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MART Trento: fino all’11 Gennaio 2009, “Nuovi ospiti a Palazzo delle Albere – Donazioni e depositi del XIX secolo 2004-2008”

MartTrento, 4 ottobre 2008 – 11 gennaio 2009:
Nuovi ospiti a Palazzo delle Albere
Donazioni e depositi del XIX secolo
2004-2008

Bezzi, Milesi, Prati, Klimt, Bistolfi, von Lenbach, Moggioli e molti altri sono i nuovi ospiti della collezione del XIX secolo del Mart.
Al Mart nella sede trentina di Palazzo delle Albere da Ottobre 2008 in mostra alcuni dei capolavori della collezione permanente dell’Ottocento.
Il percorso della mostra, composto da circa 40 opere, intende proporre per la prima volta al pubblico alcuni degli importanti depositi e donazioni che dal 2004 ad oggi hanno impreziosito la raccolta d’arte del XIX e XX secolo del Mart.
Tra le sale del primo piano del Palazzo delle Albere si potranno ammirare la bellissima figura femminile di Umberto Moggioli donata dalla famiglia Savini, che completa la sala dedicata a questo importante artista legato alla stagione ca’pesarina e la tela Nanina di Carlo Cainelli, dalla Donazione Cainelli.
Ma anche i depositi come quello della Fondazione Caritro, che in passato ha assicurato alle raccolte del Mart capolavori assoluti come il grande dipinto di Francesco Hayez, Venere che scherza con due colombe (1830), molti i privati, come il deposito Firmian, con i due bellissimi ritratti della contessa Firmian realizzati da un grande maestro della pittura europea ottocentesca, Franz von Lenbach, e alcuni interessanti ritratti settecenteschi; o il deposito Vesconi che a fianco di opere d’arte antica comprendono significativi episodi della pittura veneta ottocentesca, come il capolavoro di Alessandro Milesi, Le ciacole e il grande dipinto di Ludovico Lipparini, Commiato, realizzato nel 1847. Il deposito Gasperetti ha impreziosito le collezioni con significative testimonianze della pittura di Eugenio Prati come lo splendido Favretto al Liston o il quadro simbolista Consumatum est. Inoltre, grazie al deposito Borga le raccolte del Mart hanno integrato il nucleo di dipinti di Bartolomeo Bezzi e di Angelico Giuseppe Dallabrida. Due importanti sculture si sono aggiunte alle collezioni del Mart, La sfinge di Leonardo Bistolfi, di cui il Museo possedeva già La bellezza liberata dalla materia e uno splendido ritratto femminile in marmo di Vincenzo Jerace.
Fra le opere che integrano e arricchiscono le raccolte del Mart possiamo annoverare anche uno splendido disegno di Gustav Klimt.

Direzione scientifica dell’evento: Gabriella Belli
Mostra a cura di: Alessandra Tiddia

Infos: MART Trento, Palazzo delle Albere

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Inquinamento vocale

Non so se sia lo scrivente che, con l’andar del tempo e dell’età, diventi sofistico; non certo credo di diventare iperuditivo, che semmai l’età dovrebbe imporre il contrario… Insomma: ho la netta impressione che, soprattutto nei locali pubblici, la gente urli sempre più! Sì, gridi, parli ad alta voce, si trastulli del baccano da essa generato, non si renda conto del fastidio che ciò arreca a coloro i quali, per fare un esempio, vorrebbero recarsi in un ristorante a cena e goderne della tranquillità, della pace e dell’intimità che l’occasione dovrebbe contemplare… Naturalmente non sto facendo riferimento a quei locali tipicamente rumorosi, per tipologia, frequentazione, specificità, ma mi pare che pure – per riprendere l’esempio appena fatto – il ristorantino da cena tranquilla e rilassante oggi annoveri tra la sua clientela dei veri e propri inquinatori vocali, gente che crede di essere allo stadio o in piazza durante un concerto e pretende che quanto lo circondi, anche il locale nel cui sta mangiando, si adegui al proprio baccano, quando civiltà, educazione buon senso, cortesia e quant’altro di simile imporrebbe l’esatto contrario… Ripeto, sarò io in errore, ma ogni qualvolta mi reco in uno di quei posti sopra detti, me ne torno a casa con il mal di testa per il fracasso del vociare, e con il mal di gola dacché, per farmi sentire dai miei commensali, mi tocca a mia volta alzare la voce ad un tono che mi pare superiore a quanto di educatamente consentito…
Ho l’impressione che quanto sopra sia un effetto collaterale del modo di vita contemporaneo, ovvero della conformazione del mondo sociale nel quale quel modo di vivere si realizza: sembra che oggi l’identificarsi nella massa, il tentare di farsi notare, di rivendicare una certa “importanza sociale” debba passare dall’urlo, debba essere necessariamente gridato, rumoroso, strepitante, perché viceversa si perderebbe tra mille altri rumori, segno inequivocabile, questo, che la “fonte di emissione” è molto debole… In fondo, nel nostro tempo, molte delle cose a cui la massa attribuisce una qualche “importanza” – che questa abbia valore o meno – non sono sostanzialmente urlate e strepitate fastidiosamente? La TV non ci sbatte in faccia tante evidenze fastidiose come rumori assordanti? Molti eventi del mondo d’intorno, anche di quello quotidiano, non risultano irritanti alla civiltà, all’educazione e al buon senso sociale come infernali baccani? L’ipocrisia che regna un po’ ovunque, e soprattutto presso chi ostenta la più sicura sincerità, non esaspera la mente razionale come una tremenda caciara fa’ con l’udito? L’urlare, il parlare ad alta voce, in fondo è una rozza ostentazione della propria presenza, è una forma di egoismo becero di chi pretende di oberare l’aria delle proprie parole (assai spesso a vanvera) a scapito di altri che, magari, potrebbero dire cose più utili e intelligenti, visto che gli “urlatori” sovente impegnano e gettano il proprio fiato in inutilità varie e assortite… E’, sotto un altro punto di vista, un comportamento infantile, del neonato che non avendo ancora i mezzi – cioè la personalità – per farsi notare, inevitabilmente si mette a piangere sonoramente: ma che questo accada ad un piccolo bambino è del tutto normale, che accada a persone adulte credo sia assai preoccupante – soprattutto per loro stesse, per la loro manifesta mancanza di personalità, di carisma, di carattere, di saper attirare l’attenzione grazie al proprio valore, virtù, peculiarità specifiche, e non perché sappiano urlare di più e più di chiunque altro!
Ripeto, nuovamente: forse sarò io che sto diventando sofistico ma, per quanto mi riguarda, a causa di siffatti personaggi così sonoramente inquinanti, credo che in alcuni locali pubblici – per riprendere l’esempio qui in uso, ma certo il tutto vale per molti luoghi purtroppo sempre più in balìa dell’inciviltà contemporanea – farò abbastanza fatica a ritornarci…

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Qualcuno tocchi Caino…

Ditemi tutto quanto volete, datemi contro come e quanto volete, ma la tragedia di lunedì 11 dicembre scorso a Erba di cui certamente avrete letto e/o sentito dai media, con 4 vittime sgozzate e bruciate e una quinta gravissima all’ospedale per mano di un pregiudicato libero grazie al “santo” indulto (non dimenticate mai chi premette tanto affinché tal infamia divenisse legge, alla quale poi dette la propria benedizione…) mi rinfocola un personale tormento, quello di non riuscire proprio – nonostante sinceri sforzi intellettuali – ad essere del tutto contrario alla pena di morte, per casi estremi. Senza mezzi termini, all’autore della strage di Erba gliela decreterei al volo, senza alcun dubbio: un “individuo” del genere (e, inutile dirlo ma lo faccio per i più sempliciotti, non centra che il soggetto sia un immigrato, non è assolutamente una faccenda di questo tipo ma semmai di palese “antiumanità”, di evidente condizione meno che bestiale). Non riesco a sostenere alcuna delle motivazioni di coloro i quali si battono – nobilmente – per l’abolizione della pena di morte del mondo, e sono profondamente convinto che la maggioranza delle esecuzioni oggi messe in atto del mondo siano una vera e propria efferatezza, soprattutto quando basate su giustificazioni politiche (i “cari” cinesi, per dirne una…); ma il concetto sempre messo in campo in questi casi, e in maniera generale, che “lo stato non ha alcun diritto di togliere la vita a chicchessia” – a parte il fatto che si scontra giornalmente, per molti stati, con mille ragioni di natura geopolitica – impatta violentemente con il quesito che viceversa io pongo costantemente: è vero quanto sopra ma, prima di esso, che diritto aveva l’assassino di togliere la vita alle sue vittime? E le vittime non erano parte integrante della comunità sociale dalla quale sono state “strappate” così brutalmente? E chi, dunque, può assumersi il diritto, previo consenso delle persone vicine alle vittime, di riequilibrare la equità vitale corrotta?… Sì, “equità vitale”, e non “giuridica”: la società è fatta di singoli individui e si sorregge sull’interazione sociale (appunto) tra di essi; chi la danneggia, “eliminando” i suoi singoli, si palesa come gravissimo elemento di detrimento per essa, soprattutto nei casi in cui il danno cagionato è di gravita estrema: e credo che per i fatti di Erba ci si trovi in questa situazione. Dal mio punto di vista cade anche l’altro concetto sostenuto dai detrattori della pena di morte, ovvero che “lo stato non deve scendere allo stesso brutale livello dell’assassino”, il quale ha in sé per certi versi la sua stessa negazione: non è lo stato che deve scendere a quel livello, è l’assassino che vi è sceso – abbandonando il proprio stato “umano”, di persona civile; e nemmeno merita parlare di “perdono”, un concetto invero nobile all’origine teoretica, ma nella realtà talmente corrotto e divenuto ipocrita, da non essere che un mero esercizio di “belle parole” per chi lo sostiene – che spesso è il primo a non osservarlo!
Tutto ciò, ribadisco mille e mille volte, con tutti i distinguo del caso, e non potendo qui approfondire e specificare meglio la questione come sarebbe necessario (mi scuso di una tale estrema esemplificazione): la pena di morte è incivile nella stragrande maggioranza dei casi, ma in alcuni è purtroppo l’unica e terminale soluzione per soggetti totalmente immeritevoli e indegni di appartenete al genere umano, per i quali diviene ingiusto anche lo spendere soldi pubblici per il loro eventuale mantenimento in un carcere: sarebbe un’autentica violazione dei diritti umani – di chi ha subìto la violenza, non certo di chi l’ha arrecata. Ripeto, ancora: me ne duole, ma nei casi estremi (e spero rarissimi), non posso essere d’accordo con i contrari alla pena di morte, che mi auguro continuino nella propria battaglia di civiltà – ovunque ve ne sia da salvaguardare. A Erba temo sia stata sgozzata anch’essa…

P.S. del 13/12/2006: è chiaro che le notizie uscite oggi sui media circa l’evoluzione dell’indagine in corso sui fatti di Erba non cambiano il senso e il valore di quanto sopra riportato. Non è in discussione chi ha commesso l’atto o il perchè e come sia stato commesso, ma l’estrema gravità dell’atto stesso, e le conseguenze che, a mio parere, deve subìre chiunque lo abbia commesso. E, mi sia consentito, non cambia nemmeno il giudizio sull’indulto, che continuo a ritenere una insensatezza giudiziaria – ancor più per come in Italia è stato generato e messo in atto.

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Una passeggiata e nulla più…

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A mio modo di vedere, Joseph Ratzinger non deve avere alcuna paura circa la propria visita in Turchia, attorno alla quale la stampa (italiana) continua a sollevare una cortina di terrore, invero per ragioni di mera suggestione mediatica che per ragioni oggettive… Non deve temere nulla perché, al momento attuale, nessuno ha interesse a coinvolgere il capo della chiesa romana in un attentato: non la Turchia ed il suo establishment, altrimenti la propria richiesta di ingresso nella UE si troverebbe senza più terra sotto i piedi; non l’islamismo locale, nonostante le polemiche e il contrasto post-Ratisbona e nonostante sembra che promettano fuoco e fiamme contro l’imminente visitatore (ma è solo scena, conveniente e funzionale alla propria immagine e presenza politica), perché non modificherebbe nulla nel rapporto di forza tra islam e cristianesimo (morto un papa se ne fa’ un altro, come recita la saggezza popolare) e contribuirebbe soltanto a crearsi nuovi avversari (almeno politici) anche tra gli alleati o potenziali tali; inoltre, anche al radicalismo islamico farebbe assai comodo una Turchia “europea”, dacché significherebbe molti meno ostacoli per il proprio espansionismo ideologico… E peraltro non sono così certo che si debbano temere anche atti isolati di qualche fanatico che in nome di Allah agisca assolutamente solitario per compiere ciò che ritenga “buono e giusto” per la causa islamica: viceversa, sono convinto che grossi eventi dal potere sovversivo della realtà dei fatti, in questo nostro mondo globalizzato anche e soprattutto geopoliticamente, non avvengano mai per caso; le organizzazioni radicali islamiche in Turchia, le quali è facile pensare che siano frequentate da un eventuale fanatico/potenziale attentatore, credo che conoscano i propri “galli” e non li lascino troppo razzolare, quando non sia il caso di farlo…
In effetti, l’unico interesse ad un evento criminoso contro Ratzinger potrebbe averlo il Vaticano, quanto meno per la enorme carica suggestionante che avrebbe una morte del genere per il proprio capo e, di rimando, per la causa dell’influenza di potere cattolico sul mondo: il vittimismo funziona sempre (altro che “santo subito”: martire con tanto di gigantografie agli angoli delle strade!) e su un piatto d’argento verrebbe sancito – almeno agli occhi del mondo occidentale – dove sia (e chi sia) il “bene” e dove il “male”… Ma è un papa ancora troppo “fresco” e peraltro troppo politicamente forte, negli equilibri di potere vaticani, e dunque penso che anche un tale “interesse” interno alla sua uscita di scena sia alquanto prematuro…
Sarà una passeggiata di salute, dunque, e nulla più, essenzialmente politica piuttosto che apostolica (e quando mai lo sono state tali, nell’era moderna, le visite all’estero del capo della chiesa romana?), che come risultato primo e immediato metterà i bastoni tra le ruote a chi si dichiara contrario all’ingresso della Turchia in Europa, facendo dichiarare solennemente a questa: visto come siamo bravi, civili, democratici? E’ venuto da noi il papa e non gli è accaduto nulla!… Mentre dal punto di vista vaticano porrà le basi di una “santa alleanza” funzionale alla spartizione dell’influenza socio-politica su questo nostro pezzo di mondo tra i due potentati religiosi (anche perché, con l’ingresso della Turchia in Europa i turchi, già numerosissimi, diverranno anche “religiosamente” la prima etnia con cui dover confrontarsi), i quali potentati sanno benissimo che, nella posizione in cui stanno, è assai più vantaggioso per entrambi collaborare e coalizzarsi che combattersi – il che, per qualsiasi libero cittadino qui come ovunque, è una evenienza mille volte più preoccupante di qualsiasi invasato islamico o cattolico pur senza briglie…

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haohS

Premetto, ripremetto e strapremetto, prima di iniziare la presente disquisizione: nulla di quanto leggerete deve essere considerato come antisemita o anti-israeliano o filopalestinese o quant’altro di simile: bisogna fare come con i bambini, in questi argomenti, da una virgola si tirano fuori intere teorie e dottrine irrazionali proprie dove la razionalità dovrebbe guidare ogni pensiero…
Bene, posto ciò, la questione che voglio sottoporre è semplice e nemmeno originale, dacché già evidenziata in passato, e qui la compendio in questo modo: non capisco perché lo stato di Israele, che vive una realtà dalla quale potrebbe ricavare tutte le buoni ragioni possibili, si impegni tanto a spostarsi dalla parte del torto. Checché se ne dica, i governanti israeliani hanno permesso e permettono nell’ambito dello scontro con palestinesi e libanesi atrocità tali da far mettere in dubbio di rappresentare uno stato veramente civile e democratico come invece il popolo israeliano dimostra… Cosa vogliono fare? Chi credono di essere? E, soprattutto, credono veramente di risolvere le cose nella regione in quel modo? Perché si ostinano tanto a volersi mettere sullo stesso piano del terrorismo antisemita, eguagliandone spesso e volentieri la disumana brutalità?
Tempo addietro lessi l’opinione di un giornalista/scrittore ebreo, il quale accusava Israele di rimembrare costantemente (e giustamente) l’orrore subito dal Nazismo con la Shoah, per poi comportarsi con i propri nemici in un modo alquanto simile… E sempre da fonte israeliana, ovvero dal prestigioso quotidiano Haaretz è venuta, pochi giorni addietro, una dura critica sul comportamento politico-militare del governo israeliano, all’indomani della strage di civili “per errore” di Beit Hanun, nella Striscia di Gaza. Infine, l’alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Louise Arbour, ha addirittura affermato che, per quanto accaduto in Libano, Israele va considerata più responsabile di Hezbollah…
Ora, o si ragiona come i bambini di cui dicevo all’inizio, e si ritiene tutte le fonti sopra citate “antisemite” e “filopalestinesi” così come i neonati che nascono sotto i cavoli o li porta la cicogna, oppure assurge ad evidenza una realtà che non si vuole considerare per mere opportunità geopolitiche internazionali. Mi verrebbe da pensare che la base ideologica su cui si fonda lo stato (inteso come “classe politica”) israeliano voglia storicamente annullare il peso della Shoah applicandone una nuova, o una anti-Shoah, ai propri nemici, appiccicando su di essi la vecchia effigie nazista…. Ovvero: sono stato massacrato dai miei nemici? Bene, ora quei nemici non ci sono più, dunque per riequilibrare la situazione ne massacro – questa volta io – altri, che essendo appunto nemici sono uguali ai primi! Lo so benissimo, è una considerazione provocatoria, ma è assai più semplice, e per certi versi logica, di tante altre…
Razionalmente, la situazione mediorientale è drammatica: è una guerra che dura da decenni, e che probabilmente qualcuno ha interesse a mantenere viva e adeguatamente atroce; sono convinto di ciò, il che mi convince per conseguenza che probabilmente esiste un impulso alla pace e alla pacifica sistemazione dell’area (che probabilmente percepì e fece proprio, pur a suo modo, l’ex primo ministro Sharon) ma che non venga forzatamente considerato appunto per gli interessi di cui sopra: perché un Israele attaccato da forze islamiste è buona cosa per chi le vuole combattere, e viceversa perché un Israele massacratore di civili è altrettanto buona cosa per “i nemici dell’occidente”, e così via…
A mio modo di vedere, ci sono solo due soluzioni alla situazione: una, terribile e pericolosissima a livello mondiale, tuttavia paradossalmente più “purificante”, sarebbe una guerra totale tra i contendenti nell’area, che faccia piazza pulita di tutto e che faccia rendere conto agli spiriti più illuminati del luogo quanto sia idiota spararsi addosso, e necessario vivere in pace e collaborazione sociale per evolvere; l’altra, che ovviamente tutti dovremmo auspicare e verso cui dovremmo tendere, è che sia il popolo, i cittadini israeliani (e ugualmente i palestinesi e tutti gli altri delle nazioni coinvolte) a riprendere in mano la democrazia dei propri stati, e a imporre ai propri governanti la volontà di pace e di vita. In fondo è il popolo che poi subisce le cannonate “per errore” o le rappresaglie dei kamikaze, mentre i loro capi comandano il tutto nei loro superprotetti bunker! Che li mandino all’inferno! E che Israele finisca di (voler o dover) essere un protettorato delle amministrazioni americane, che come sostengo sono le prime ad avere interesse che venga bombardato, e per diventare finalmente un vero stato indipendente! Lo dico sempre, per questa situazione come per tante altre: ogni esplosione di cannone o di bomba o quant’altro che uccide dei civili, soprattutto se bambini, è “un’assicurazione” per future atrocità, future rappresaglie, future guerre, futuri innumerabili morti… Ma l’uomo sovente si istupidisce quanto detiene il potere, in Medio Oriente come in qualsiasi altro luogo, e ciò mi fa’ temere che sia la prima soluzione, quella più probabile… A meno che, finalmente, i popoli di quei luoghi si stanchino definitivamente di essere comandati e guidati verso una reciproca distruzione…

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Santi e peccatrici…

Che gran risate, che grasse, abnormi pure sguaiate risate per la storia della prof a luci rosse e dei suoi alunni “abusati” – risate di sarcasmo, di scherno, di vergogna, di abominio per la nostra moralissima società di pisciatori contro vento che si lamentano poi delle proprie brache (firmate) bagnate e puzzolenti! Che schifo, tutte quelle mani scaglianti “prime pietre” verso chi ha commesso – senza dubbio – un “qualcosa” che oggi così tanti si affannano a chiamare colpa, forse solo perché di essa non ne sono i “protagonisti”… Ma a lato di tutto – a lato che i ragazzini sono stati così “abusati” da vantarsene allegramente con gli amici della loro matura conquista, a lato che di casi del genere la storia pubblica e privata ne è piena, a lato che di lolite ammaliatrici di adulti attempati ne sono colmi film su film, a lato che l’imputata manca poco che venga bruciata sui roghi di quei personaggi i cui discendenti riempiono quotidianamente le cronache (soprattutto all’estero, ma anche qui) di terribili atti di pedofilia senza che nessuno dica nulla ed anzi ricevendo continuamente la stima e le genuflessioni dei tanti di cui sopra – a lato di tutto ciò, cosa resta? Beh, a mio parere resta un’evidenza tanto conseguente quanto sfuggita a tutti quelli che del caso stanno parlando (e stra-parlando): l’immane polverone è sorto solamente perché la protagonista è una donna, ovvero, siamo di fronte ad un luminoso e illuminante esempio di ideologia maschilista repressiva, che è inutile denotare come domini la nostra società dacché da secoli ampiamente agevolata dai poteri che la controllano. L’uomo che copula con la lolita di turno è un eroe, uno che sa stare al mondo, la donna è una stregonesca puttana traviatrice, colpevole a prescindere: è questa la regola vigente, scritta in mille modi nella storia della nostra civiltà; colei che non se ne sta in casa ai fornelli o a rammendare la calzetta, parte già con un piede nell’infamia e con un dito accusatore già puntato contro: è una “legge” da tutti negata e violata (a parole) ma da tanti maschi agognata, e difesa. Ribadisco, la professoressa ha sbagliato, è di certo ingiustificabile ma, rispondete: quante notizie avete mai letto sui giornali o sentito alla TV, di un uomo che facesse le stesse cose con una ragazza? E anche: quanto gira per i mass-media di infinitamente peggio per un ragazzino tredicenne che un caso del genere?
Bene: su siffatta morale e ipocrisia, che si vuole così (vergognosamente) fondante dei valori del nostro tempo, forse appunto per poterla promulgare in pubblico e trasgredire nel privato e così sentirsi in pace con sé stessi – ovvero perfettamente conformisti – io non posso che ridere, meritando essa null’altro che scherno e onta – ben più dell’allegra professoressa e dei suoi “vispi” alunni.
P.S.: …Ma la regola non stabilisce che le professoresse di matematica siano tutte racchie? Dunque, o quei ragazzini hanno fin da giovane età dei gusti estetici discutibili, altrimenti – vista anche la disponibilità della prof – fategli fare un calendario, prima di bruciarla sul rogo dell’infamia!

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Down (till the ruin)

Leggo del pestaggio di un ragazzo down da parte di una scolaresca di non si sa dove in Lombardia, con contorno di sfottò, umiliazioni varie e assortite, il tutto addirittura fissato su un video che circola sul web – e mi dico: quale delle due parti (vittima o carnefici) è la vera down? – dando a tale termine l’accezione che le conferisce la gente comune, che prima di essere riferita a “disabilità psichica” lo è volgarmente a “deficienza”…Pensando ciò, mi tornano in mente un paio di servizi visto in TV sulle recenti olimpiadi juniores per disabili svoltesi a Roma, nei quali due ragazzi down che vi partecipavano rispondevano alle domande dell’intervistatore, e lo facevano con espressioni così ben articolate, ricche di presenza di spirito e d’intelletto, che mi dissi: ma guarda, ‘sti ragazzi rispondono molto meglio di tanti ultrapatinati calciatori miliardari che balbettano sgrammaticandole tre parole tre, e tutte e tre massimamente banali, domandandomi di seguito: ma (almeno in tali circostanze) chi sono i veri down?
Ed ecco che la realtà, sempre un passo avanti rispetto alla fantasia, nel bene e/o nel male, offre l’occasione alla mia mente di congiungere queste personali considerazioni, sì da scaturirne un compendio (quasi) automatico: quei ragazzini/picchiatori, certamente di “buona” famiglia, idolatreranno i calciatori di cui sopra, e ne faranno un esempio da seguire e imitare; ai loro occhi il diverso non è tanto verso di loro, ma verso quei modelli, la cui idolatria ne acceca la vera percezione e consapevolezza, cosicché – appunto – le tre parole tre banali e sgrammaticate del calciatore saranno per i ragazzi come il Vangelo, mentre la presenza di spirito del ragazzo down di cui sopra non potrà nemmeno lontanamente essere còlta… La conseguenza di ciò credo sia del tutto elementare da cogliere, ed è in fondo riassumibile in poche sillabe, ovvero nella risposta alla domanda che, guarda caso, mi è sorta per entrambe le situazioni citate: quali sono i veri down? Senza offesa per nessuno, naturalmente, ma per mera registrazione della realtà dei fatti…
Ora c’è da scommetterci che partiranno dibattitti su dibattiti, in Tv o meno, di sociologi psicologi insegnanti giornalisti opinionisti, tutti a dire e sancire il perché il come il quando il giusto e il meno giusto e il bene e il male, e a dettare l’interpretazione la soluzione la verità e il mai più… Bene, li lascio fare, spesso sono anche pagati per far quello, dunque stupidi se non lo facessero; per quanto mi riguarda, mi limito solo ad auspicare due cose:
1) Spero che quei ragazzini/picchiatori finiscano quanto prima con il loro sgargiantissimo e rumorosissimo scooter (che probabilmente mamma e papà avranno regalato loro perchè “è così un bravo ragazzo, mio figlio!”) contro un bel palo e vi pestino duramente la testa, diventando così ben più intelligenti di quanto dimostrano di essere, visto che della deficienza hanno già raggiunto il loro adolescenziale apice;
2) Spero che gli egregissimi signori genitori – essendo probabilmente gli aggressori di “buona” e “stimata” famiglia, come già supponevo – i quali cadranno dalle nuvole come sempre in questi casi e se ne usciranno con espressioni (ribadisco) del tipo “mio figlio è un bravissimo ragazzo, non farebbe mai cose del genere!” stimandolo bello e buono e un figurino esemplare e vestendolo firmato da capo a piedi (stimandosi di lui ovvero ritenendosi tra sé fortunatissimi di non essere loro genitori di un “povero” ragazzo down), accorrendo sul luogo dell’incidente di cui sopra, scivolino sull’olio fuoriuscito dal motore e cadendo a loro volta pestino duramente la testa, diventando così ben più intelligenti di quanto lo siano stati finora e soprattutto consapevoli di cosa significhi essere buoni genitori…
Dite che così non sono costruttivo? Che tutto ciò non risolve alla radice il problema? Vero, ne sono convinto, ma è quanto meno più semplice (e semplicemente auspicabile, e in fondo probabile) che sperare che una grossa parte della società contemporanea italiana possa redimersi, e risalire dal profondo buco pieno di melma scavato da innumerevoli anni di devianza culturale imposta (e assorbita senza reazione alcuna) nella quale è da tempo caduta e che l’ha resa – essa sì – veramente “down”, nell’accezione più comune e volgare del termine.

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