britannici…
Il rock, effettivamente, è il nucleo primigenio attorno quale Buhrmester prende a sviluppare la storia, colto in quella stagione magica della sua esistenza quale furono i suddetti Settanta, dopo l’esplosione di Woodstock e prima dell’implosione del punk; lo stesso Buhrmester si presenta nella foto interna al testo in perfetto “abito” rockettaro, con tutti quei tatuaggi che sfoggia, dando l’impressione di conoscere bene il mood di quel periodo, e della musica che ne fu colonna sonora. E dal rock, certamente, egli prende il ritmo sostenuto con il quale fa viaggiare la narrazione, che non ha praticamente mai cali di tensione anche per essere così infarcita di tutti i folli eventi che accadono al gruppo dei protagonisti. Poi vi prende l’atmosfera “nuda e cruda”, molto hard boiledho già scritto di come, a mio parere, parecchia narrativa americana moderna e soprattutto contemporanea presenti sotto molti punti di vista caratteristiche hard boiled, anche quella che non sia nemmeno lontanamente imparentabile con il filone “giallo”, e questo è il caso di La grande rapina ai Led Zeppelin – atmosfera grazie alla quale costruisce personaggi tipicamente “al margine” senza troppo approfondimento psicologico ma più badando all’esteriorità degli stessi, sempre e comunque politically scorrect anche quando rappresentino figure socialmente “ordinarie” (si veda qui il molto ambiguo procuratore distrettuale con il quale Patrick, il protagonista, ha a che fare). Eppoi vi prende numerosi personaggi, citazioni, richiami e rimandi, quasi costruendo una track list ovviamente silente (per il libro cartaceo; chissà per l’eventuale e-book…) che pare fatta apposta per appassionare al libro anche i non abituali lettori appassionati di rock anni ’70 – e ve ne sono parecchi in giro, qui come suppongo anche in America…
Il risultato finale, anche questo tipicamente americano, è parecchio hollywoodiano, una sceneggiatura bell’e pronta per tirarne fuori un film dotato di buon appeal soprattutto verso i giovani – d’altronde certe sonorità e ancor più certe atmosfere del rock sono senza tempo… Forse proprio questa peculiarità, ovvero una certa propensione della storia alla fascinazione di un pubblico giovane, più che di altri e forse anche più di chi visse effettivamente quella stagione del rock (“ragazzi” che oggi viaggiano sulla sessantina e più…) potrebbe rappresentare un punto a sfavore del libro, il quale di contro punta tutto, come detto, sul gran ritmo della narrazione, sulla scoppiettante sequenza di strampalate avventure che i personaggi si trovano ad affrontare, e sul rock – “rock and roll will never die”, si usa dire, no? – ben più che sull’essere un noir in salsa musicale (cosa che non mi sembra proprio) o sull’essere una “crime comedy” (molto più comedy che crime, a mio modo di vedere), tutte cose sostenute dalla critica…
La grande rapina ai Led Zeppelin è più semplicemente una divertente storia rock, ben congegnata, ben scritta e dotata di stile parecchio accattivante. Non è certamente una pietra miliare della narrativa americana contemporanea, ma di sicuro è più godibile da leggere che molti di quei “sassoni”, e per chi cerca una lettura bella intensa e sbatacchiante, questo è il libro adatto!…

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