Thule?

Perché Thule? E ancor prima: cos’è Thule?
Thule esiste veramente: è un piccolo villaggio della Groenlandia (750 abitanti, in lingua groenlandese Qânâq) a 77°35’ di latitudine nord, sulla costa prospiciente lo stretto di Nares; è l’insediamento umano più settentrionale del globo, abitato da Eschimesi. Vi si trova una base militare USA.
E’, questo piccolo insediamento umano, l’ultimo frammento del grande e sovrumano mito di Thule. Da Wikipedia:

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“Thule (altrimenti scritta Tule, n.d.s.) è un’isola divenuta leggendaria citata per la prima volta nei diari di viaggio dell’esploratore greco Pitea (Pytheas), salpato da Marsiglia verso il 330 a.C. per un’esplorazione dell’Atlantico del Nord. Nei suoi resoconti (screditati da Strabone ma oggi considerati attendibili) si parla di Thule come di una terra di fuoco e ghiaccio nella quale il sole non tramonta mai, a circa sei giorni di navigazione dall’attuale Regno Unito. Nella Geografia di Claudio Tolomeo Thule è un’isola della quale si forniscono le coordinate (latitudine e longitudine) delle estremità settentrionale, meridionale, occidentale ed orientale.
L’identificazione della Thule di Pitea e di Tolomeo (non necessariamente coincidenti) è sempre stata problematica ed ha dato luogo a diverse ipotesi, anche per la generale inaccuratezza delle coordinate assegnate da Tolomeo a luoghi lontani dall’impero romano. Vari autori hanno identificato Thule con l’Islanda, le Isole Shetland, le Faroe o l’isola di Saaremaa. Attualmente la teoria più accreditata è quella che Pitea avesse dato il nome di Thule ad un tratto della costa norvegese.Nel corso della tarda antichità e nel medioevo il ricordo della lontana Thule ha generato un resistente mito: quello dell’ Ultima Thule (termine già utilizzato dai Romani per definire tutte le terre “aldilà del mondo conosciuto”). Il mito, che possiede molte analogie con altri miti, ad esempio con quello dello Shangri-La hymalaiano, ha affascinato anche in epoca moderna. Esso è stato anche alla base della formazione di gruppi occulti come quello tedesco della Società Thule (Thule Gesellschaft) (creata attorno al 1920) e che identificava in Thule l’origine della saggezza della razza ariana. In effetti, nel mito thuleano di una terra abitata da una razza umana sotto certi aspetti “superiore”, identificata sovente con il popolo degli Iperborei, organizzata in una società pressoché perfetta, si possono facilmente ritrovare alcune della basi concettuali del concetto di razza ariana nazista, ovvero superiore a qualsiasi altra e dunque inevitabilmente dominante sul mondo.
Il mito di Thule diventò per tali evidenze anche antitetico, secondo alcuni interpretatori storici, a quello di Atlantide: ove questa si distrusse per l’ottusità della propria civiltà, Thule si idealizzò nella propria stessa perfezione, in un senso quasi superumano. A ciò si deve ricondurre anche il detto “mirare (o tendere) all’Ultima Thule“, col significato di ambire ad un ideale superiore, puntare alla perfezione”.

Ora vi sarà chiaro: questo blog vuole raccogliere cronache di Ultima Thule

Ecco qui invece una buona ricostruzione storica della nascita del mito di Thule, da Il mistero di Thule e degli Iperborei di Axel Famiglini:

Tibi serviat ultima Thyle” (Virgilio, Georgiche, libro I, 30) Con questo verso il poeta latino Virgilio immortalava nella storia non solo le grandezze del principato di Augusto ma anche la storia di Tule, la mitica isola descritta dal navigatore greco Pitea di Marsiglia.
Pitea di Marsiglia visse durante IV secolo a.C. ai tempi di Alessandro Magno o comunque poco dopo. Questo personaggio fece un viaggio nel nord Europa e si spinse fino ai limiti del mondo allora conosciuto, fino all’isola di Tule. Il navigatore descrisse il suo viaggio in un libro ” Intorno all’Oceano”, che sfortunatamente è andato perduto. Buona parte degli eruditi e scienziati dell’antichità non credettero al racconto di Pitea e solo geografi e matematici come Eratostene ed Ipparco considerarono come veritiero il suo viaggio. Infatti il navigatore marsigliese aveva per primo osservato il periodo di sei mesi di luce e sei mesi di buio che è caratteristico delle zone polari e aveva fatto molte rilevazioni di tipo astronomico nelle zone dell’Europa settentrionale. Queste osservazioni erano state convalidate anche dai calcoli degli scienziati greci alessandrini, che avevano già raggiunto le conclusioni di Pitea attraverso un calcolo teorico della posizione degli astri. Tuttavia, molti furono gli oppositori di Pitea e fu forse per questo che l’opera del navigatore ci è giunta in modo frammentario. Il viaggio di Pitea può essere riassunto in questo modo: partito da Marsiglia, costeggiò la Francia e la Spagna e oltrepassò lo Stretto di Gibilterra, evitando la sorveglianza cartaginese. Poi si inoltrò nell’Atlantico e, arrivato in Gran Bretagna, la circumnavigò, e vi raccolse notizie sulla misteriosa isola di Tule. Sebbene Pitea di Marsiglia abbia visitato le miniere della Cornovaglia, lo scopo del suo viaggio deve essere stato principalmente scientifico e solo in minima parte di tipo commerciale. Il grande mistero creatosi con il viaggio di Pitea è l’identificazione dell’Isola di Tule. Collocata da qualche parte nel nord Europa, è stata oggetto di molte discussioni. Fino a qualche tempo fa, si riteneva di identificare l’isola in questione con l’Islanda o con la Groenlandia, ma più recentemente si è pensato di accostarla all’arcipelago delle isole Orcadi o delle Shetland. Personalmente, ritengo che sia più giusto identificare l’isola con l’Islanda poichè quando si parla di Tule si fa riferimento a un’isola sola e non ad un arcipelago. Come già detto in precedenza, l’opera di Pitea è andata perduta e quindi per cercare riferimenti all’isola di Tule bisogna consultare gli antichi testi che ne hanno parlato. Ecco cosa dice Plinio il Vecchio nella sua “Storia Naturale” riguardo a Tule.

Libro II, 186-187

” Così succede che, per l’accrescimento variabile delle giornate, a Meroe il giorno più lungo comprende 12 ore equinoziali e 8/9 d’ora, ma ad Alessandria 14 ore, in Italia 15, 17 in Britannia, dove le chiare notti estive garantiscono senza incertezze quello che la scienza, del resto, impone di credere, e cioè che nei giorni del solstizio estivo, quando il sole si accosta di più al polo e la luce fa un giro più stretto, le terre soggiacenti hanno giorni ininterrotti di sei mesi, e altrettanto lunghe notti, quando il sole si è ritirato in direzione opposta, verso il solstizio di inverno. Pitea di Marsiglia scrive che questo accade nell’isola di Tule, che dista dalla Britannia sei giorni di navigazione verso nord; ma certuni lo attestano per Mona, distante circa 200 miglia dalla città britannica di Camaloduno.”

Libro IV, 104

” A una giornata di navigazione da Tule c’è il mare solidificato, che taluni
chiamano Cronio.”

Da questi due brani si può facilmente capire che Tule si trovava molto vicino al Polo Nord. E’ importante il fatto che il mare solidificato (ghiacciato) venga chiamato Cronio, perchè ne ” Il volto della luna “di Plutarco, si fa menzione ad un isola di ” Crono” situata nell’Oceano Atlantico:

“Stavo finendo di parlare quando Silla mi interruppe:<< Fermati, Lampria, e sbarra la porta della tua eloquenza. Senza avvedertene rischi di far arenare il mito e di sconvolgere il mio dramma, che ha un altro scenario e diverso sfondo. Io ne sono solo l’attore, ma ricorderò anzitutto che il suo autore cominciò per noi, se possibile, con una citazione da Omero: “lungi nel mare giace un’isola, Ogigia,” a cinque giorni di navigazione dalla Britannia in direzione occidente. Più in là si trovano altre isole, equidistanti tra loro e da questa, di fatto in linea col tramonto estivo. In una di queste, secondo il racconto degli indigeni, si trova Crono imprigionato da Zeus e accanto a lui risiede l’antico Briareo, guardiano delle isole e del mare chiamato Cronio. Il grande continente che circonda l’oceano dista da Ogigia qualcosa come 5000 stadi, un po’ meno delle altre isole; vi si giunge navigando a remi con una traversata resa lenta dal fango scaricato dai fiumi. Questi sgorgano dalla massa continentale e con le loro alluvioni riempiono a tal punto il mare di terriccio da aver fatto credere che fosse ghiacciato. […] Quando ogni trent’anni entra nella costellazione del Toro l’astro di Crono, che noi chiamiamo Fenonte e loro – a quanto mi disse – Nitturo, essi preparano con largo anticipo un sacrificio e una missione sul mare.[…] Quanti scampano al mare approdano anzitutto alle isole esterne, abitate da Greci, e lì hanno modo di osservare il sole su un arco di trenta giorni scomparire alla vista per meno di un’ora – notte, anche se con tenebra breve, mentre un crepuscolo balugina a occidente.”

Plinio e Plutarco potrebbero parlare della stessa isola. Ma adesso vediamo cosa dice il geografo Strabone su Thule:

Libro IV, 5,5

(Strabone prima critica Pitea ritenendolo un imbroglione, ma poi dice:)

” A ogni modo, pare che ( Pitea ) abbia dimostrato di sapersi servire correttamente dei principi che riguardano i fenomeni celesti e la teoria matematica, sostenendo che gli abitanti dei luoghi più vicini alla zona glaciale soffrono di una totale carenza, o comunque limitatezza di frutti coltivati e di animali, e che si nutrono di miglio e di erbe o frutti selvatici e radici: quelli che hanno grano e miele se ne servono anche per farne bevanda; e il grano, poichè il sole non splende mai senza velature, lo battono in grandi stanze, dopo avervi introdotto i covoni: farlo all’aria aperta è impossibile, per la mancanza di sole e per le piogge.”

Tule non doveva essere sia per la propria posizione geografica che climatica molto fertile. A mio avviso Thule è da identificarsi con l’Islanda, che secondo quanto dicono gli “Atlantologi”, dovrebbe essere un residuo di Atlantide. E’ interessante il mito descritto da Plutarco che parla di un’isola in cui è prigioniero Crono. Siccome Cronide è definito il mare ghiacciato, il mito dell’isola di Crono potrebbe essere la rappresentazione allegorica della condizione attuale di una parte del continente atlantico. Si potrebbe infatti interpretare così: l’isola di Atlantide ( Crono), dopo un lungo periodo di prosperità ( età di Saturno), venne intrappolata dai ghiacci, a seguito di una grande catastrofe ( la stessa catastrofe che fece scomparire la maggior parte delle isole di Atlantide che si trovavano molto più a sud dell’Islanda). Il mistero di Tule comunque non finisce qui. Nel nord Europa, secondo gli antichi, viveva una popolazione leggendaria, che veniva chiamata “Iperborei”. Forse gli Iperborei erano gli abitanti dell’isola di Thule e quindi appartenenti alla stirpe degli abitanti di Atlantide? Tule potrebbe essere l’isola degli Iperborei descritta da Diododro Siculo? Gli Iperborei potrebbero aver influenzato i pre-celti nella costruzione dei siti astronomici? Diodoro Siculo nella sua ” Biblioteca Storica” ci parla del popolo degli Iperborei e delle loro usanze, ecco cosa dice:

” Biblioteca storica, Diodoro Siculo, libro II, 47

47. Dal momento che abbiamo riservato una descrizione alle parti dell’Asia rivolte a nord, crediamo che non sia fuori luogo trattare le storie che si raccontano a proposito degli Iperborei. In effetti, tra coloro che hanno registrato gli antichi miti, Ecateo e alcuni altri affermano che nelle regioni poste al di là del paese dei Celti c’è un’isola non più piccola della Sicilia; essa si troverebbe sotto le Orse e sarebbe abitata dagli Iperborei, così detti perché‚ si trovano al di là del vento di Borea. Quest’isola sarebbe fertile e produrrebbe ogni tipo di frutto; inoltre avrebbe un clima eccezionalmente temperato, cosicché‚ produrrebbe due raccolti all’anno. Raccontano che in essa sia nata Leto: e per questo Apollo vi sarebbe onorato più degli altri dei; i suoi abitanti sarebbero anzi un po’ come dei sacerdoti di Apollo, poiché‚ a questo dio si inneggia da parte loro ogni giorno con canti continui e gli si tributano onori eccezionali. Sull’isola ci sarebbe poi uno splendido recinto di Apollo, e un grande tempio adorno di molte offerte, di forma sferica. Inoltre, ci sarebbe anche una città sacra a questo dio, e dei suoi abitanti la maggior parte sarebbe costituita da suonatori di cetra, che accompagnandosi con la cetra canterebbero nel tempio inni al dio, celebrandone le gesta. Gli Iperborei avrebbero una loro lingua peculiare, e sarebbero in grande familiarità con i Greci, soprattutto con gli Ateniesi e i Delii: avrebbero ereditato questa tradizione di benevolenza dai tempi antichi. Raccontano poi anche che alcuni Greci siano giunti presso gli Iperborei, e vi abbiano lasciato splendide offerte con iscrizioni in caratteri greci. Allo stesso modo anche Abari sarebbe anticamente venuto dagli Iperborei in Grecia, rinnovando la benevolenza e le relazioni con i Delii. Dicono poi che da quest’isola la luna appaia a pochissima distanza dalla terra, e con alcuni rilievi quali quelli della terra chiaramente visibili su di essa. Si dice inoltre che il dio venga nell’isola ogni diciannove anni, periodo in cui giungono a compimento le rivoluzioni degli astri – e per questo motivo il periodo di diciannove anni viene chiamato dagli Elleni “anno di Metone”. In questa sua apparizione, il dio suonerebbe la cetra e danzerebbe di continuo ogni notte dall’equinozio di primavera fino al sorgere delle Pleiadi, compiacendosi dei propri successi. Regnerebbero sulla città e governerebbero il recinto sacro i cosiddetti Boreadi, discendenti di Borea, e si trasmetterebbero di volta in volta le cariche per discendenza. ”
Riguardo ai contatti avuti tra greci ed iperborei, Erodoto ci riferisce alcune notizie nel libro IV (33-35) che confermano il legame religioso tra il culto di Apollo degli abitanti di Delo e degli Iperborei. Ovviamente ciò che accomuna questi due popoli è l’interesse comune per l’astronomia, che è caratteristico delle popolazioni di cultura atlantidea:
” Ma più di tutti ne parlano (degli Iperborei) i Delii, affermando che offerte avvolte in paglia di grano provenienti dagli Iperborei giungono in Scizia e che dagli Sciti in poi i popoli vicini, ricevendone uno dopo l’altro, le portano verso occidente assai lontano, fino all’Adriatico, e di là, mandate innanzi verso sud, primi fra i Greci le ricevono i Dodonei, e da questi scendono al golfo Maliaco e passano in Eubea, e una città le manda all’altra sino a Caristo, e dopo Caristo viene lasciata da parte Andro, perché sono i Caristi quelli che la portano a Teno, e i Teni a Delo. Dicono dunque che in tal guisa queste sacre offerte giungono a Delo, e che la prima volta gli Iperborei mandarono a portare le offerte due fanciulle, che i Delii dicono si chiamassero Iperoche e Laodice e che insieme a queste per ragioni di sicurezza gli Iperborei mandarono anche come scorta cinque cittadini, quelli che ora sono chiamati Perferei e godono in Delo grandi onori. Ma, poiché gli inviati non tornavano gli Iperborei ritenendo cosa assai grave se fosse sempre dovuto accadere che inviando dei delegati non li riavessero più indietro, allora, portando ai confini le offerte sacre avvolte in paglia di grano, le affidarono ai vicini raccomandando loro di mandarli innanzi dal proprio a un altro popolo. Raccontano che queste offerte giungano a Delo mandate innanzi in tal modo, e io stesso so che si pratica un rito simile a questo che ora esporrò: le donne tracie e peonie, quando sacrificano ad Artemide regina, offrono un sacrificio usando paglia di grano. Dunque so che fanno così, mentre in onore delle fanciulle venute dagli Iperborei e morte a Delo, le giovani e i giovani delii si recidono le chiome. Le une, tagliandosi prima delle nozze un ricciolo e avvoltolo intorno a un fuso, lo depongono sulla tomba – la tomba è sulla sinistra per chi entri nell’Artemisio, e le sorge accanto un olivo-, mentre tutti i ragazzi delii, avvolta una ciocca di capelli attorno a uno stelo verde, la depongono anch’essi sul tumulo. Esse quindi ricevono tali onori dagli abitanti di Delo. I Delii stessi poi raccontano che anche Arge e Opi, vergini iperboree, sarebbero giunte a Delo ancora, prima che Iperoche e Laodice, facendo lo stesso viaggio. Ma aggiungono che queste ultime sarebbero venute per portare ad Ilizia il tributo che gli Iperborei si erano imposti in compenso del rapido parto, e che Arge e Opi invece vennero insieme alle divinità stesse; e che a queste vengono resi onori diversi; per loro le donne raccolgono offerte, invocandone i nomi nell’inno composto da Olen, poeta di Licia, ed avendoli appresi da esse gli isolani e gli Ioni invocano nei loro inni Opi e Arge chiamandole a nome e raccogliendo offerte – questo Olen venuto dalla Licia compose gli altri antichi inni che si cantano a Delo – e usano la cenere delle cosce bruciate sull’altare gettandola sulla tomba di Opi e Arge. La loro tomba è dietro l’Artemisio, rivolta verso oriente, vicinissima alla sala da banchetto dei Cei.”
Probabilmente questo antico contatto tra delii e iperborei avvenne per il fatto di possedere un culto in comune. Tale culto potrebbe risalire al periodo atlantideo, quando la Grecia, come si può dedurre dal “Crizia” di Platone, era un’importante potenza politico – militare.
E’ da sottolineare il fatto che gli iperborei di Erodoto, con molta probabilità, sono i discendenti degli iperborei vissuti al tempo della civiltà atlantidea. Gli iperborei di Erodoto sono stanziati in una zona imprecisata dell’Europa orientale. Inoltre in Plinio, gli Iperborei sono popolazioni non ben identificate del nord-est europeo. Secondo l’erudito romano, gli Iperborei sono stanziati oltre i monti Ripei (Urali) e precisamente molto vicino al polo nord. Lo stesso dice:
” Alle spalle di quei monti (Ripei) e oltre il vento del nord si trova un popolo fortunato – se dobbiamo crederci! -, cui è stato dato il nome di Iperborei; vivono sino a un’età carica di anni, e sono rinomati per mitiche meraviglie. Si crede che lì si trovi uno dei poli su cui il cosmo è imperniato, e lì termini il giro delle stelle; la luce vi durerebbe sei mesi, quando il sole è di faccia; non però, come dicono gli incompetenti, dall’equinozio primaverile all’autunno. In realtà, questa gente vede sorgere il sole una volta all’anno, al solstizio estivo, e una volta tramontare, a quello di inverno. La zona è solatia e di clima felicemente temperato, esente da ogni aria nociva. Le loro case, boschi e foreste; i culti divini si svolgono singolarmente, o per raggruppamenti; le lotte intestine sono ignorate, e così pure qualsiasi malattia. La morte viene solo per sazietà di vivere […]”
Come si può leggere, è un’altra terra felice e prospera. Penso che la descrizione possa in linea generale (c’è molta fantasia, come nota Plinio) rappresentare il nord Europa prima dell’ultima glaciazione. Il fatto che, secondo gli antichi storici, esistesse uno stanziamento umano vicino al polo nord, non può farci pensare altro che né gli Iperborei “pliniani” né quelli descritti da Diodoro siano gli Iperborei contemporanei ai due scrittori, ma sono in realtà gli Iperborei “antidiluviani”, che probabilmente abitavano anche l’isola di Tule. Tutto ciò può anche farci pensare che nelle attuali zone circumpolari non dovessero esistere condizioni climatiche sfavorevoli alla vita nell’epoca descritta dai due autori classici (che io colloco alla fine dell’ultima glaciazione). Nella letteratura antica vengono fatti molti riferimenti ad isole situate nell’Atlantico e per quanto riguarda il nostro discorso può venirci in aiuto Eliano che nelle sue ” Storie Varie”, cita un brano tratto da Teopompo, il quale parla di un’isola abitata nell’Oceano Atlantico.

” L’Europa, l’Asia, l’Africa sono isole, circondate dall’Oceano: vi è solo una terra che si possa chiamare continente, ed è la Meropide, che si trova al di fuori di questo mondo. La sua grandezza è enorme. Tutti gli animali vi sono di grande mole, ed anche gli uomini sono alti il doppio ed anche la durata della loro vita è doppia della nostra. Vi sono grandi e numerose città, con costumi particolari, e con leggi profondamente diverse dalle nostre.[…]
Gli abitanti di Eusebes (una città della Meropide) vivono in pace e godono di grandi ricchezze e raccolgono i frutti della terra senza far uso di aratro e buoi: seminare e lavorare non costano loro fatica. Vivono sempre in buona salute, e passano il loro tempo in allegria e nei piaceri. La loro giustizia è superiore ad ogni discussione: anche gli dei amano perciò render loro visita. Gli abitanti di Machimos (altra città della Meropide) sono molto bellicosi, si trovano sempre in guerra e tendono a sottomettere le popolazioni confinanti, cosicchè la loro città ha ora il dominio su molti popoli diversi. Essi sono meno di due milioni[…] Una volta decisero di passare in queste nostre isole: attraversato l’oceano, con migliaia e migliaia di uomini giunsero presso gli Iperborei. Ma, avendo saputo che questi erano considerati il popolo più felice tra noi, considerate le loro misere condizioni di vita, ritennero inutile procedere oltre […].”

La descrizione dell’Isola di Meropide ci ricorda vagamente la storia di Atlantide di Platone e a mio avviso questo potrebbe essere uno dei pochi riferimenti ad un’Atlantide precedente alla distruzione finale e che è nel suo periodo di espansione. Probabilmente questi miti e storie che ho collegato insieme si possono riunire in questo modo. Atlantide nel suo periodo di espansione, conquista la terra degli Iperborei (probabilmente l’antica popolazione degli Atlantidei è stata a sua volta conquistata culturalmente da quella più evoluta degli Iperborei) e rende questi ultimi suoi sudditi. Tule, che forse all’epoca era molto più estesa e collegata con all’isola di Atlantide divenne parte dell’Impero Atlantideo e rimase in questa condizione fino alla catastrofe del 9.500 a.C.circa. Il clima cambiò e le zone del nord Europa divennero fredde ed inospitali, provocando l’estinzione dei mammut. Con questi miti la storia di Atlantide diventa più chiara e comprensibile e l’isola di Poseidone è sempre più vicina.

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8 risposte a “Thule?

  1. Marco Mezzetti

    Accidenti, affascinante…e che testimonianze descritte con perizia degna di uno scienziato..anche imparzialmente, il che non è facile. Molto molto interessante! Adoro anch’io queste cose…(soprattutto la storia e l’archeologia, l’antiquariato, la paleontologia…).

    Ciao, Marco Mezzetti
    poeta, autore, attore e comico del Miglio Comico

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