Archivi del mese: maggio 2007

Gianni Brera, “Storie dei Lombardi”

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Un capolav…!?!… – O no, forse no…
Mi spiego, dacché non è indecisione questa, e un giudizio piuttosto netto io l’avrei già…
Dopo essermi deliziato con i suoi unici tre romanzi (dei quali posterò, a breve, le recensioni), giungo a questo piuttosto corposo Storie dei Lombardi, non un romanzo o una raccolta di racconti (come si potrebbe pensare di primo acchito) almeno non in senso “classico”, ma in realtà una antologia di scritti di carattere soprattutto storico, ed etnologico, antropologico e anche sociologico sulle terre padane e sulle di esse popolazioni, lombarde in senso più largo, per Brera, di quanto amministrativamente le cartine dimostrano. In buona sostanza, un lungo viaggio per le terre del bacino padano (di Po, come Brera scrive spesso, quasi che il grande fiume fosse una sorta di nume a cui riferirsi in prima persona) per città, paesi, regioni, vallate, e personaggi, eventi, curiosità e quant’altro, scritto in uno stile sublime, meraviglioso, aulico e insieme popolano (bellissimo e spassoso leggere passaggi stilisticamente eruditi, e un rigo sotto assai colorite intrusioni dialettali), il quale rende a mio parere Gianni Brera – lo dico! – uno dei più grandi scrittori italiani (se non forse il più grande, l’ho detto!) del secondo novecento italiano.
Scopro un Brera coltissimo cultore di storia locale, autore di un’opera bellissima, profondissima, divertente, illuminante, e costantemente sospesa ad un livello letterario notevolissimo, irraggiungibile per nove libri su dieci di quelli che si possono oggi acquistare in libreria. Un Brera che usa il toponimo “Padania”, anni e anni prima che lo stesso diventi un mero slogan politico (nel bene o nel male, non si vuole qui discutere su ciò!) e con una tale suggestione poetico-geografica da poter essere amato, il senso della scrittura, anche da un siciliano verace, ovvero narrando un amore per le proprie terre natali (ma non solo quelle pavesi, dunque) che raggiunge spesso apici di epicità stupendi, e mai mai mai pesanti, ridondanti o retorici; un’opera nella quale la narrazione della storia delle città lombarde – un capitolo per ogni città, generalmente – dai primi insediamenti fino all’unità d’Italia viene abilmente romanzata, diventando per nulla noiosa ma anzi godibilissima e spesso divertente – ecco perché Storie dei Lombardi potrebbe essere in parte considerata una raccolta di “romanzi storici”; un’opera che, come detto, diviene anche e sovente illuminante: interessantissima, ad esempio, è la “teoria” della liberazione endemica di cui soffrirebbe l’Italia: cioè la continua invasione della penisola italica da parte di innumerevoli eserciti, padroni, dominatori, dittatori, che avrebbe sostanzialmente impedito la generazione di una vera e virtuosa società civile, unita da una storia comune, comuni ideali, simili tradizioni, concependo viceversa la mediocre e miserrima “società” italiota – per usare quello che credo sia un neologismo breriano – che ci si ritrova qui intorno…
E conosco piacevolmente un Gianni Brera parecchio conforme ai miei pensieri: per nulla fiero di essere italiano ovvero volonterosamente fiero di esserlo se l’Italia fosse un paese veramente civile, libero, democratico, progredito, ma impedito nell’esserlo dalla realtà quotidiana (“La patria non si può scegliere” egli scrive…); un Brera credente cattolico ma quasi anticlericale, dacché convinto di come la genuina fede popolare sia stata sfruttata dalla chiesa nei secoli per costruire i propri interessi assai materiali e perseguire i propri scopi assai poco religiosi – e di come la presenza della chiesa in Italia sia sempre stata una pesante zavorra opposta a qualsiasi impulso di progresso civile (“Non esiste e non esisterà per secoli un concetto di nazione in Italia. La chiesa stessa lo trascende, e sa dio quanto noccia agli italiani…” pag.115); un Brera che nei vari capitoli esalta quel taglio sociologico, quasi psicologico, nella narrazione dei personaggi (dai più celebri ai meno conosciuti, ovvero dal grande personaggio storico al compagno di giochi d’infanzia) che ha reso i suoi scritti sportivi autentiche perle di letteratura “applicata” – ed egli stesso il più grande giornalista sportivo italiano di sempre…
E ancora molto altro si potrebbe raccontare di Storie dei Lombardi – dei divertenti e parimenti profondi capitoli dedicati ai “caratteri nazionali” lombardi, del breve e appassionato elogio a Carlo Cattaneo – incompreso patriota e forse unico personaggio degno di essere così titolato – o di quello al Resegone, montagna lombarda per eccellenza (“Il Resegone è montagna bellissima, nobilitata da fior di sesti gradi. E’ il nume indigete dei Lombardi, che lo possono vedere tutti, quale che sia la loro contrada…”, pag.298)… O, di contro del giudizio in molti passaggi piuttosto critico su Alessandro Manzoni, pur grande scrittore, ma fervente cattolico a parole e versi e parecchio intemperante (elegante eufemismo dello scrivente: Brera è ben più chiaro!) con le donne nei fatti…
Insomma: quasi scrivevo, all’inizio, “capolavoro”: l’autore, il suo stile, il suo acume letterario, la sua finezza intellettuale e culturale lo meriterebbe – e ho già scritto quanto io penso valga Gianni Brera “scrittore” nel novecento letterario italiano; può non essere consono, quel titolo, per la natura dell’opera, non propriamente letteraria ma piuttosto saggistica e , per certi versi, giornalistica, il che può anche rendere la lettura non gradevolissima a chi non ami granché la storia (in quanto disciplina umanistica), oltre ché forse un poco ostica da comprendere; ma – lo ribadisco – l’opera è gradevole, e anche tanto, per ogni altra sua peculiarità, e ciò me la fa ritenere consigliabilissima a tutti – anche in qualità di omaggio nei confronti di un grandissimo personaggio, “rubato” dal giornalismo sportivo e, sotto un certo (artisticamente) egoistico punto di vista, “sprecato” in esso, se non altro per il tempo impiegato a riferire (pur con letteraria sublimità) di pallonari, pallonate e quant’altro piuttosto che per generare altri romanzi o scritti di simile bellezza come quelli pubblicati… Ma, lo sapete, io sono di parte… – (avversa, e sempre più, a quello “sport”!…).

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I – t al – i – – – – a

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(immagine tratta da The Economist, ripresa da http://www.antoniodipietro.com)

Non è mia intenzione entrare nel merito dell’argomento che, lo scorso sabato in zona Roma quale concreto clou e per innumerevoli settimane precedenti nel resto de lo paesiello, ha tenuto banco e occupato tante bocche nonché (?) altrettante menti; non voglio qui disquisire nemmeno circa il senso di esso, che rispetto a tutto tondo ovvero – meglio – sorvolo molto in alto, sì da osservarlo al meglio e parimenti starmene lontano. Mi permetto invece di commentare la sostanza di quanto è successo, cioè la sostanziale prova di come l’Italia non sia che un paese di spaventevole arretratezza civile e sociale, capace come nessun altro simile di attestare tale sua peculiarità quotidianamente, con tanti e tanti esempi…
Un paese come quello nel quale il sottoscritto si ritrova suo malgrado ad abitare, posta la propria condizione da più parti ben descritta, evidenziata, denunciata, ma non da quelle parti che dovrebbero conoscerla in primis e migliorarla, e che viceversa, gnorri gnorri, fanno come nulla sia – un paese come l’Italia, dicevo, di tutto avrebbe bisogno meno che di spaccature sociali, come le tante che si possono riscontrare, appunto, quasi ogni giorno in quasi ogni attività quotidiana “nazionale”. Una società in decadenza tremenda, mediocre oltre ogni accettabile mediocrità, inetta, incolta nel senso vero e più importante del termine, zoppa di ogni buon valore che una società moderna, progredita, libera ed emancipata dovrebbe avere, sembra fare a gara a tirarsi zappate sui piedi per azzopparsi sempre più, senza nemmeno rendersi conto che a furia di tal frenetico autolesionismo dovrà pur cadere, nella più tossica polvere… E mi si intenda: se la divisione, o spaccatura che dir si voglia, fosse sinonimo di ampia varietà di idee, naturalmente non vi sarebbe nulla da dire ma tanto di cui rallegrarsi, ma in Italia siano di fronte allo scontro tra australopitechi capaci solo di dirimere le questioni a clavate sulla testa, non avendo ancora compreso il valore dello scambio di idee, dunque del relativismo delle stesse, base di ogni filosofia più o meno profonda, cioè base di ogni verità, di ogni realtà di cui si compone qualsiasi vita quotidiana, individuale o collettiva, organizzata o meno.
I risultati di questa situazione li abbiamo sotto gli occhi – se li vogliamo vedere, ed è inutile qui riassumere gli effetti concreti di essa, la somma dei quali – lo sostengo da tanto tempo – farebbe meritare all’Italia l’inclusione tra i paesi del mondo meno sviluppato (vogliamo chiamarlo Terzo, se non risulta troppo offensivo a chi brami, leggendo queste mie parole, di potersi offendere da un istante all’altro?!?…), salvata solo, per ora, da un certo diffuso benessere – quanto solido però, sempre posta la situazione di cui sopra, è tutto da vedere… E si sa che la gente “normale”, finché non si riduce con le pezze al culo, cioè finché ha qualche soldino da spendere per risollevarsi il morale, non sa rendersi conto della propria situazione di miseria civile e sociale…
Le cause di tutto ciò? Beh, sono reduce da pochi giorni da una lettura illuminante, Storie dei Lombardi di Gianni Brera (la cui recensione posterò a brevissimo), un autentico genio letterario prestato (e/o sprecato?) al giornalismo sportivo… Tra i suoi scritti di stampo storico, egli illustra una interessantissima teoria, ovvero che l’Italia sarebbe da secoli ammalata di “liberazione endemica”: in poche parole, dalla caduta dell’Impero Romano fino all’unità d’Italia, a Sud delle Alpi è stato solo un gran bailamme di invasioni, signorie, poteri, padronanze, dispotismi, guerre e guerricciole e infinite liberazioni da precedenti domini per instaurarne dei nuovi, sovente peggiori dei primi, col risultato di impedire concretamente la generazione di una vera società civile italiana, dotata di un vero, “proprio” (cioè spontaneo, non indotto) e proficuo nazionalismo/patriottismo, di una propria storia uniforme, di basi culturali, sociali, idealistiche peculiari… Poi, l’unità d’Italia – evento “tecnicamente” assai più politico che popolare, nonostante tutto – non ha fatto altro che prendere tutto quanto c’era in essere e infilarlo nel nuovo scatolone repubblicano, senza troppi aggiustamenti e, soprattutto, senza risolvere la questione fondamentale della storia della “nazione” italiana: la dominazione della Chiesa, vera e propria zavorra attaccata a qualsiasi elemento di evoluzione tanto da farlo quasi sempre ricadere a terra e lì lasciarlo, morente e ignorato…
Priva di una storia comune, dunque, di una identità formatasi col tempo, con la comunanza di ideali, di scopi, di valori, di una simile base culturale (pensate solo, per citare le ultime influenti dominazioni avute sul suolo italiano, cosa potessero centrare tra di loro Austroungarici Imperiali e Reali Borboni! Per lo stesso retaggio, nel bene e nel male, un valtellinese e un siracusano sono come l’acqua e il vino…), ed anzi distorta dai più disparati predomini che nel tempo l’hanno assoggettata al proprio mero volere e interesse, ecco dunque che ci ritroviamo la società in cui ahinoi viviamo, vacua, futile, priva di memoria, di autocoscienza, grandemente rincoglionita e incapace totalmente di vedersi, capirsi, valutarsi e migliorarsi. Così, sopra questa (triste) realtà, proliferano poteri che cozzano continuamente contro ogni più normale e naturale diritto di libertà, di civiltà e democrazia – la Chiesa, appunto, che ha fatto dell’Italia la propria Repubblica Vaticaliana – e ogni altro (quello politico, ad esempio) che sul (e grazie al) rincoglionimento sociale diffuso tesse la propria trama di fellonia amministrativa variegata, interessandosi solo a che il proprio palazzotto stia in piedi, mentre tutti gli altri accanto crollano… Tanto, prima o poi, la nazionale di calcio vince il mondiale: e via, dunque, con il patriottismo di massa che (tipica frase dell’occasione)rinsalda la “nazione” sotto un’unica bandiera – l’unico patriottismo invero che questo paese riesce a generare e per il quale la bandiera viene sventolata, pensa te che miseria!…
Ma – per tornate il punto di questo scritto – ciò che è accaduto negli ultimi giorni (e continuerà ad accadere, non bisogna essere indovini per prevederlo) è purtroppo la prova ennesima che la società italiana – o italiota, come la denominava Brera – non sembra capace, e non viene resa in grado, di migliorare, progredire, evolvere… Miei cari, si vive in un paese che, come successo per le ultime elezioni, ha amministratori pubblici che gridano al broglio per giustificare la vittoria delle parti avverse! E, guarda caso, dove il broglio elettorale era/è la norma, se non nelle società arretrate, spesso figlie di dittature, sudamericane, africane e/o sudestasiatiche? Ma stiamo scherzando? E questo sarebbe un paese “civile”, “democratico”, “avanzato”? Eccola, la riprova di quanto scritto poco sopra: l’incapacità di valutare e comprendere la propria situazione reale, vedendo in pratica l’oro dove c’è la merda!…
E tutto quanto, considerando che, se l’Italia fosse un paese “normale”, potrebbe sfruttare quelle enormi potenzialità possedute – professionali, industriali, intellettuali, culturali, turistiche – che la renderebbero, nel suo piccolo, una delle nazioni-guida della civiltà occidentale! Invece, fate voi, l’Italia ha ancora il papa!… (citazione/variazione da un motteggio di Carlo Cattaneo, a sua volta citato dal suddetto Brera, che nell’imminenza dell’unità d’Italia consigliò i patrioti italiani di pensarci due volte prima di appoggiarsi ai Savoia: “I piemontesi hanno ancora i gesuiti!” disse, per dimostrare l’arretratezza di chi voleva divenire il padrone della penisola… Qual mesta e perspicace preveggenza!…).
Insomma – morale: che tristezza! E che compatimento, me di me stesso, che non riesco ancora ad avere il coraggio sufficiente a prendere armi e bagagli ed andarmene in un luogo più civile – come dovrebbe fare ogni persona che ama l’onestà, la serietà, la giustizia e la legalità, l’evoluzione sociale e che ricerchi per sé stesso e per il mondo che lo circonda il più ampio e virtuoso benessere generale… Mi resta solo un “divertimento”, quello di essere anticonformista in un paese come questo, il che significa, concretamente, irreprensibilità civile, etica, libertà di pensiero e di spirito assoluta, sensibilità sociale/sociologica: coltivare in me stesso, insomma, quelle doti che qui in giro sono ormai più uniche che rare… Il che, paradossalmente, vuol dire far del bene al paese – mentre molti altri “bravi e retti cittadini” se ne fregano beatamente: viva la patria!…
Spero solo, se un bel giorno la nave affonderà, di avere con me un buon salvagente…

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Mark Twain, “Racconti contro tutti”

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Lodevole iniziativa di Stampa Alternativa, nota casa editrice il cui nome la dice lunga sulle proprie pubblicazioni, che con questo Racconti Contro Tutti ci fa conoscere il romanziere americano per eccellenza sotto una veste sorprendente, e per certi versi sconcertante – in positivo, tuttavia… Il volumetto è una raccolta di racconti, frammenti di racconti, estratti “scartati” da opere pubblicate, micro-saggi nel quale il cantore di un’intera nazione in evoluzione – attraverso i suoi celeberrimi Tom Sawyer e Huckleberry Finn, considerati i “romanzi nazionali” della letteratura americana – sembra divertirsi a prendere a legnate, di quella nazione, quelle sue parti che all’evoluzione citata vi si oppongono con tutto il proprio conservatorismo reazionario, scrivendo con uno stile sarcastico e caustico che in effetti non ci si potrebbe aspettare dal personaggio Twain per come lo si conosce ordinariamente. Bersaglio preferito del grande scrittore è la religione e il potere che attraverso la religione si arroga il clero: un Twain ateo e anticlericale, dunque, che tira sferzate possenti sul corpo dell’imposizione ideologica religiosa, e indirettamente sui danni che codesta arreca alla mente comune della giovane nazione americana, peraltro con la narrazione letterale o metaforica di argomenti assolutamente attuali, e non solo in quell’America dove – come se Twain l’avesse previsto – certa ottusità teocon pesa ancora parecchio sull’opinione pubblica, ma ovunque la libertà di pensiero venga delimitata, quando non soggiogata, da imposizioni e soggezioni non solo di matrice religiosa… Sembrano proprio sfoghi, quelli di Twain, quasi grida di allarme di un intellettuale fine e raffinato tanto quanto libero, che si rende conto che la sua nuova e potenzialmente grande nazione soffre e soffrirà di tali ceppi ideologici, e per ciò cerca di svegliare le menti e le coscienze richiamandole alla realtà, e alla difesa della libertà…
Racconti contro Tutti offre anche altri spunti, invero secondari rispetto alla critica verso la religione ma comunque interessanti e sovente curiosi, come l’antipatia profonda di Twain verso le mosche, che lo scrittore dichiara apertamente in più parti; ma sono presenti anche racconti più classicamente narrativi, che pur lasciano trapelare significati ed accezioni di notevole profondità.
Un volume dunque molto interessante e prezioso pur nella sua esiguità, molto consigliabile non solo per la lettura ma anche (e forse soprattutto) per la riflessione su di un grande scrittore, il suo pensiero e la sua esemplare capacità di osservare la realtà e comprenderne le verità – dote quanto mai necessaria a cui ispirarsi, ancora oggi…
(Recensione scritta il 07/02/2007)

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Un clima da bambini viziati…

Cito da questo articolo estratto dal sito del Corriere della Sera del 2 Maggio 2007:
I Paesi in via di sviluppo chiedono la resa dei conti all’Occidente ricco e industrializzato. Ecco un’altra grana abbattersi sugli scienziati dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change)”.
E poi:
Ieri la Cina e altri Paesi in via di sviluppo hanno chiesto ufficialmente che il documento finale (…) faccia un esplicito riferimento alle colpe dei Paesi opulenti, come gli Stati Uniti, responsabili di avere creato l’effetto serra antropico con il tumultuoso sviluppo industriale dei decenni scorsi. Ma gli accusati rispondono picche poiché, se è vero che hanno responsabilità storiche, è altrettanto vero che le emissioni degli Stati Uniti saranno presto superate da Paesi come Cina e India, i quali, almeno per ora, non intendono vincolarsi agli obblighi di riduzione previsti dal Protocollo di Kyoto”.
E ancora:
Sembra proprio che sulla riunione degli scienziati Ipcc, che si svolge a porte chiuse nella sede delle Nazioni Unite di Bangkok, (…) si stiano scaricando tutte le tensioni politiche che hanno caratterizzato, fin dalla nascita, i negoziati per la riduzione dei gas serra, culminati con quell’accordo incompiuto che è il Protocollo di Kyoto”.
In buona sostanza, dei bambini viziati e capricciosi stanno litigando su chi abbia tirato la pallonata che ha rotto un vetro, mentre il palazzo di cui era parte quel vetro gli sta crollando addosso…
A volte (vado giù bello pesante, Vi avverto) non temo che possa accadere qualche possibile catastrofe climatica ma spero che possa accadere, perchè una razza di esseri viventi presuntuosamente e infingardamente (per sua vasta parte) “intelligente” come quella umana è l’unica cosa che si meriterebbe: peraltro potrebbe essere una buona prova dell’esistenza di un “dio”, e certo, visti i fatti, più nobile di quella venerata creazione che si vuole discesa da esso… Tuttavia, mi auguro (ancora, sì, resisto…) che quanto sopra non accada, perché insieme a quegli inetti politicanti e a coloro che ancora hanno il coraggio di votarli (tutto il mondo è paese, su certe cose…) ne andrebbero di mezzo anche quei pochi che continuano ad avere a cuore le sorti del nostro pianeta e del suo futuro – dunque, filantropicamente che di più non si può, dacché totalmente “a fondo perduto”, dei suoi futuri abitanti…
Però, amici miei, credo (da molto tempo, d’altronde) che per salvare il nostro pianeta non occorra eliminare solo da esso quell’inquinamento che lo sta uccidendo, ma anche da qualche mente, evidentemente inquinata in modo uguale se non più e già avvelenata forse irrimediabilmente, almeno nelle sue capacità di raziocinio e di senno; finché siffatta e malolezzante palta (puzza di soldi, di petrolio, di potere, di prevaricazione, di ingiustizia, di disonestà, di ipocrisia…) continuerà a ottenebrare le sopra citate menti, conviene non fermarsi nella costruzione del proprio piccolo Space Shuttle (che certo staremo montando nel box o nel giardino dietro casa, giusto?) sul quale andarsene via alla svelta da questo mondo di pazzi criminali…

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