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01 Novembre 2010: “Cronache da Thule” si trasforma in I DIARI DI THULE, il nuovo blog di Luca Rota!

1 Novembre 2010: è nato I Diari di Thule, il nuovo blog di Luca Rota!

Non aspettatevi il “solito” blog… I Diari di Thule sono qualcosa di assolutamente insolito, particolare, fuori dal web-comune… Un blog come difficilmente ne avrete visti di simili, nel quale ritrovate e ritroverete la sostanza di Cronache da Thule e, se possibile, moooolto di più…
Ah, peraltro: I Diari di Thule sono veramente un diario – voglio dire, veramente

SAVE THE LINK! I DIARI DI THULE, il nuovo blog di Luca Rota!

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– 1 GIORNO! Domani, 1 Novembre 2010, nascono “I Diari di Thule”, il nuovo blog di Luca Rota!

1 Novembre 2010: nascono I Diari di Thule, il nuovo blog di Luca Rota!

Non aspettatevi il “solito” blog… I Diari di Thule sono qualcosa di assolutamente insolito, particolare, fuori dal web-comune… Un blog come difficilmente ne avrete visti di simili, nel quale ritrovate e ritroverete la sostanza di Cronache da Thule e, se possibile, moooolto di più…
Ah, peraltro: I Diari di Thule sono veramente un diario – voglio dire, veramente

CLICCANDO SULL’IMMAGINE QUI SOPRA POTETE GIA’ VISITARE IL BLOG, IN BUONA PARTE ATTIVO!
E in ogni caso…
…01 Novembre 2010: I Diari di Thule, save the date!

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Jason Buhrmester, “La grande rapina ai Led Zeppelin” (Fanucci)

C’è una tematica particolare – chiamarlo “filone” è troppo, credo – che la letteratura ha più volte preso a soggetto delle storie narrate, con il cinema al seguito: quella dei ladri di scarso valore, per così dire (quelli generano quasi più simpatia che disdegno, per capirci) i quali un bel giorno decidono di tentare il “colpo grosso”, il furto da azzardare pur essendo al di fuori della propria portata, ma che d’altronde, per chi non ha nulla da perdere, diventa una chimera inevitabilmente attraente… Jason Buhrmester ci fornisce la sua versione di questo tema ne La grande rapina ai Led Zeppelin (Fanucci, con traduzione di Tommaso Pincio), storia – appunto – di quattro ladruncoli ventenni di bassissima lega, capaci solo di furtarelli di poca cosa finché a Patrick, uno di loro ovvero il personaggio principale e l’io narrante del romanzo, viene in mente di tentare una rapina alla più celebre rock band di quegli anni, i mitici Led Zeppelin. Colpo ben oltre le loro possibilità di squinternati ragazzotti della periferia americana dotati della stupefacente capacità di mettersi nei guai appena ve ne sia l’occasione, se non fosse per un elemento che, indirettamente ma nemmeno troppo, li lega a quel mondo dorato nel quale gli Zeppelin si muovono: la musica rock, la passione per i suoni che, in quegli anni Settanta dello scorso secolo, stavano mutando profondamente il panorama musicale mondiale, e grazie ai quali riusciranno dopo mille folli peripezie ad arrivare al cospetto dei leggendari quattro rocker britannici…
Il rock, effettivamente, è il nucleo primigenio attorno quale Buhrmester prende a sviluppare la storia, colto in quella stagione magica della sua esistenza quale furono i suddetti Settanta, dopo l’esplosione di Woodstock e prima dell’implosione del punk; lo stesso Buhrmester si presenta nella foto interna al testo in perfetto “abito” rockettaro, con tutti quei tatuaggi che sfoggia, dando l’impressione di conoscere bene il mood di quel periodo, e della musica che ne fu colonna sonora. E dal rock, certamente, egli prende il ritmo sostenuto con il quale fa viaggiare la narrazione, che non ha praticamente mai cali di tensione anche per essere così infarcita di tutti i folli eventi che accadono al gruppo dei protagonisti. Poi vi prende l’atmosfera “nuda e cruda”, molto hard boiledho già scritto di come, a mio parere, parecchia narrativa americana moderna e soprattutto contemporanea presenti sotto molti punti di vista caratteristiche hard boiled, anche quella che non sia nemmeno lontanamente imparentabile con il filone “giallo”, e questo è il caso di La grande rapina ai Led Zeppelin – atmosfera grazie alla quale costruisce personaggi tipicamente “al margine” senza troppo approfondimento psicologico ma più badando all’esteriorità degli stessi, sempre e comunque politically scorrect anche quando rappresentino figure socialmente “ordinarie” (si veda qui il molto ambiguo procuratore distrettuale con il quale Patrick, il protagonista, ha a che fare). Eppoi vi prende numerosi personaggi, citazioni, richiami e rimandi, quasi costruendo una track list ovviamente silente (per il libro cartaceo; chissà per l’eventuale e-book…) che pare fatta apposta per appassionare al libro anche i non abituali lettori appassionati di rock anni ’70 – e ve ne sono parecchi in giro, qui come suppongo anche in America…
Il risultato finale, anche questo tipicamente americano, è parecchio hollywoodiano, una sceneggiatura bell’e pronta per tirarne fuori un film dotato di buon appeal soprattutto verso i giovani – d’altronde certe sonorità e ancor più certe atmosfere del rock sono senza tempo… Forse proprio questa peculiarità, ovvero una certa propensione della storia alla fascinazione di un pubblico giovane, più che di altri e forse anche più di chi visse effettivamente quella stagione del rock (“ragazzi” che oggi viaggiano sulla sessantina e più…) potrebbe rappresentare un punto a sfavore del libro, il quale di contro punta tutto, come detto, sul gran ritmo della narrazione, sulla scoppiettante sequenza di strampalate avventure che i personaggi si trovano ad affrontare, e sul rock – “rock and roll will never die”, si usa dire, no? – ben più che sull’essere un noir in salsa musicale (cosa che non mi sembra proprio) o sull’essere una “crime comedy” (molto più comedy che crime, a mio modo di vedere), tutte cose sostenute dalla critica…
La grande rapina ai Led Zeppelin è più semplicemente una divertente storia rock, ben congegnata, ben scritta e dotata di stile parecchio accattivante. Non è certamente una pietra miliare della narrativa americana contemporanea, ma di sicuro è più godibile da leggere che molti di quei “sassoni”, e per chi cerca una lettura bella intensa e sbatacchiante, questo è il libro adatto!…

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Arto Paasilinna, “Prigionieri del Paradiso” (Iperborea)

Su Arto Paasilinna ho già scritto molto, avendone letto tutti i libri che Iperborea ha avuto il merito (e la fortuna) di pubblicare in Italia: lo giudico il più significativo rappresentante del (meraviglioso – parere mio, ovvio) panorama letterario scandinavo, e del suo stile peculiare fatto di una scrittura quasi minimale, all’apparenza distaccata, fredda (ma guarda!), capace con le stesse parole di descrivere l’evento più gioioso come quello più tragico, ironica con leggerezza e non poche volte sarcastica – o dovrei meglio dire sarcasticamente melanconica, in modo tutto nordico – eppure, in verità, capace proprio per quella leggerezza di entrare nel profondo dei temi trattati e di esplorarne anche gli aspetti più ombrosi e ostici, senza mai darsi arie professorali e anzi, appunto, osservando sempre il tutto con sguardo divertito e divertente…
Prigionieri del Paradiso è l’ultima opera di Paasilinna che in ordine di tempo Iperborea pubblica da noi (nella traduzione di Marcello Ganassini): ho deciso di leggerla proprio nel corso di un viaggio in Finlandia (con tanto di visita-pellegrinaggio alla casa editrice “originale” di Paasilinna, la WSOY a Helsinki!), e non posso che rimarcare da subito come anche questo sia un libro paasilinniano al 100%, nonostante il contesto di sfondo della storia sia tutt’altro che finnico, e nonostante la storia stessa possa apparire di primo acchito non così particolare e nuova: un aereo con a bordo una rappresentanza umanitaria dell’ONU composta in gran parte da scandinavi è costretto a compiere un ammaraggio di fortuna presso una sperduta isola dei Tropici; la cinquantina di sopravvissuti in quel luogo dimenticato da tutti si troverà a dover reinventare non solo una nuova vita ma anche una nuova “società”, in attesa che qualcuno possa soccorrerli e nel frattempo maturando la convinzione che la società occidentale civilizzata, tecnologica, opulenta, agiata, non sia forse il migliore dei mondi possibili, e che qualche altra condizione/dimensione di vita, seppur priva di ogni comodità e sovrastruttura giuridica, possa tutto sommato regalare una felicità molto più reale di quella fittizia “concessa(ci)” dal mondo avanzato… Forse…
Viene in mente un qualcosa alla “Isola dei Famosi”, vero? Dei “civili” costretti per un certo tempo a vivere al di fuori della civiltà, arrangiandosi alla bell’e meglio… No, niente di tutto ciò invece! Innanzi tutto perché la versione originale del romanzo uscì nel 1974, dunque decenni prima di qualsiasi reality show televisivo di sorta; inoltre, in Prigionieri del Paradiso Arto Paasilinna ci offre una divertente e pungente parodia del nostro mondo civilizzato, ricco di tutto ciò che è inutile ma vuoto di quanto vi sia di veramente importante per una civiltà che voglia realmente dirsi tale, insieme alla consapevolezza che, come detto, qualcosa di meglio si può (e si deve) fare per rendere il nostro mondo migliore, più equo, più giusto e più bello da vivere, senza ricorrere a tutti quegli strumenti “avanzati” che la civiltà umana ha maturato e che – apriamo i libri di storia e constatiamo! – ci hanno concesso cose buone ma anche, e troppo spesso, cose molto brutte. Un’occasione, insomma, non per colonizzare nel solito identico modo un nuovo pezzo di mondo (l’idea di fondo che in effetti propongono anche quei suddetti reality, e molte delle situazioni anche letterarie a cui si ispirano) ma per provare qualcosa di nuovo, qualcosa di radicalmente innovativo (o forse no, dacché già intuito da molti pensatori in passato: mi viene in mente Thoreau, ad esempio) da poter essere inevitabilmente considerato sovversivo – come il romanzo ci mostrerà, verso la sua fine…
Insomma: Paasilinna è Paasilinna, non serve aggiungere molto altro. I suoi libri sono una piccola, preziosa breccia nel muro di gomma del nostro vivere quotidiano verso ambiti di vera e meravigliosa libertà, sulle ali di una folle e geniale anarchia o, se preferite, di un sano e cordiale rifiuto delle regole e delle idee che la civiltà impone massicciamente e massificantemente; un rifiuto che trova grande impulso, tra le altre cose, anche in un rinnovato e diretto rapporto con la Natura e le sue leggi direttamente derivanti dall’armonia vitale che, uomo e sue azioni a prescindere, ci ha donato e ci dona un mondo meraviglioso in cui vivere. Tutto molto nordico, nello stile e nei temi, eppure tutto molto utile anche a qualsiasi altro lettore della nostra attuale, globalizzata civiltà, ricca e stupida, tecnologica e parassita, luccicante e supponente, per la quale un geniale e divertente raccontastorie come Arto Paasilinna è utile come una boccata d’aria pura di montagna tra mille altre di “civilissimo” e “urbanissimo” smog quotidiano.
Leggetelo! – ma serviva scriverlo?

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Andrew Vachss, “The Getaway Man – L’uomo della fuga” (Fanucci)

Non conosco granché il genere hard boiled, almeno al punto da poter confermare quanto scrive Joe R. Lansdale nell’introduzione a questo The Getaway Man – L’uomo della fuga, romanzo di Andrew Vachss edito da Fanucci (con traduzione di Luca Conti), del quale Lansdale ritiene che abbia “tutti gli ingredienti di un romanzo hard-boiled della Gold Medal, tipico prodotto degli anni Cinquanta”, appunto. Ma l’esplorazione già da tempo intrapresa del mondo letterario americano contemporaneo mi consente di poter affermare che, in verità, buona parte della scrittura americana d’oggi presenti in sé elementi hard boiled, anche – e soprattutto, direi – al di fuori del romanzo giallo, del quale lo stesso è un sottogenere – si veda Palahniuk, ad illuminante esempio. Toni spesso violenti, non tanto nelle parole quanto nelle ambientazioni e nelle tematiche, atmosfere cupe, personaggi spesso al limite, una certa propensione al sangue che, posso immaginare, deriva direttamente dalla realtà quotidiana di molte periferie americane: è in effetti più hard boiled la cronaca nera su certi giornali (e non solo in USA, sia chiaro…) che molti romanzi ritenuti tali. Quindi, in fin dei (personali) conti, mi viene quasi da ritenere che questo libro di Vachss si divincoli dalla bollatura hard boiled della quale Lansdale lo omaggia, per andare a esplorare anche altri ambienti letterari, e facendolo con un piglio decisamente attraente al punto da dissipare anche il cielo noir sotto il quale si dipana la vicenda narrata…
The Getaway Man – L’uomo della fuga: il titolo già la dice lunga… Eddie è un ragazzo “difficile” che mira sul proprio oscuro orizzonte di vita due obiettivi fondamentali: entrare nel mondo del crimine, e guidare. Più quest’ultimo, di obiettivo: ha una immensa passione per la guida spericolata, ma non per quella agonistica, da autodromo, troppo addomesticata per i suoi gusti… No, per la guida sulle strade vere, con tutti gli ostacoli e le difficoltà che qualsiasi strada pubblica può presentare. E come dunque unire quei due obiettivi, di modo che il principale possa servire per conseguire anche l’altro? E’ presto detto: diventare uno specialista della fuga al servizio di bande criminali, che dopo un colpo abbiano la fondamentale esigenza di fuggire il più velocemente possibile dal luogo del reato e, se possibile, seminando eventuali inseguitori. Eddie diventerà questo, finendo alle “dipendenze” di uno dei più efferati e leggendari ladri in circolazione, con il quale progetterà un colpo sensazionale che consentirà loro di ritirarsi a vita onesta; ma una conturbante donna si metterà di mezzo, e diverrà la causa d’un finale che ci si ritrova un po’ troppo all’improvviso davanti, ma certamente inatteso e “scenicamente” notevole.
Questo è The Getaway Man – L’uomo della fuga. Andrew Vachss conosce bene la materia di cui tratta, essendo stato investigatore federale, direttore d’un carcere per minorenni e avvocato specializzato in cause coinvolgenti minori; forse per questo riesce a costruire il personaggio principale di Eddie con grande capacità sia letteraria che sociologica, tratteggiando un individuo il quale, pur essendo il fulcro attorno a cui ruota la storia, appunto, è in realtà il primo e più evidente elemento che allontana il romanzo dallo stereotipo hard boiler. Eddie, infatti, è certamente un criminale, partecipa a numerosi furti con diversi malviventi, non ha rimorsi verso le vittime degli stessi, ma si approccia a questa sua “professione” con fare tanto ingenuo quanto disincantato, ovvero “colposo”. Il suo scopo non è commettere reati, è guidare auto il più velocemente possibile, e non gli importa che, per farlo, debba mettere le proprie capacità al servizio del crimine. Pare quasi che Vachss instilli in Eddie già una sorta di genetica e inopinata autoredenzione dalle proprie colpe, come se nella sua semplicità d’animo l’onestà sia certamente messa da parte dalla passione per la guida e dagli scopi per i quali la vive ma tutto sommato non più di tanto – ad esempio riesce ad acquistare un’auto sportiva d’epoca da sempre agognata da una vecchia signora, convinta solamente dalla lealtà che Eddie dimostra confessandole che quell’auto vale molto di più di quanto la stessa vorrebbe venderla, ritenendola solo un catorcio-retaggio del defunto marito.
In tal modo Vachss pone in indiretto contrasto la figura di Eddie con quella di J.C., il ladro che lo ingaggerà per il proprio colpo sensazionale – questa seconda sì, una figura hard boiled, di uomo senza scrupoli capace solo di architettare piani criminali e perseguire le propri losche mire di ricchezza. Intorno ad esso, più che su altre comparse della storia, l’atmosfera si fa’ nera e dura; Eddie, viceversa, è una di quelle tante luci che potrebbero brillare ben più fulgidamente, se lo volessero, ma che sceglie – per una sorta di apatia che lo coglie appena si esca d’un niente dal mondo delle auto e della guida spericolata – di emanare una luminosità obliqua, intermittente e inquietante, eppure non priva di “brillantezza”… Di sicuro in ciò Eddie è “aiutato” dal suo autore, e dalla grande capacità scrittoria e stilistica che Vachss dimostra nel libro, il quale veramente corre che è un piacere, non stanca mai e riesce pressoché sempre a coinvolgere il lettore nelle scenografie che le parole creano e vivificano; inevitabile, per questo motivo, complimentarsi anche con la traduzione di Luca Conti, che riesce a mantenere un ritmo sostenuto evitando cali di tensione di sorta.
Hard boiled o meno che sia, The Getaway Man – L’uomo della fuga è un romanzo che può godere della gran virtù di non essere mainstream ma di piacere a tanti; le atmosfere grigie e polverose della sua storia irritano lo sguardo ma attirano la mente, e coinvolgono parecchio, appunto, fanno salire il lettore in auto con Eddie o lo fanno accomodare accanto al ponte della sua autorimessa, cosicché gli si possa dare dello stupido farabutto senza futuro e al contempo aspettare con trepidazione che riaccenda il motore e riparta in qualche sua nuova folle corsa sulle strade.
Un bel libro; leggetelo, perché merita che siate direttamente voi a stabilire se concordare con queste mie opinioni, oppure no.

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Kari Hotakainen, “Via della Trincea” (Iperborea)

“Un umorista temibile, intelligente, acuto, quasi calcolatore”… Arto Paasilinna dixit, circa il suo collega e connazionale, ed Iperborea non manca l’occasione di rimarcare tale prestigioso biglietto da visita su entrambe le opere di Kari Hotakainen edite in Italia: Colpi al cuore, che ho letto qualche tempo addietro e che mi lasciò impressioni positive a sufficienza da affrontare anche la lettura di Via della Trincea, seconda opera edita, appunto, da Iperborea di Hotakainen – con traduzione (ottima!) e postfazione di Nicola Rainò, più una nota al testo – al solito sagace – di Paolo Nori
Beh, devo dire subito che le parole spese da Paasilinna trovano sicuramente modo d’essere provate da questo Via della Trincea, storia particolare nello stile dello scrittore finnico, che si dimostra assai abile a mixare tematiche sociali, quasi sociologiche, di ampio respiro con piccole storie individuali quotidiane, un pizzico surreali e bizzarre, attraverso i cui protagonisti e le loro vicende si viene portati in un tranquillo ma anche intenso viaggio nel profondo della società finlandese contemporanea e del suo spirito precipuo, rallegrati (se così si può dire) da una sottile vena di ironia mai troppo divertente e divertita da non sembrare un poco malinconica, e affascinanti da una scrittura sagace e penetrante, seppur perfettamente “nordica” nello stile – dunque leggera, distaccata, lucida, mai volgare o urlata ed anzi dolcemente avvolgente.
In tal modo ci si affianca alla vita quotidiana di Matti Virtanen, ex rockettaro ora “marito modello” in una famiglia nella quale è la donna a portare i pantaloni – tanto da definirsi, Matti, “un reduce del fronte domestico” della “guerra di liberazione delle donne”: liberazione ovvero affrancamento dal dominio maschile, in Finlandia come un po’ ovunque, nel secondo Novecento – finché un giorno maledetto un accesso di rabbia butta alle ortiche matrimonio, famiglia, esistenza, speranze, sogni, futuro… C’è un solo modo per riconquistare la famiglia perduta: comprare casa, cioè avverare uno di quei sogni che facevano da collante nella precedente vita coniugale. Una casa vecchia, piuttosto malconcia, di quelle che il governo costruì per i reduci della seconda guerra mondiale, ma propria, rifugio familiare entro il quale proteggere la propria vita relegando al di fuori le ordinarie bassezze quotidiane; forse una sorta di prigione, alla fine, confortevole però per la mente e lo spirito a sufficienza da non crederla tale…
E’ veramente bravo, Kari Hotakainen, a tessere e intrecciare una storia ricca di mille sfaccettature, letterarie e non, fatta narrare in prima persona dai suoi personaggi che assumono visibilmente il compito di modelli dei tanti strati di cui è composta la società finlandese “popolare”, palesando di essa le idee, le convinzioni, le mire, le manie, le devianze e le ipocrisie. E in ogni caso questo pur importante taglio sociologico del romanzo non diventa mai così pesante e/o sofistico da togliere il piacere della lettura di un libro che, appunto, è veramente bello da leggere, coinvolgente e appassionante; peraltro – cosa non scontata, anzi! – le doti di “tessitore narrativo” di Hotakainen sono ben evidenti nel capitolo conclusivo del romanzo, composto come un vero e proprio diario orario del giorno in cui per il protagonista finalmente giunge il momento del trasloco nella nuova, agognata casa… Se mai riuscirà, a traslocare… Insomma, non svelo il finale, come d’uopo, ma questa cronaca risolutiva della storia a più voci – quelle di tutti i protagonisti incontrati nel corso della lettura – è l’ideale apice delle vicende di essa e del senso, tematico e letterario, dell’opera, con un pathos tutto nordico eppure intenso più di quanto ci si aspetterebbe da un autore scandinavo, e grazie al quale anche il punto di vista sociologico che Via della Trincea possiede come costante sfondo acutizza il proprio “sguardo”, lasciando infine al lettore una sorta di affresco quasi iperrealista – anche perché, come detto, in certi casi surrealista – della Finlandia contemporanea, della sua precipua società ma di rimando anche di tutto il nostro mondo di oggi che ovunque è veramente paese, come recita il noto proverbio, tanto da non farci sentire, in conclusione, quelle case, quelle vie e quelle strade, i palazzi e tutti gli individui che ci trascorrono la loro esistenza, così lontani e poco affini a tutti noi…
Bravo Kari Hotakainen, lo ribadisco: ove Paasilinna è l’anima più genuina e libera della gente di cui narra le gesta, capace di affascinare per l’affrancante ironia, Hotakainen è l’anima più quotidiana e concreta, affascinante per il pragmatico sarcasmo… Leggetelo, Via della Trincea: è uno dei migliori esempi di letteratura “sociale” contemporanea nordica in circolazione.

> Leggi la scheda su Via della Trincea nel sito di Iperborea.

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Valentina Pattavina, “La Libraia di Orvieto” (Fanucci Editore)

Mi è capitato più volte di leggere note, opinioni, dissertazioni di diversi commentatori letterari nelle quali, a proposito di quello o quell’altro autore, lo si “eleggeva” a meritevole erede della tradizione del “romanzo italiano”, successore dei vari Chiara, Soldati, Arpino e così via… Tali ricordi mi si sono illuminati nella mente fin dalle prime pagine di La Libraia di Orvieto, debutto di Valentina Pattavina nella narrativa con l’egida di Fanucci Editore – debutto qui ma non nell’editoria, visto che la Pattavina è autrice, ad esempio, di ottimi saggi su alcuni dei grandi personaggi del cinema italiano, tra i quali Totò e Tognazzi – con il quale mi è parso che la scrittrice siciliana voglia portare la propria “candidatura” a quel titolo “ereditario” sopra citato… In verità questa è solo una mia illazione, non so se la Pattavina abbia realmente pensato, nel mentre che scriveva il romanzo, di promuovere una cosa del genere; di certo, tuttavia, l’ambito scenografico sul quale la storia di La Libraia di Orvieto si dipana pare veramente richiamare gli stilemi del romanzo italiano classico del Novecento: la provincia e la sua quotidianità, i suoi personaggi ordinari, una comunità sociale tranquilla e genuina, paesaggi solari e quasi bucolici e poi, appena dietro questo ritratto così placidamente “normale”, ombrose devianze di varia specie, spesso più tenebrose di quanto una scena di segno opposto potrebbe riservare…
Così Matilde Ferraris, giovane donna in fuga da un passato familiare difficile e in cerca di una vita migliore, approda a Orvieto, solo 120 chilometri da Roma ma già tutt’altra aria, e infatti qui viene non solo ben accolta dalla tipica cordialità paesana che la cittadina ancora offre, ma realizza anche un suo piccolo sogno diventando libraria in una libreria antiquaria condotta da un simpatico e arzillo professore ultrasettantenne… Ma, appunto, dietro questa apparente soavità quotidiana si celano non poche ombre, in particolare un delitto mai svelato e una verità che gli eventi narrati e il rimorso da essi scaturente ripulisce dalla polvere sotto la quale quella stessa soavità paesana l’aveva ormai nascosta, palesando ancora una volta come ben poco della natura umana possa essere colto dall’ordinario sguardo sociale, quello stesso che genera voci di popolo, opinioni diffuse e luoghi comuni…
In sé la trama di La Libraia di Orvieto non è così originale, questo è evidente, ma in effetti Valentina Pattavina cerca proprio di partire dalla normalità delle cose che una cittadina di provincia sicuramente offre più d’una grande città per tratteggiare una storia leggera ovvero delicata, con la quale sovrapporre la vicenda personale della protagonista con quella delle indagini sul delitto e con le suggestioni ambientali del paesaggio orvietano, tuttavia senza che il primo elemento inglobi troppo profondamente gli altri due. Matilde, la protagonista, resta sempre un piccolo passo al di fuori di quell’ambiente, conservando un sguardo critico sulle cose che la narrazione in prima persona riproduce bene, e che soltanto le piccole/grandi inquietudini che ognuno prova a volte rende un po’ meno razionale. E se la ricerca di Matilde d’una esistenza quotidiana più tranquilla e lineare del triste passato – di una vita ideale, potrei dire – pare avere una soluzione tra le vie e i palazzi medievali di Orvieto, con quanto le tocca scoprire sulla sua gente e sui segreti che nasconde l’autrice le fa mettere in evidenza come spesso non sia tutto oro quello che luccica, ovvero come l’animo umano non sia un elemento meramente “unidimensionale” ma polimorfico, con tante delle sue facce il cui controllo sovente sfugge anche a chi ne è proprietario, e ciò proprio in quegli ambiti dove ancora chi vuole scappare dagli artigli della società ipermediatica può farlo – la provincia italiana appunto, contemporanea ed evoluta anch’essa sotto molti aspetti eppure non abbastanza da svincolarsi a sufficienza dal proprio atavico background rurale. Il tutto, la Pattavina lo narra con stile delicato, come già detto, che dona una lettura assolutamente lineare e gradevole anche grazie alla relativa brevità dei capitoli che formano lo scritto, intervallati da brevi citazioni letterarie che nell’intento di essere suggestivi prologhi ai capitoli stessi, in certi casi risultano un poco ostiche e difficili da assimilare… Stile delicato dicevo, forse fin troppo, dacché resta l’impressione che la narrazione non riesca a scendere più di quel tanto nel profondo – tematico, sociologico, antropologico, filosofico, e più in generale letterario – degli eventi che racconta, come se restasse sospesa appena sopra i tetti delle case e i selciati delle vie nelle quali i protagonisti si muovono senza scendere giù a scivolare più radente tra i muri, nelle porte, dentro le finestre, tra le gambe e attorno ai corpi dell’umanità narrata. Di contro – effetto opposto, se così lo si può definire, della stessa peculiarità stilistica – la scrittura della Pattavina è veramente gradevole da leggere, e riesce a regalare quel piacere di lettura genuino e concreto che forse non trascina e sconvolge ma certamente coinvolge, in ciò (che l’autrice lo volesse o meno, ribadisco) effettivamente percorrendo il solco stilistico tipico del romanzo italiano/all’italiana e facendolo con lodevole merito – in attesa, lo affermo fin d’ora, di una prossima nuova opera che, se la scrittrice siciliana saprà continuare l’intrapreso percorso letterario con considerabile progresso, non potrà che essere qualcosa di notevole.

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